Guido ha 58 anni, è di Campoformido in provincia di Udine, terra di confine dove i casinò sloveni hanno abbattuto qualsiasi frontiera in nome del grande abbaglio: la partita che ti cambia la vita. “E’ la speranza di ogni giocatore – racconta Guido -. Aspetti quella puntata colossale e intanto butti via la vita”. Guido fa l’artigiano, lavora il legno, con le mani e con la mente crea i mobili che entrano in quei focolari domestici che lui rimpiange anche ora che si è liberato dalla dipendenza. “Ho perso 20 anni della mia vita e l’ho fatta sprecare anche ai miei figli e alla mia famiglia. Oggi io ne sono uscito ma i sensi di colpa restano”. Ha iniziato la terapia nel 2001 e l’ha terminata dopo 6 anni. Sua moglie, Maria, è sempre stata con lui. Ha due figli. Non avevano problemi economici, tutto è cominciato per gioco: “Si andava con gli amici al casinò per evadere dalla quotidianità. Nel giro di un anno per me non è esistito altro. Sono sempre stato un introverso, mi è sempre mancato qualcosa e il gioco colmava questo vuoto: perché quando giochi non pensi a niente. Tutto è cancellato, figli, moglie, fratelli, lavoro, lutti, tutto. Io le altre persone non le vedevo. Mi alzavo la mattina e pensavo a quando sarei potuto andare a giocare, pregustavo la vincita, ma la maggior parte delle volte perdi. Andavo tutti i giorni, poi più volte al giorno. Passavo dall’euforia all’ansia. Dopo è venuta la depressione. Intanto, intorno a me gli altri erano scomparsi”. Nel frattempo i figli crescevano e nei rari momenti di lucidità Guido sentiva quegli sguardi su di lui, quelle voci semi sconosciute dirgli che doveva smettere, non era più un uomo. Quando la depressione prese il sopravvento cominciò a chiedere aiuto a quella famiglia che aveva cancellato. Di Campoformido si sentiva parlare ma non si sapeva bene cosa era. “Quando ho cominciato non ho parlato subito del gioco al gruppo, ho voluto aspettare tanto tempo, anni. Era giusto che soffrissi, che meditassi su quello che ascoltavo e in cui mi rispecchiavo. Quando ho finito la terapia la mia vita non è improvvisamente cambiata. Ti resta il rimpianto. Oggi io non gioco e non mi attira più, ma sono consapevole che ho sprecato vent’anni di vita. Non riesco ad accettarlo. I segni sono ancora visibili, anche nei miei rapporti con i figli. Ho sbagliato ed è giusto che paghi un prezzo alto”. |
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