Libro Il Fallimento piu riuscito della mia vita
 
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Il Gioco d'Azzardo Patologico

 

Savron G. 2010

 

 

 

Era necessario, e non solo utile, un libro serio, preciso, dettagliato, culturalmente aggiornato, sul gioco d’azzardo, orientato all’Italia. Adesso lo abbiamo, in questo testo, che fa passare i dati principali del problema, anche sul piano storico. Ossia: come si è sviluppata la ricerca nel campo. È quindi un libro colto, per un pubblico interessato ad approfondire. Il gioco come divertimento, ma anche come speranza di guadagnare denaro, sia pure magari anche come strumento di riparazione per una sorte sventurata. Il libro si apre con un ampio excursus su azzardo e caso, e sugli strumenti che ci permettono di “difenderci” dal caso, evitando l’illusione del controllo. Un capitolo segue, ricco di indicazioni storiche sulla storia del gioco d’azzardo: dall’antichità alla nostra epoca, indicatore anche del ruolo svolto dal gioco stesso nell’identificazione culturale dell’essere umano in un gruppo per lui significativo (funzione antropologica).
Evidentemente da Huizinga a Caillois il gioco in genere (e anche quello basato sul caso) è stato studiato: in una prospettiva storico-antropologica, nel primo autore, e in una prospettiva strutturale, nel caso del secondo. Ma il gioco d’azzardo, da rito, divertimento, tentativo di arricchirsi, sfida, può diventare un problema. Lo leggiamo in Dostojievskij, ed anche in altri autori, che cercano di descrivere a quali tipi di persone il gioco d’azzardo possa “far male”. Il gioco, quando si trasforma, da divertimento a malattia, ha un decorso relativamente tipico.
Tutti sono al corrente del gioco patologico: ma perché alcuni cominciano a giocare, e si lasciano prendere? Amicizie, socializzazione, avidità, curiosità, perdite da colmare. Ma è una condotta compulsiva, affine alle dipendenze? L’autore apre un capitolo importante, in cui vengono descritte le principali teorie in proposito. Distingue tra dipendenza ed abuso. Evidentemente, non ci può essere una sola “spiegazione”, anche perché ci sono circostanze peristatiche, e circostanze familiari e genetiche, che evidenziano poi anche comorbilità tipiche, e una prevalenza dei maschi, e di strutture di personalità specifiche (non al gioco, ma a comportamenti particolari). Ne derivano aspetti psicologici importanti (errori di giudizio, peggiorati da situazioni di bisogno) che si manifestano in particolare in determinati fattori di rischio. Più in dettaglio, l’autore fa passare le teorie eziologiche delle varie scuole: psicoanalitiche, sistemiche, comportamentali e cognitive, neurobiologiche, neuroevolutive. Con una visione molto moderna ed aggiornata. L’autore dà un rilievo particolare al gioco patologico come avente relazione con il costrutto dell’alexithymia, alla teoria del locus of control, e ai problemi collegati con i cluster di disturbi di personalità (A, B, C).
La terapia è affrontata nel modo conosciuto: i giocatori si vedono raramente in una terapia vera e propria. Vengono descritte le modalità usuali, come la terapia cognitiva comportamentale, e le strategie di riduzione del danno effettuate grazie alla psicoeducazione (l’autore conosce e descrive bene il modello ticinese) e ai manuali (ed altre strategie) di auto-aiuto (Capitanucci). L’autore descrive anche gli interventi, ben più articolati e complessi, effettuati p.es. da De Luca, nei gruppi. Per non dimenticare i Gruppi dei Giocatori Anonimi.
Infine, non trascura il capitolo dedicato alla farmacoterapia, anche se poi serve piuttosto ad affrontare sintomatologie derivate, che non il gioco patologico in sé.
Segue un lungo capitolo dal titolo “Riflessioni e digressioni”, in cui l’autore riferisce di ricerche neurobiologiche e neuropsicologiche, e di una loro integrazione in una visione generale dell’essere umano, e del gioco. Una visione assai complessa.
Il libro termina con una bibliografia assai completa e attuale. (Tc)

 

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