SASSARI. A tutti piacerebbe arricchirsi in modo semplice, veloce e oltretutto legale. Ma esiste una grossa differenza tra fantasticare su cosa si farebbe con un conto in banca milionario e ostinarsi invece a provarci finchè non diventa letteralmente una malattia. «Famiglie rovinate dai debiti, interi patrimoni dilapidati per la febbre del gioco non sono qualcosa che appartiene al passato». Sono le parole del responsabile del Centro di terapia di Campoformido, Rolando De Luca. «Se il giocatore da casinò in stile James Bond può essere in effetti un po’ fuori moda, la versione moderna ed aggiornata è la vecchina che sperpera la sua pensione nelle “avvenenti” macchinette da bar». La dipendenza dal gioco d’azzardo è un problema talmente serio da essere considerato un’attività di massa d’enormi proporzioni economiche e sociali, proprio come la droga. Basti pensare che oltre l’80% della popolazione italiana si dedica abitualmente al gioco d’azzardo, inseguendo vincite che, nella maggior parte dei casi, non arrivano mai. Sulla base di questa nuova pandemia, che coinvolge in ugual misura la Sardegna, il Serd di Sassari, in collaborazione con il Servizio formazione e qualità della Asl, ha organizzato due giornate di lezioni full immersion. In particolare, il seminario di formazione tenuto dallo psicologo e psicoterapeuta Rolando De Luca, è stato rivolto agli “addetti” del settore dipendenze, in particolare ai medici, psicologi ed assistenti sociali che operano nel territorio sassarese. L’intento è stato quello di rafforzare le competenze degli operatori locali del Serd, che già dall’inizio dell’anno hanno attivato un gruppo tematico dedicato al problema del gioco d’azzardo patologico, utilizzando il modello di intervento centrato sulla terapia di gruppo. «Attualmente abbiamo in trattamento otto famiglie - ha detto la psicoterapeuta Rossella Tanca - e devo dire che il lavoro di gruppo si sta rivelando efficace, anche se la durata è piuttosto lunga e per certi versi faticosa». La prassi prevede, immediatamente dopo la richiesta di aiuto del giocatore o di un suo familiare, un paio di colloqui con lo psicologo e la successiva presa in carico se il soggetto rientra nei criteri diagnostici del Dsm-Iv, alla categoria gioco d’azzardo patologico. Il successivo coinvolgimento nella terapia di gruppo dei familiari parte dalla constatazione che il giocatore coinvolga nelle proprie perdite l’intera famiglia, con le conseguenti problematiche economiche e sociali che ne derivano. «La terapia di gruppo funziona perché i soggetti condividono le stesse esperienze e gli stessi dolori - ha spiegato Rolando De Luca - andando incontro a quello che in psichiatria viene definito “fenomeno del rispecchiamento”. Il compito dello psicoterapeuta è quello di “riconsegnare” alle famiglie la vita di ogni giorno, ristabilendo quelle regole che il gioco aveva sgretolato. «Ma una speranza c’è - ha concluso De Luca - e mi sento di poter sostenere con certezza, in relazione anche alle esperienze del Centro di Campoformio, che la terapia di gruppo per i giocatori rappresenta uno degli strumenti più adeguati per affrontare la dipendenza da gioco d’azzardo». |
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