Rolando De Luca è psicologo e psicoterapeuta, responsabile del Centro di terapia di Campoformido (UD) per ex giocatori d’azzardo. Collabora con la Caritas di Udine per sensibilizzare sui pericoli dell’azzardo. Autore di numerose pubblicazioni, De Luca è ormai un’autorità sull’argomento. Con lui analizziamo il fenomeno a tutto campo soffermandoci sugli aspetti della dipendenza e degli interventi messi in atto per spezzare una sudditanza psicologica che continua a disintegrare famiglie.
Il gioco d’azzardo è diventato un problema sociale in Italia? E di portata enorme. Basti pensare che l’Italia, alla fine del 2004, si collocava al terzo posto fra i Paesi che giocano di più al mondo, preceduta solo da Giappone e Regno Unito, e già allora il mercato italiano rappresentava il 9% di quello mondiale. Analizzando la spesa pro-capite di quello stesso anno il nostro Paese aveva già il primato mondiale con una media di oltre 500 euro a persona. Nel 2008 la spesa pro-capite è salita a oltre 790 euro annui, e in regioni come Sicilia, Campania, Sardegna e Abruzzo le famiglie investono in gioco d’azzardo il 6,5% del proprio reddito.
La crisi ha peggiorato il fenomeno o lo ha ridimensionato? Più ci si impoverisce e più si tenta la sorte sperando nel colpo che ti risolve la vita. La maggior causa di ricorso a debiti e/o usura in Italia è da attribuire all’azzardo secondo i dati della Consulta Nazionale Fondazioni Antiusura. I pensionati “investono” fino a 15 euro al giorno e poi vengono a chiedere il pacco alla Caritas. E sono le fasce più deboli a giocare di più: gioca, secondo l’Eurispes, il 66% dei disoccupati, il 56% appartiene al ceto medio basso. Oggi poi si fa intravedere addirittura la chimera della sistemazione a vita. Ma è un’illusione, una favola.
Ci sono responsabilità oggettive nel trend di crescita dell’azzardo? Io mi chiedo: perché per alcool e sigarette, anch’essi monopoli di Stato, si attuano campagne informative e di prevenzione e per il gioco d’azzardo non si pensa a favorire la conoscenza dei rischi? Perché la pubblicità istituzionale continua a dirci che chi gioca d’azzardo vince, si diverte e socializza? Non è vero. Si perde, e non ci si diverte perché non si socializza. Anzi. A un Bingo di Roma, mi è stato raccontato, c’è stato un incendio al quartiere vicino alle sale ma nessuno ha voluto smettere di giocare. Ai casinò capita che qualche giocatore stramazzi a terra per infarto, stress, ma nessuno si volta a guardare, l’ansia di vincere è devastante. Chi gioca è sempre più solo.
Si può tracciare un identikit psicologico del giocatore di azzardo? E’ una persona che manifesta un’attrazione per le esperienze ripetitive di ogni tipo, tende ad assumere atteggiamenti disinibiti per sfuggire alla monotonia della quotidianità. Esercita uno scarso controllo sui propri impulsi, risulta incapace di considerare le conseguenze delle proprie azioni e poi sperimenta gli effetti dell’astinenza dall’azzardo che scatena in lui sentimenti di ansia e irritabilità.
Come lavora sulle persone per liberarle dalla dipendenza? L’esperienza di Campoformido decolla nel 1997. Noi lavoriamo con i gruppi. Mai sul singolo ma sulla famiglia, la coppia, perché da solo il giocatore non reggerebbe ai momenti di crisi. A Campoformido attualmente 200 persone sono in terapia. Solo il 7% abbandona la terapia che dura in media 4 anni. L’azzardo è una dipendenza comportamentale da cui si parte per arrivare alle dinamiche più profonde di relazione, di storia personale, di vissuto. E’ un lavoro complesso perché sono persone depresse, perdono la fiducia in se stessi, vivono forti sensi di colpa perché hanno frantumato la famiglia. Si arriva a tentativi di suicidio. Dobbiamo scavare come degli archeologi: stando sempre attenti a non toccare le parti più fragili, dove si deve arrivare solo al momento giusto. |
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