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Messaggero Veneto, 16/12/2017  
La testimonianza  
Perde il tesoro di una vita: "Ma ho smesso"  
Dario Bencic: gettato un miliardo di lire "Grazie alla terapia di gruppo sono rinato".  
   

La prima scommessa quando era poco più che ragazzo, poche lire puntate sulla vittoria della squadra del cuore. E quella tensione forte al centro del petto guardando il tabellone. “Dai vinci, tira quel pallone dentro, ma l’arbitro cosa guarda!”. Dario Bencic, 59 anni oggi, ne aveva 15 anni quando puntò per la prima volta del denaro. A quelle poche lire perse quella volta ha pensato spesso, mentre per trent’anni si rigirava le monete tra le mani e infilava nella fessura zigrinata delle slot, lì seduto in equilibrio sullo sgabello alto e spinto dalla voracità dei colori sgargianti di quelle caselle sullo schermo. A fargli compagnia, nel silenzio metallico delle vincite (altrui), un peso al centro del petto, sempre più grande. «Ho giocato in maniera patologica fino ai 44 anni: tutto è partito da qualche schedina, poi le puntate sono sempre più serie - racconta Dario-. Ho provato di tutto: carte, casinò, roulette. Ricordo ancora la felicità che provai quando mi ritrovai di fronte alla prima slot machine». Quando parla della sua storia, Bencic accenna un sorriso un po’ imbarazzato, ammettendo di aver lavorato molto su se stesso. Da 15 anni, infatti, Dario frequenta il Centro per i giocatori d’azzardo e per le loro famiglie a Campoformido: «Ogni giovedì arrivo da Trieste dove vivo ed entro in terapia per quella che chiamo la mia “palestra della mente”. Con il dottor De Luca abbiamo intrapreso questo percorso che mi ha portato a essere quello che sono, un uomo “nuovo” che riconosce gli sbagli del passato».
n tre decenni di gioco d’azzardo patologico, Bencic ha perso più di un miliardo di lire, «per non parlare della serenità, le opportunità della vita inghiottite da quel buio». Il pensiero di farla finita si è infiltrato pian piano nella sua mente, prendendo le forme dei debiti accumulati con gli anni. «Avevo fame di soldi: guadagnavo discretamente ma non mi bastava. I prestiti, l’aiuto dei miei amici... nulla. Buttavo tutto alle slot». Tra gli obiettivi del percorso di terapia c’è quello di “riavvolgere il nastro” della propria vita e ripercorrere, confrontandosi con gli altri, il rapporto con amici e famiglia. «Personalmente ho dovuto fare i conti con un’infanzia poco felice - continua Dario-, un padre che abusava di alcool, totalmente assente nella mia vita. Poi c’era quella promessa fatta a mia madre, per me una dea per molti anni, di farcela con le nostre sole forze».
Un giuramento fallito e l’assenza di punti di riferimento hanno portato Dario a ricorrere sempre più spesso al bacio di un’altra dea, quella bendata. «Ridotto all’osso della mia vita, pronto a farla finita, fu proprio mia madre a contattare De Luca - ricorda l’ex giocatore -, e quella sera, arrivando al bar dissi ai miei amici: “noi non ci rivedremo più”». E così è stato. Dario ha smesso di giocare alle slot, forzando se stesso e indirizzando le sue tentazioni verso altre attività. Il suo percorso costellato di piccole sconfitte e di altrettante vittorie, una vecchia storia d’amore finita e una nuova che continua, l’ha portato anche a ricoprire la carica di vicepresidente di Agita, l’associazione degli ex giocatori d’azzardo.
Dario ricorda bene quando quel peso dovuto ai debiti, che lui stesso prova a mimare portandosi le mani al petto, si è diradato. «In un percorso così difficile mi guardo indietro e vedo due momenti nei quali mi sono sentito davvero libero. Il primo quando, da amante del calcio, ho ripreso ad allenare i bambini. Non potevo buttare su di loro le mie frustrazioni, mi avrebbe fatto sentire peggio». Il secondo, invece, a pochi mesi dall’inizio della terapia a Campoformido: «Era il periodo di Natale e ho risposto alla telefonata di una mamma in lacrime che chiedeva aiuto per suo figlio. Ero lì, parlavo con lei e parlavo a me stesso. Rassicuravo quella signora e lenivo le mie ferite. Mi sono riscoperto cambiato. È stato il miglior regalo di Natale che potessi farmi».

 
   
Daniela Larocca
 
   
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