| | Da Amato nel '93, Ciampi, Prodi, Berlusconi e altri (?)sono state autorizzate sale scommesse, azzardo on line, slot, gratta e vinci e tutto quanto on line si può immaginare. Un vero affare per chi?.
Da una inchiesta di Milena Gabanelli su Data Room vengono riportati tutti i dati di questo flagello su quanti, ludópaticio meno, hanno compromesso il loro equilibrio psico-economico e pure quello delle rispettive famiglie.
Lo stato (minuscolo) incassa e non guarisce, gente poco raccomandabile gestisce e ingrassa.
Le pubblicità sono state bandite? Non credo, sono addirittura sponsor multinazionali introdotte ormai in ogni settore, pure quello intestinale.
Ogni giorno che entro dal mio tabaccaio, vedo di buon'ora persone intente a grattare schede, inserire monete e attendere numeri vincenti dal video. Li saluto tutti dicendo «lavoratori...», ma sono solo vittime volontarie che dovrebbero essere curate e protette da quello stato (piccolo) che ha rovinato milioni di italiani per fare cassa, altro che nazione.
Che vergogna questa Italia, come fare un bagno in un mare di squali!
FABRIZIO PASCOTTO, UDINE
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La risposta migliore mi aiuta a dargliela l'amico Rolando De Luca, psicologo e psicoterapeuta, uno dei massimi esperti italiani nel campo della dipendenza da gioco d’azzardo che gestisce dal 1993 il Centro di terapia per ex giocatori d0azzardo e loro famigliari.
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L’azzardo di Stato è un’industria che genera un volume economico enorme e crescente, sostenuta da un ricambio continuo di giocatori che passano da forme di gioco considerate “normali” a forme abituali sempre più problematiche e patologiche.
Centosettanta miliardi di fatturato annuo del settore non hanno bisogno di molti commenti e, tra persone di buon senso, chiudono qualsiasi distinguo o discussione.
La narrazione pubblica consiste nel distribuire il volume complessivo dell’azzardo sull’intera popolazione, producendo l’impressione che si tratti di un comportamento diffuso ma moderato.
In realtà, la spesa e le perdite non sono distribuite in modo uniforme (come la ricchezza del Paese): una quota relativamente limitata di persone (i giocatori patologici e abituali) sostiene una parte rilevante del mercato (oltre il 60–70%), e più un giocatore è immerso nell’azzardo, maggiore è il suo contributo economico al sistema.
I giocatori patologici investono cifre molto elevate (tutto ciò che deriva dal loro lavoro e non solo), arrivando nel giro di pochi anni al collasso economico, personale e familiare.
Le richieste di aiuto che arrivano ai servizi pubblici, al privato sociale e al privato in genere rappresentano soltanto la fase finale del processo. Esse emergono quasi sempre quando il giocatore e la famiglia si trovano già in una condizione di collasso economico, relazionale o psicologico.
Di conseguenza, osserviamo solo la punta dell’iceberg, mentre la grande massa dei giocatori patologici e abituali che alimenta il sistema rimane invisibile.
Questa invisibilità genera una forma di cecità sociale, la stessa che si produce nelle famiglie (cecità familiare), che porta a chiedere aiuto solo quando la situazione è completamente fuori controllo.
In Italia, i giocatori patologici sono stimati in circa un milione e mezzo. In una comunità di poche migliaia di abitanti (un paese o un quartiere di città), ciò significa che il fenomeno si diluisce fino a diventare socialmente invisibile (ad esempio 50 persone nascoste tra tremila). Il fenomeno non viene quindi percepito dal corpo sociale come rilevante. I casi che collassano ogni anno (cinque persone su tremila) vengono interpretati come episodi individuali, senza cogliere il processo cumulativo che, nel tempo, produce danni sempre più estesi.
Secondo questa lettura, le strategie tradizionali di prevenzione e del cosiddetto “gioco responsabile” non modificano l’andamento generale del fenomeno.
La crescita costante del volume dell’azzardo legale di Stato suggerisce che tali interventi non incidano sulle dinamiche profonde che alimentano il mercato.
Ne consegue lo sviluppo di una narrazione collettiva normalizzante.
I concessionari dell’azzardo di Stato, le istituzioni, i governi di qualunque orientamento politico (centro, destra, sinistra, tecnici), le organizzazioni sociali, il terzo settore, i servizi e persino la Chiesa finiscono per descrivere il fenomeno attraverso categorie che non mettono realmente in discussione il suo funzionamento economico e sociale.
Pur con linguaggi e posizioni differenti, tutti contribuiscono a rappresentare l’azzardo come un problema gestibile attraverso interventi limitati, piuttosto che come un sistema economico che cresce grazie all’intensificazione dell’offerta e al “massacro” dei giocatori patologici e delle loro famiglie.
Un gioco delle parti perfetto.
In questa prospettiva, il vero problema non è soltanto l’esistenza dell’azzardo, ma la sua normalizzazione culturale.
La società vede i casi estremi ma non vede il processo che li produce; coglie i collassi individuali ma non il meccanismo collettivo che li genera; discute di prevenzione e cura ma raramente, o mai, mette al centro il ruolo strutturale che il gioco d’azzardo ha assunto nell’economia e nelle politiche pubbliche.
La questione centrale diventa allora non come “gestire” i danni prodotti dall’azzardo (non si può contemporaneamente produrre e spacciare cocaina e, allo stesso tempo, gestire le comunità terapeutiche), ma come rendere visibile ciò che oggi rimane nascosto: la concentrazione delle perdite in un numero relativamente limitato di persone (i giocatori patologici e le loro famiglie), il ricambio continuo dei giocatori patologici e la crescente normalizzazione sociale di un fenomeno che, nonostante il giro d’affari di centosettanta miliardi annui, continua ad espandersi.
Va aggiunto che questa è una tesi interpretativa, ma fondata sull’esperienza di trent’anni di lavoro sul campo.
Alcune affermazioni — ad esempio la quota esatta delle perdite attribuite ai giocatori patologici o il numero reale di persone che alimentano la maggior parte del mercato — richiederebbero ulteriori verifiche empiriche e studi che le istituzioni raramente si impegnano a produrre. Ma il nucleo dell’argomentazione è chiaro: la distanza tra la narrazione pubblica dell’azzardo e ciò che si osserva dopo trent’anni di lavoro clinico con i giocatori e le famiglie è radicale.
E non potrebbe essere altrimenti.
Le istituzioni sono come i bari: finché non vengono scoperti, appaiono perfettamente equilibrati e corretti; solo quando emergono i meccanismi che li sostengono si rivela la struttura reale.
Al di là della retorica istituzionale, il livello di investimento in prevenzione e cura è talmente ridotto rispetto alle entrate generate dall’azzardo (quasi dodici miliardi di entrate annue a fronte di pochi milioni di spesa) da suggerire che il contenimento del fenomeno non possa e non debba essere realmente messo in discussione.
L’azzardo di Stato non è soltanto un problema sanitario, ma anche una questione che interroga la qualità della nostra democrazia. Le istituzioni dichiarano di voler prevenire e contrastare i danni dell’azzardo, ma il fenomeno continua a crescere e le risorse destinate a prevenzione e cura restano una quota minima rispetto alle entrate generate dal settore.
Per questo il punto centrale non sono le parole, ma i fatti. Una democrazia si misura dalla coerenza tra principi proclamati e scelte concrete. Quando esiste una distanza tra la tutela dichiarata dei cittadini e le politiche effettivamente adottate, diventa legittimo interrogarsi sul grado reale di applicazione dei valori costituzionali.
La questione dell’azzardo in Italia pone quindi una domanda più ampia: quanto le decisioni pubbliche sono orientate alla protezione delle persone e quanto, invece, alla gestione e alla normalizzazione del fenomeno?
Con esiti che, dopo trent’anni, possono essere definiti fallimentari, umilianti, socialmente devastanti e profondamente lesivi della dignità di milioni di persone e delle loro famiglie.
ROLANDO DE LUCA
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