Famiglia Cristiana
15 aprile 2002
SOCIETÀ. LA STORIA DI PAOLA, FINITA NEL GIRONE INFERNALE DEL CASINÒ
Non sopportavo l'idea di essere drogata
Raccolte in un libro le testimonianze di chi è stato salvato grazie alle terapie per i giocatori d’azzardo.
di Alberto Laggia
«Non sopportava la solitudine, Paola. Quei pomeriggi in casa, silenziosi, vuoti. Aveva 47 anni, allora. Aveva lavorato fin da quando era giovanissima. E aveva cresciuto un figlio. In casa da sola si mangiava lanima. Non si perdonava di aver scelto di andare in pensione prima del tempo. Si era lasciata convincere da Carlo, suo marito». Inizia così la storia di Paola, raccontata da Silvana Mazzocchi in Vite dazzardo. È una delle storie vere di giocatori estremi raccolte dallautrice a Campoformido (Udine), al Centro di terapia per i giocatori dazzardo e le loro famiglie (Agita).
Tutto iniziò una domenica pomeriggio. Il marito e il figlio Giorgio erano fuori città per lavoro. «Improvvisamente le venne in mente il casinò. Nova Gorica, sarebbe andata lì, se non altro per provare qualcosa di diverso. Una passeggiata, mezzora di macchina da casa sua, vicino a Trieste. Scelse subito le slot machine. Le piacquero i colori, il suono. Puntò pochi soldi, li perse senza fastidio, era stato come pagarsi un luna park. Quando decise di tornarsene a casa, Paola avvertì un piacere sottile. Il tempo finalmente era volato via».
Oggi ha 54 anni, ma da allora non avrebbe più smesso di giocare, di nascosto. «Paola frequentava il casinò quasi tutti i giorni, mattina e pomeriggio. A pranzo e a cena si faceva trovare a casa. «Tutto bene?», le chiedeva Carlo. Lei riferiva di shopping con le amiche, di pomeriggi in palestra o spesi in chiacchiere. E funzionava. «Difendevo la mia doppia vita», racconta Paola. «Al casinò ritrovavo me stessa, dimenticavo me stessa. Stavo bene anche quando perdevo, ma appena fuori cominciavo a star male. A volte mi svegliavo di notte e, mentre Carlo dormiva, andavo a sedermi in salotto. Possibile, mi chiedevo continuamente, che io non sappia più farne a meno? Non sopportavo lidea della dipendenza, di essere come drogata».
Le slot machine ingoiarono quasi tutta la sua liquidazione, quel gruzzolo che le aveva dato tanta sicurezza. E anche il conto corrente che aveva con Carlo, dove lei versava la sua modesta pensione, anche quello era ridotto quasi a zero. Iniziò così a chiedere denaro in prestito ad amici e parenti raccontando bugie. Arrivò a sottrarre dei soldi di nascosto al figlio. Sulla disperazione, però, prevaleva la voglia di rifarsi delle perdite e così continuò a giocare. Chiese un prestito in banca per pagare i debiti, ma il conto tornò in rosso subito. Così anche Carlo arrivò a scoprire la drammatica verità: sua moglie si stava rovinando per il gioco. E il suo matrimonio vacillò. Carlo non capiva. Non aveva mai capito che cosa aveva significato per sua moglie ritrovarsi senza lavoro a neanche cinquantanni. E adesso le ripeteva che sarebbe stato meglio un amante. Che quella dipendenza dal gioco la degradava. Paola è arrivata al centro dieci mesi fa.

A riporre le loro speranze in una vincita con i concorsi di pronostici non sono tanto i ricchi (che hanno meno sogni di ricchezza da fare), né i più poveri (che non possono neanche permettersi il lusso di giocare), ma sono soprattutto i quasi poveri (che cullano i sogni più pazzi, e puntano specialmente sul Lotto e il Superenalotto), e anche, ma con meno entusiasmo, i quasi ricchi, perché forse fanno sogni più terra terra, e perciò puntano un po di più sui più realistici concorsi calcistici.