Dott. De Luca
Sig.ra Barbara (sorella di un ex giocatore)
Bene, lei ha iniziato la terapia nell'ottobre del 2003 e l'ha chiusa in dicembre del 2008.
Si.
Sono passati 5 anni e ci sono diverse particolarità: la prima è che lei è la sorella di un ex giocatore d'azzardo, il quale è ancora in terapia e spiegheremo perché, l’altra è che lei è uscita dalla terapia. Volevo sentire alcuni suoi commenti a distanza di 3 mesi in merito alla conclusione della terapia e al gruppo. Dica tutto quello che crede con tranquillità.
Devo dire che il gruppo mi manca. Questo glielo avevo già accennato. Più che altro, da me è stato vissuto come un punto di riferimento, specialmente nella gestione delle mie difficoltà personali, sia familiari che lavorative. In particolare per la gestione dell’ansia, che è una cosa di cui soffro da sempre. Il fatto di avere un gruppo, di avere qualcuno con cui condividere certe cose, anche se non approfonditamente, perchè non sempre si entra nel dettaglio, a me serviva molto. Adesso mi gestisco le cose in un'altro modo, e comunque sto abituandomi ad uscirne. Dopo aver trascorso 5 anni in un gruppo di terapia in cui ci si parla e ci si confronta e poi, più o meno improvvisamente, si perde questo punto di riferimento, è chiaro che per i primi tempi si prova un po' di incertezza. Quando ho iniziato, mi ero chiesta come mai il percorso era così lungo, come mai dovevo parteciparvi anch’ io, che non ero la diretta interessata al problema. Per me era una cosa assurda. Devo dire che a volte il fatto di venire qui, mi creava più ansie di quelle che avevo, però mi ha aiutata molto nella gestione dei problemi di mia figlia, un po' meno nel rapporto di coppia. Questa è una cosa che magari sarebbe successa lo stesso, perché spesso certi problemi si assestano da soli. Secondo me, quello che si pensa quando si è fuori è che il discorso (entro nel dettaglio dell’azzardo, del sintomo) sia una cosa legata esclusivamente alla persona, di cui si deve curare solo il sintomo (come smettere di bere o smettere di fumare). Invece il sintomo è una cosa che veramente non c'entra niente. Questo è quello che ho capito. Potrebbe avere qualsiasi altra manifestazione, completamente diversa e secondo me, quello che si vede del sintomo c'entra veramente molto poco rispetto a quelle che sono le problematiche e le difficoltà della persona che viene in terapia. Quindi questo è quello che ho visto in particolare e poi si impara a vedere e a leggere nelle persone, a capirne le dinamiche. Io, che lavoro con il pubblico, riesco a percepire e filtrare molto bene le emozioni della gente con cui ho a che fare, le loro ansie per esempio. Ci sono molte cose che altrimenti non si capirebbero. In questo mi è servita molto la terapia.
Allora mi pare che ci siano dei paradossi che lei conferma. Il primo è il chiedersi perché, se il problema ce l'ha lui, devo venire io ? Un altro è perché la terapia deve essere così lunga, ben 5 anni, anche se poi, si tratta solo di due ore la settimana. Un altro paradosso è che quando si esce dalla terapia, per 2 o 3 mesi il gruppo manca. Quindi cambia completamente la prospettiva. E' una specie di rivoluzione copernicana. A me pare che questo dipenda dal fatto che inizialmente il gruppo non significa niente, poi, dopo 5 anni, fa ormai parte di noi, esiste. Si è creato un rapporto affettivo. Una goccia alla settimana ha fatto in qualche modo riempire la caraffa.
C'è questo paradosso, nel pensare che il problema non è mio e non mi tocca. Non è così, come dicevo prima, il sintomo è quello che si vede all'esterno della persona. Si dice: “Non è possibile che questa persona sia così stupida, che non capisca che cosa sta facendo”. Sono atteggiamenti che sono visti e giudicati anche male esternamente. Poi ci si rende conto che non è così. Ci si rende conto che la difficoltà non ce l'ha solamente la persona che viene qua, ma le sue difficoltà sono più o meno le difficoltà di tanti altri. Quindi è molto importante sentire e scoprire che anche gli altri hanno le stesse ansie che hai tu, le stesse difficoltà, le stesse paure, gli stessi trascorsi che possono essere di vario genere, le stesse dinamiche familiari. Ci sono molte cose che ricorrono fra persone che pur hanno delle storie completamente diverse, sia familiari, sia economiche. Al gruppo infatti partecipano persone molto differenti tra loro: chi è un semplice operaio che viene da una famiglia umile, chi ha una laurea, chi è una persona di cultura. Ci sono persone che economicamente stanno bene, non hanno problemi economici, e questo ti fa capire che, alla fine, anche chi ha tanto denaro ha le tue stesse difficoltà. Per assurdo chi ne ha poco a volte sta meglio di chi ne ha molto. Alla fine si capisce che i problemi hanno in realtà origine da noi, dal nostro modo d’essere e non dalle cose esterne. Quindi si impara un po' ad accettare i propri limiti, a leggerli in un modo diverso, a capire che, in fin dei conti, non è sempre colpa nostra quello che si fa, ma forse c'è qualcosa dentro che a volte ci spinge ad agire in un certo modo senza sapere perchè. Una cosa bella del gruppo è che ci si rispetta, nel gruppo uno può dire quello che vuole e non viene giudicato, mentre fuori si subisce molto il giudizio degli altri, nessuno si sforza di capirti. Questo mi da molto fastidio, si giudica con molta facilità all'esterno. Tutti noi in genere tendiamo ad avere comportamenti razzisti e discriminanti nei confronti delle persone che non pensano come noi o che non vivono come noi. Questo è un modo un po' generalizzato nella nostra società, che ci impone di uniformarci a degli standard. Nel gruppo si vede che siamo come una grande famiglia, insieme ma completamente diversi. Da quando sono uscita in questi 3 mesi ho sentito due persone, semplicemente per sapere come stavano.
E' interessante quello che lei dice. Qui andiamo a ruota libera, ma parliamo di cose molto profonde e molto utili sia a me sia a chi sentirà questa registrazione, che sono dei colleghi. Lei mi pare che abbia in testa il gruppo e non i singoli.
Prima di tutto è il gruppo e poi è una terapia di gruppo. Non ho fatto molte esperienze individuali, oltre a qualche seduta, più che altro per capire i problemi degli altri, anche in questo caso andavo ad accompagnare. Non dico questo perché mi sento superiore, non è che io non abbia problemi e gli altri si. Semplicemente mi sono trovata coinvolta da altre persone di famiglia, ad esempio ho parlato qualche volta con degli psicologi per mia figlia. Quella mia individuale è stata un'esperienza forse negativa nel mio caso. Perciò inizialmente mi sono approcciata al gruppo con diffidenza, nonostante l'abbia scelto io, e avessi fiducia nella terapia perchè ne avevo sentito parlare bene. Ma ero diffidente e poi mano a mano che si va avanti ci si rende conto che cambia.
Io tornerei al concetto del gruppo, mi pare che sia sentito come un magma unico, un cerchio. Poi ci sono le singole persone che lo compongono, che sono degli elementi fondamentali, perchè senza le persone non ci sarebbe il gruppo. Ma è fondamentale che emerga questa situazione, questo cerchio.
In realtà è il gruppo che fa questo, io ho in mente tutto il gruppo; ci sono alcune persone con cui ho più affinità (non voglio dire culturali ma ideologiche). Poi ognuno di noi cerca il legame con la persona con cui si sente più compatibile. Anche fuori succede questo. Nel gruppo c'è qualche persona con cui ho maggiore intesa, ma per me è il gruppo che conta, non i singoli.
Lei diceva che si è avvicinata alla terapia, ma non aveva molta fiducia, perchè pensava che con le parole non si potesse fare molto. Poi è successo quello che è successo, c'è stata questa specie di rivoluzione copernicana. Lei dice che ha abbassato i livelli d'ansia, suo fratello sta meglio e ciò che è interessante ( devo dire non succede molto spesso anche quando frequentano la terapia due fratelli) è lei ad andare via perchè suo fratello ha iniziato una relazione stabile con una ragazza e questa ragazza l'ha sostituita nel gruppo. Mi sono fatto molto spesso questa domanda: “Abbiamo fatto qualche violenza a qualcuno facendo questo? Siamo stati abbastanza bravi nel tirare l'elastico o abbiamo rischiato di romperlo?” Considerando che abbiamo preparato con mesi di anticipo tutto questo, vorrei che lei mi riassumesse questa storia, come siete arrivati qui ecc.
Quando siamo partiti con mio fratello, a lui non andava bene nessuna ragazza, specialmente le ragazze di qui. C'era questo mito dell'estero. Le ragazze straniere sono più brave, più gentili, migliori insomma.
Le ragazze del terzo mondo.
Dei paesi che hanno uno stile di vita molto più povero del nostro, quindi con meno esigenze, meno pretese,con un carattere più debole se vogliamo.
Suo fratello è entrato in terapia che aveva 26 anni, quindi molto giovane per quella che io considero l’età di ingresso nella terapia.
Ma con delle idee molto radicate all'epoca.
Con un sintomo che era molto persistente.
E' successo anche che ci sono stati degli episodi durante il primo periodo della terapia, episodi relativi all'azzardo.
Lui riteneva che qualsiasi ragazza di qua fosse troppo sofisticata, esigente, forse queste affermazioni dipendevano anche da quelle paure che io noto anche in altri ragazzi con cui parlo e che non hanno un legame fisso. C'è questo idealizzare la donna e così tutte le ragazze che sono in giro non rispecchiano questi ideali. Quindi c'era questa idea di una donna brava, buona, gentile che lui qui non vedeva e quindi ha mitizzato la “straniera”. Poi piano piano ha acquisito maggiore fiducia in sè, ne parlavamo anche ieri sera quando siamo andati a mangiare qualcosa con lui e la sua fidanzata. Parlavamo di come si sono conosciuti ad un corso d'inglese. E’ significativo già il fatto di aver scelto questo corso non vicino a casa, ma più lontano, proprio per conoscere delle persone diverse. Fare questo corso è stata la sua prima apertura. Poi conoscere questa ragazza è stata una conseguenza. Per ora hanno iniziato a frequentarsi e poi vedremo. Io dico sempre che bisogna vivere una storia come se si dovesse stare assieme 100 anni, poi si vedrà. Bisogna iniziare a conoscersi e poi sarà quello che sarà. L'importante è viverla, la storia, e viverla bene.
Come ha vissuto il cambio che c'è stato?
Non mi sono sentita spodestata, anzi ho fatto volentieri questo cambio. Non sono un tipo permaloso.
E' stata la realizzazione del progetto che avevamo programmato.
Io faccio un lavoro in cui spesso devo mettermi in discussione, devo accettare dei cambiamenti, degli aiuti esterni quando sono in difficoltà. Sono una che normalmente li accetta molto volentieri. Penso sia stupido non confrontarsi e non accettare un cambiamento di qualsiasi tipo, quando è necessario. Le cose cambiano nel corso della vita, in tutti i campi. Non l'ho visto come un essere buttata fuori, anzi mi ha tolto l'impegno di venire qui.
E' un impegno che comunque ora le manca. C'è ancora il lutto da elaborare. Sono passati 20 minuti e non abbiamo ancora parlato del sintomo dell'azzardo. Sembra che debba essere io a doverlo puntualizzare, è come scomparso.
Non c'entra niente, come nei problemi di mia figlia. Mia figlia ha avuto dei problemi alimentari, qualcuno la chiama anoressia, ma in realtà c'era un po' di tutto. Secondo me il suo malessere non lo si può inquadrare. E' chiaro che come non posso dire di essere tranquilla al 200 % per mio fratello così non lo sono per mia figlia, comunque ci sono persone che sono portate ad avere degli atteggiamenti, non dico proprio distruttivi, ma tendenti a una certa fragilità e insicurezza.
Anche questo è interessante, perchè noi abbiamo affrontato spesso in gruppo, pur non conoscendo sua figlia, il tema specifico e io penso (non credo sia una casualità questo me lo deve dire lei) che la terapia sia servita a suo fratello ma anche molto a sua figlia. Da quando lei ha iniziato la terapia, sua figlia ha avuto un notevole miglioramento.
Penso che chi vive accanto a delle persone che hanno dei problemi, tendono a peggiorare il loro comportamento, il loro modo di fare, perchè sono molto preoccupate e di conseguenza si comportano in modo poco tranquillo e rischiano di fare degli errori che anziché aiutare la persona in difficoltà le provocano danno. Se vedo che lei non mangia, che fa delle cose strane, che non va a scuola, inizio subito a insultarla. Magari inizialmente ci provo con le buone, poi vedendo che non serve, comincio a sgridarla e poi si innescano dei meccanismi per cui la persona in difficoltà si sente ancora più in difficoltà. Quindi si chiude il dialogo, lei non mi dice quello che ha e tutto riparte, come delle reazioni a catena. Se io invece riesco a parlarle con serenità, invece di criticarla e riprenderla perchè non mangia o non fa quello che dovrebbe, magari perché mi sento in colpa per il suo comportamento, se non c'è questa tensione, lei diventa più tranquilla. Questa è la spiegazione che mi sono data io. Vedo invece mio marito che non ha seguito questo percorso e quando lei non mangia si arrabbia.
Qui tocchiamo un altro punto. Io lavoro molto con le coppie dove c'è un giocatore o una giocatrice d'azzardo, dico che vengano entrambi, marito e moglie. Nel suo caso doveva venire lei con suo fratello. Suo marito non sarebbe comunque mai venuto in terapia. Però noi ci siamo posti spesso questo problema: uno viene in terapia e l'altro rimane a casa e questo provoca delle disfunzioni in coppie che hanno già delle difficoltà e queste possono avere conseguenze molto pericolose. Quindi le chiedo: nella sua coppia il fatto che lei sia venuta in terapia che cosa può aver provocato?
Senza dubbio c'è un cambiamento per chi partecipa alla terapia, non si può dire che non sia così, almeno nel mio caso. C'è un allontanamento.
La partecipazione al gruppo di terapia per chi non vi partecipa (in questo caso mio marito) viene vista come un allontanamento, un trascurare la famiglia, oppure si teme un lavaggio del cervello, come mi veniva detto diverse volte. Chiaramente, guardandola da fuori, uno che sta 5 anni in terapia può sembrare che si sia fatto abbindolare o che sia entrato in un meccanismo per cui diventa dipendente dalla terapia stessa. Queste sono le accuse che vengono fatte più di frequente. Nel mio caso c'è stato un allontanamento, forse ci sarebbe stato comunque, c'erano delle cose che non andavano bene prima e che non vanno bene adesso. Noi abbiamo agito sempre molto separati nelle nostre cose, nonostante siamo una coppia unitissima perchè a casa siamo sempre insieme. Però lo stare assieme a casa non significa stare insieme come coppia. Io ho sempre vissuto molto intensamente il mio rapporto di coppia e forse per questo ci sono state sempre delle difficoltà. I figli sono stati messi da parte, non riguardano la coppia non ne hanno mai fatto parte integrante, la coppia era una cosa, i figli un’altra. Il fatto di essermi avvicinata di più a mia figlia dopo questo percorso terapeutico, ha portato ad un allontanamento di mio marito. Chiaramente il tempo che dedicavo a mia figlia, specialmente quando i problemi erano più gravi, era tantissimo. Poi ancora di più quando sono venuta in terapia, perchè portavo via altro tempo alla famiglia. Paradossalmente la terapia ha portato del bene ma ha avuto anche conseguenze negative, come l’allontanamento. Forse è anche fisiologico, visto che sono 30 anni che stiamo assieme.
Possiamo dire che conclusa questa terapia di gruppo, rimane ancora molto materiale su cui lavorare e riportarlo nella coppia. In modo che voi due possiate in qualche modo ritrovarvi, o piuttosto, stare meglio, perché in realtà non vi siete mai persi di vista.
Diciamo che le basi ci sono, ma ci deve essere la volontà da parte di tutti e due, perchè tante volte si vuole mantenere la routine perché si teme che mettere in discussione tante cose possa essere anche deleterio. Questo è il dubbio più grosso, non è la stessa cosa che capita con i figli. Con i figli rischi di più, perchè comunque vuoi che tuo figlio superi le difficoltà, nel rapporto di coppia è diverso, perché si rischia di rompere un equilibrio per quanto precario e temi che magari dopo ci si ritrova uno da una parte e uno d'altra. Forse è meglio non discutere più di tanto, lasciare che le cose vadano un po' così, e sperare che col tempo tutto si aggiusti. Però mi sono confrontata molto con lui durante il mio percorso terapeutico, ho trovato anche il coraggio di dire delle cose che non avevo mai detto prima. Io sono una che normalmente sta zitta, cioè sono una che parla molto quando è fuori e poco in casa e anche lui parla molto poco in casa. Cioè si parla di cose magari poco importanti e si evitano confronti più seri. Di solito lui usciva piuttosto che discutere. Ora sono riuscita anche a parlargli, i meccanismi in una coppia sono molto diversi rispetto a quelli con i fratelli o i figli.
Quindi lei in terapia ha in qualche modo rivisto il rapporto con suo fratello, con la sua famiglia d'origine e questo le ha fatto anche capire le differenze tra la famiglia d'origine e la famiglia costruita. Lei ha parlato anche del gruppo come una specie di setta, se ci vai rischi di diventarne dipendente. Credo che questa immagine non sia del tutto errata, per cui entrare in un contesto possa essere, in fondo rischioso, si passa un confine e si vanno a toccare dei punti interni molto pericolosi. Se non c'è un luogo terapeutico adeguato i rischi sono molto alti.
Lei inizialmente ha avuto dei dubbi ma poi nel proseguo della terapia ha avuto la sensazione che ci fosse questo intervento, certamente funzionale, ma anche il rispetto per quelle che sono le dinamiche che si instaurano in un gruppo di terapia. Io ho sempre posto l'accento sul fatto che ci troviamo in un gruppo di terapia e non in un gruppo di auto-mutuo aiuto. Ci troviamo in un gruppo dove c'è un professionista che tira le fila, in un gruppo che ha costruito in centinaia di sedute il suo essere gruppo. Lei che sensazione ha avuto? Cosa ne pensa?
Io penso che dipenda molto dal terapeuta, che le cose non vadano viste in generale ma parlando di quel gruppo, di quel terapeuta, con quelle persone. Nel nostro gruppo, l'unico concetto che è stato ribadito sempre è quello della partecipazione e della puntualità nella partecipazione. Questa è una cosa di cui sono veramente convinta; io ho sempre partecipato alle sedute, non solo una volta, due o tre. … Perché è giusto così, questa è una regola di vita. Non ho visto nulla di così costringente, non vedo il discorso della dipendenza dal gruppo nella maniera più assoluta. Non sono mai stata obbligata, anche subdolamente o cosa. Io sono venuta volentieri e da sola ed in piena libertà. E' chiaro che è un percorso e come tale deve essere fatto bene; questo comunque dipende dalla bravura del terapeuta, che deve mantenere comunque una certa distanza da tutti.
Che cosa intende per “una certa distanza?”
Deve essere confidenziale, ma fino ad un certo punto, perché non andiamo lì a mangiare o a bere. Quando c'è da dire una cosa, deve essere detta davanti a tutti, anche scontrandosi, e uno deve essere messo in grado di pensare a se stesso, ai suoi comportamenti al suo modo di fare anche senza essere direttamente coinvolto. Negli argomenti si parla di diverse cose e uno deve leggere le sue particolarità in quello che si dice. Sono esempi banali, ma se uno parla del fatto che lavora troppo, chiaramente il terapeuta fa notare quanto ovviamente gli altri si specchiano in lui e si chiedono: “… e io quanto lavoro? … e perché?”. E' questo il meccanismo del gruppo: uno si specchia nell'altro senza entrare troppo nel particolare. Comunque l'opera più grande è che ogni persona fa emergere quelle che sono le sue caratteristiche personali e individuali. Per questo il terapeuta è bravo, perché ti porta a pensare in un certo modo.
L'importante è che il terapeuta non porti i suoi problemi personali nel gruppo …
Un esempio è una cosa: nell'auto-aiuto penso sia così perché tutti dicono “oggi ho fatto questo o quest'altro”, ma alla fine non c'è nessuno che media e che dice “torniamo a quelli che sono i problemi veri della persona” … e non gli atti in sé.
Questo è molto positivo perché tiene sveglio il gruppo. Ci sono anche dei momenti in cui non si dice niente; poi si riparte. Comunque ci sono anche delle situazioni molto pesanti; … ci sono dei lutti. In tutti questi anni è chiaro che si vivono delle situazioni legate ai lutti, ai matrimoni o ai bambini. Comunque è un percorso di vita ed è chiaro che non bisogna focalizzare tutta la tensione su un semplice argomento e discutere soltanto di un argomento. Si portano diverse cose, o testimonianze, e ognuna di queste prende quel “pezzettino” che vede di sé.
Sembra una cosa molto semplice, quasi semplicistica, e come tutte le cose semplici è la più difficile.
Quello di rimanere fuori, ma non del tutto, da parte del terapeuta; per noi, quello di rimanere dentro, ma non dentro del tutto. A volte ci si chiede: “parlo troppo? forse devo lasciare spazio anche agli altri …”. In questo aiuta anche il fatto di essere in tanti, perché si rispetta anche i tempi degli altri; si cerca di dare spazio a tutti. A volte ci si sente in colpa per aver parlato troppo dei propri problemi. Questo insegna anche il fatto di essere in gruppo: aiuta anche condividere le difficoltà di tutti.
Io lavoro con gruppi mediani, si arriva anche fino a 20 persone. Lei ritiene che, più che lo spazio, un gruppo mediano con 15, 18, 20 persone al massimo possa in qualche modo essere produttivo o vede in questo qualche cosa che non fa produrre? Pensa che i gruppi dovrebbero essere piccoli gruppi di 6, 7, 8 persone?
No, non vedrei un gruppo di 30, perché non riuscirebbe a dare spazio a nessuno; un gruppo di 15 persone lo vedo più positivo di un gruppo di 6. Questo secondo me, perché in questo tipo di terapia il fatto di avere più spunti, più argomenti di cui parlare, secondo me è importante. Il fatto di prendere in considerazione un gruppo di 6 persone diventa quasi … non dico come una terapia individuale, ma poco più. Diventa quasi come un gruppo di amici, più che un gruppo di terapia. Io la vedo così, dai 13 ai 20 può essere tranquilla la cosa, perché tutti hanno 2 ore a disposizione, tutti hanno lo spazio di dire qualcosa e magari uno parlerà di più una volta e di meno la volta dopo. Questo perché non sempre abbiamo grandi cose da dire, oppure non ne abbiamo voglia. Perché se uno vuole può stare tranquillo ad ascoltare per 2 ore e la volta dopo parla per mezz’ora. Non vedo questo; secondo me, o si parla di terapia individuale, o di coppia, oppure, se si parla di terapia di gruppo, per me è sopra le 15 persone.
Rispetto a degli aspetti legati: siamo in gruppo, non c'è la privacy, se ne parla fuori ecc., ecc. … Che cosa mi dice rispetto a questo ?
Io non ho mai provato disagio. Ci sono ovviamente delle cose di cui si prova disagio; penso che non si parlerebbe di queste cose neanche a 2, quindi se ci sono cose di cui si ha difficoltà a parlare, sono cose di cui non si parlerebbe neanche da soli. Non mi sono mai vergognata e non temo.
Rispetto alla terapia individuale e alla terapia di gruppo: … questi sono gruppi semiaperti ed è anche vero che ci sono delle persone - poche devo dire, ma qualcuna in più da quando lei ha iniziato - che hanno abbandonato la terapia. Sono persone che entrano e poi scompaiono. Ha dei fantasmi rispetto a queste persone … che possono aver portato via dei segreti anche suoi ?
Non mi sono mai posta questo problema, del fatto che potessero raccontare fuori delle cose. E' chiaro che si viene avvertiti all'inizio, ma è anche vero che se uno vuole, può anche parlarne fuori. Non mi sento defraudata dalle mie notizie personali che possono essere usate fuori.
Bene, sono passati 45 minuti e non abbiamo ancora parlato di azzardo; è un paradosso, forse è il caso di dare un accenno e voi siete venuti qui per questo, altrimenti non sareste mai venuti a Campoformido.
Effettivamente è così. Se non ci fosse stato il problema dell'azzardo non mi sarei assolutamente posta nessun tipo di problema.
Quindi, quando io vi dissi nella prima seduta che avremmo dovuto ringraziare questo sintomo e fargli un monumento fra 5 anni, ho detto forse una cosa sciocca?
Non è assolutamente una cosa sciocca, perché le difficoltà vengono sempre per aiutare. Cioè, dalle difficoltà si impara molto. Io l'ho visto all'inizio: quando ho scoperto la cosa di mio fratello sono rimasta sconvolta. La mia reazione è stata subito: “disgraziato, perché butti via i soldi di casa… ecc. ecc.”, nel senso che disprezzavo il suo atteggiamento. Non capivo come mai succedesse, tant'è che sono stata da lei 1 anno prima, … e poi dopo 1 anno è stato lui a chiedere aiuto. Io continuavo nel frattempo a dire che era il caso di ricorrere all'aiuto di qualcuno, anche perché avevo visto che con mia figlia avevo già chiesto aiuto e che da soli non si riesce a risolvere il problema. Che sia il gioco o che sia la depressione, secondo me da soli non ci si arriva. Quindi molte volte sono venuta con rabbia, devo dire, ma sono stata contentissima quando sono riuscita a portare qui mio fratello. Sono stata felice quando mi ha detto: “Chiama, che voglio venire”. Poi dopo il 1° colloquio non era così tanto contento. Chiaro che per una persona è difficile riconoscere la propria difficoltà … e pensare che c'è qualcuno capace di risolvertela. Questo perché pensi di farcela da solo e …”posso smettere quando voglio”, diceva; è stato anche 6 mesi senza giocare! Invece non è vero; il sintomo è servito a questo: a farmi entrare in terapia. Da lì in poi, non si è parlato quasi mai del sintomo, a parte quando entra una persona nuova nel gruppo. Si vuota il sacco, insomma. Si parla del sintomo, di quello che si sente, di quello che si prova. Poi già dalla terza e quarta volta ci si rende conto che si parla di tutt’altro.
Dal punto di vista del sintomo, si può dire che suo fratello l'abbia del tutto abbandonato, oppure no?
Sono già 4 anni … e lo considero definitivamente abbandonato.
Diciamo che anche dal punto di vista economico è messo in una situazione interessante.
Sì certo. Ha acquistato un appartamento, ha acceso un mutuo, … comunque si è posto nei confronti della vita in modo diverso. Mentre prima era un soggetto passivo, che subiva il suo modo di essere, e il gioco gli portava via tutta la sua creatività, il suo modo di fare e tutto quello che poteva esserci. Lui praticamente viveva in funzione di recuperare i soldi per poi poter andare a giocarseli, oppure per tappare i buchi che faceva in giro. Ricorreva questo tipo di situazione; la testa era tutta concentrata lì, poi piano piano con il passare del tempo, la sua testa si è concentrata in altre cose, come la casa, un viaggio, un corso d'inglese, il fatto di incontrare una ragazza, una persona. E' tutta un'altra cosa. Il fatto di comperare una cosa non è niente, ma è la volontà di farlo che è difficile, il fatto di mettersi con un mutuo lavorando da solo non è una cosa da poco. Certo ha le spalle coperte magari, ma normalmente non ci avrebbe neanche mai pensato.
Pensare che quando è venuto aveva 26 anni e già ci sono state delle perdite notevoli per il suo tenore di vita e per la sua famiglia …
Si certo, per la sua famiglia che viveva con una pensione.
Quindi lui, quando è venuto qui, aveva una carriera davanti da giocatore d'azzardo che sarebbe stata molto lunga e quindi immaginiamo anche quelli che sarebbe stati i disastri. Lui è ancora molto giovane; adesso ha 31 anni, 32 quest'anno …
Ha una vita diversa davanti; almeno c'è un modo di approcciarsi alle cose che è molto diverso.
Come dico io, il costo pur minimo della terapia ha fatto fruttare molto ma molto di più. Quindi questi 5 anni di disastri economici per la prossima economia sono stati un buon investimento. Le azioni di “Basaldella ovest” reggono meglio di un fondo comune.
Ma è vero, non sono soldi buttati assolutamente e sono anche contenuti. … Ma la cosa più importante è che c'è un risultato. Non è così dappertutto; ccomunque i soldi si sostengono. A volte ci sono dei costi ingiustificati e pochi risultati; qui c'è un costo contenuto e c'è un risultato. Questo è molto importante.
Adesso sa che alle 17 inizia il suo ex gruppo. Oramai sono passati 40 minuti e che cosa potremmo dire ancora?
Che sono a disposizione di chi ha bisogno di parlarne e che per me comunque è stata un'ottima esperienza. Io ho un lavoro di responsabilità e mi ha aiutato tanto. Devo dire che devo ricredermi. Nella mia vita ho sempre pensato di non aver bisogno di psicologi, di terapia. Cioè, era una cosa al di fuori dal mio modo di essere. Secondo me, bisogna essere razionali, bisogna andare avanti. Tutti possiamo avere delle difficoltà e bisogna ogni tanto ricorrere a qualcuno che ci dia una mano.
Il paradosso di questo lavoro è che in qualche modo è alla fine che viene riconosciuto maggiormente. Ma è solo dopo aver fatto un lavoro che si vede il risultato. Solo dopo che l'idraulico è intervenuto si vede se l'intervento è riuscito o meno. Dopo qualche anno, si vede se il lavoro ha funzionato. Oltretutto, questa è stata anche una prova a questo suo intervento che faremo. Vuole dire ancora qualcosa ?
Penso di aver detto tutto, non lo so. Ogni tanto parlo troppo. Ho detto più o meno tutto quello che pensavo e forse ho dimenticato qualcosa, qualche particolare, ma a grandi linee è questo. Io sono stata contenta, penso che mi sia servito molto; penso che non serva solo a chi ha il sintomo, ma che sia un ottimo aiuto anche a chi partecipa. E' un'esperienza che dovrebbe essere fatta anche da chi non ha familiari con il sintomo. E' una cosa che va bene per tutti. Non c'entra assolutamente il discorso del sintomo perché per me questo è stato un approccio; poteva essere anche qualche cosa d'altro. Secondo me è un'esperienza che potrebbe essere fatta tranquillamente da una coppia, da una famiglia, da 2 fratelli oppure anche singolarmente.
Certamente, l'altro aspetto che mi viene in mente è che lei sa che quest'anno facciamo il convegno soltanto sul dopo terapia, ma lei sa che l'unico che non conclude mai la terapia, che rimane ingabbiato, è il terapeuta. Lei che cosa ne pensa di questa persona?
Può darsi che sia lui dipendente dal gruppo. Ma d'altronde si chiama strizzacervelli per qualcosa. Si dice anche che chi studia psicologia è perché ha tanti problemi da risolvere. Può darsi che sia per questo motivo; penso che ognuno di noi ha una sua strada e quindi se a uno piace il proprio lavoro, non ci si stanca. A me piace il mio lavoro e quindi mi dedico in maniera perfino esagerata a volte, ma lo faccio volentieri e perciò non mi stanco.
Qual è secondo lei la pericolosità nel fare questo lavoro … Il mio?
E' … di assorbire un po' troppo i carichi degli altri; questo è secondo me. … Di trovarsi troppo invischiato nelle difficoltà altrui e di non riuscire a scaricare un pochino e forse perdere di vista un po' le proprie. Qui bisognerebbe chiedere alla sua famiglia che cosa ne pensa.
Certo, anch'io ho i miei problemi: sono in aggiornamento, sono in analisi individuale. Questa è una professione che è come lavorare un po' in una centrale atomica. Non è il massimo, ma poi non esiste una protezione totale; la passione per un lavoro aiuta a proteggersi in qualche modo. … Allora io la ringrazio e quindi possiamo chiudere il collegamento.