Silvana Mazzocchi è cronista di razza,
abituata a «scarpinare», come si dice in gergo
giornalistico, per penetrare nel complesso meccanismo delle
fonti della notizia. Fedele al suo habitus, questa volta è
andata a scavare in una realtà antica, quella del gioco
dazzardo e delle sue implicazioni psico-sociologiche
e puntando nellintimo di situazioni personali, affrontando
il tema alal radici, nel contesto di una struttura sanitaria
tendente al recupero di ex giocatori, ha riunito in un libro,
Vite dazzardo (Sperling & Kupfer Editori) tutti
i racconti che ne sono scaturiti e «che indagano, con
acutezza e partecipazione appassionata, le contraddizioni
che si nascondono dietro il gusto del rischio estremo».
Quindi storie vere, raccolte al Centro di terapia per i giocatori
dazzardo e le loro famiglie creato a Campoformido in
provincia di Udine, sotto la responsabilità dello psicoterapeuta
Rolando De Luca, che arricchisce il lavoro della Mazzocchi
con una dotta ed elegante introduzione, dal titolo significativo:
«Il gioco come autodistruzione». «Che si
tratti di autobiografie autentiche, più che di storie
romanzate, è evidente. Lautrice riesce in queste
pagine dense ed emozionanti a penetrare nei meccanismi più
intimi dei protagonisti, per darci un quadro assai convincente
e persuasivo delle conseguenze cui vanno incontro coloro che
finiscono nelle spire, a volte fatali, del gioco dazzardo».
Le storie raccontate dalla Mazzocchi offrono ognuna uno spaccato
diverso, ma sono tutte accomunate da un minimo denominatore:
dietro i protagonisti si calano drammi personali diversi,
esperienze di vita svariate, ma tutte riconducibili a un filo
che le lega, quello determinato dalla «malattia»
del gioco, che si è insinuata perfidamente nellanimo
di ciascuno fino a renderlo prigioniero. Una sensazione che
la Mazzocchi descrive, come un affresco poi valevole per quasi
tutti gli altri casi, già nellaffrontare la prima
storia, quella di un Roberto, importante uomo daffari
che si trasforma addirittura in un ladro per rubare lultima
fiche caduta ad una giocatrice poco attenta.
«Lo invase allimprovviso, mentre era seduto al
tavolo verde. Non era la prima volta: conosceva bene quellinarrestabile
sensazione di soffocamento che lo prendeva alla gola. Per
qualche minuto, mai di più. Un attacco di panico in
piena regola, come ne aveva avuti tanti altri. Accompagnato
da tachicardia e palpitazioni, mentre il respiro diventava
sempre più corto. Gli sembrava che il cuore si fermasse,
che scoppiasse. Invece era la sua mente a essere stretta in
un cerchio bollente. Perdeva forte, quella sera, anche a chemin
de fer, il gioco al quale si era semrpe ritenuto imbattibile.
«Perchè lì non basta la fortuna, lì
ci vuole la logica», amava ripetere. E lui, in quanto
a logica e raziocinio, era senza dubbio il migliore.
Invece perdeva. Non aveva fatto altro, quellultimo anno.
In totale era sotto di ottocento milioni; molto anche per
lui, imprenditore che ne aveva passate di tutti i colori,
che con il suo lavoro e la sua abilità aveva sempre
gaudagnato cifre esorbitanti. Che tante volte era finito nella
polvere e che si era rialzato. Che aveva vinto nella vita
e nel gioco.
Aveva giocato otto milioni di lire, quella notte. Non molti,
per le sue medie, ma non aveva altro. Anzi, quei soldi erano
lanticipo che gli aveva dato un cliente su una commissione
che avrebbe dovuto presto onorare.
Incredibile, pensò mentre la morsa alla gola finalmente
si allontanava; se sei ricco, giochi cinquanta milioni senza
tremare, resti lucido. E vinci. Se invece affidi a quattro
soldi tutto te stesso, perchè sei pieno di debiti,
e vincere è la tua sola speranza...allora crolli, ti
fai prendere dallangoscia. Proprio come sta accadendo
a me, ora».
E altrettanto significativa di questo complesso mondo di «anime
perdute» è la storia di Paola, una triestina
pre-pensionata di 47 anni, malata di solitudine, che allimprovviso,
approfittando dellassenza del marito e del figlio, si
fa abbacinare dal miraggio del vicino casinò di Nova
Gorica, in Slovenia. I colori, il suono, tutto le piacque.
«Puntò pochi soldi, li perse senza fastidio,
era stato come pagarsi un luna park. Quando decise di tornarsene
a casa, Paola avvertì un piacere sottile. Il tempo,
finalmente, era volato via». Da allora non avrebbe più
smesso, avrebbe frequentato il casinò tutti i giorni,
mattina e pomeriggio, eludendo con perizia i controlli della
famiglia. Al marito parlava di shopping con le amiche e di
pomeriggi in palestra. «Al casinò ritrovavo me
stessa. Stavo bene anche quando perdevo, ma appena fuori cominciavo
a star male». Le slot machine di Nova Gorica presto
finiscono con lingoiare tutta la liquidazione, ed anche
il conto corrente si era praticamente estinto. Iniziò
così a chiedere prestiti ad amici e parenti, sottrasse
di nascosto soldi al figlio, sempre nella speranza di potersi
rifare. E alla fine il marito scoprì tutto. Inutile
dargli spiegazioni. Ora Paola ha 54 anni e da dieci mesi è
ospite del centro di Campoformido. Lei, come tutti gli altri
che la Mazzocchi ci racconta, Caterina, Antonio, Franco e
Simona, Giovanni, vittime della «febbre delloro»,
un male antico che le moderne tecnologie e la diffusione capillare
sul nostro territorio di tanti siti destinati alle scommesse
hanno moltiplicato. E adesso incombe la minaccia del Bingo,
il casinò di quartiere, come lo definisce Rolando De
Luca. «Gli animati tavoli verdi, le macchine sfavillanti
di luci colorate come le giostre dei luna park, gli schermi
dei viedopoker, carichi di un irresistibile potere ipnotico,
sono strumenti di una magìa che per mesi e per anni
ha regalato a tutti i personaggi descritti nel libro un piacere
irrinunciabile e loccasione di sentirsi onnipotenti.
Il brivido di vivere una volta tanto al massimo, la vertigine
di innalzarsi fino a un mondo dove è possibile trascurare
la realtà e dimenticare se stessi. I quindici protagonsiti
di Vite dazzardo usciranno forse fuori dal tunnel. Ma
molti altri vi sono già entrati.