La Gazzetta del Mezzogiorno
24 aprile 2002
Gioco, altra beffa al Sud
di Maurizio Fiasco
È un'evidenza invisibile, il gioco d'azzardo divenuto di massa. Non riguarda più tanto i gamblers, gli scommettitori incalliti, che gettano via la loro esistenza sui tavoli verdi e nelle polverose bische clandestine. Coinvolge le famiglie, anzi particolarmente quelle a medio-basso reddito. Dal 1994 ad oggi il consumo è triplicato: da 12mila miliardi a 36 mila, per le puntate ufficiali. Che non hanno estinto quelle clandestine. Al contrario, queste ultime hanno ricavato delle utilità marginali dall'ampliamento della popolazione che ha contratto l'abitudine al rischio.
Si gioca ovunque nelle stesse proporzioni? Niente affatto. Impegnano così il 2,5 per cento delle loro entrate, i cittadini delle regioni meridionali, mentre il valore è nettamente più basso in quelle del Nord. L'economia dei giochi riproduce alla rovescia i vecchi dualismi del nostro paese: prospera di più laddove la produzione di ricchezza è minore. La controprova è che appena il sistema produttivo riprende a tirare, e si creano dei veri nuovi posti di lavoro, l'appeal dell'alea si attenua: come in effetti si è registrato nel 2000 e nel 2001. Per poi «recuperare», grazie all'incertezza del dopo 11 settembre (e all'offensiva del marketing dei gestori).
L'effetto del boom riguarda anche il diffondersi di forme patologiche di gioco. Significa che sono sempre più numerose le persone che non possono fare a meno di puntare, scommettere, restare incollate ad un monitor dove appaiono o i semi delle carte o dei numeri estratti. E così, accanto a una dipendenza psicologica - che avvolge i giocatori estremi, bruciando patrimoni e aziende - l'azzardo «a piccole dosi» (lotto, videopoker, scommesse secche e, da qualche mese, bingo) stabilizza nella condizione di povertà e di disagio molte migliaia di persone. Giacché la povertà non è solo mancanza di beni materiali, ma soprattutto passività, autosvalutazione. I venditori di gioco offrono speranza a chi avrebbe invece bisogno di potenziare la sua capacità di fare, di autoassistersi, di risollevarsi.
Dicevamo, evidenza invisibile o emergenza silenziosa. Come lo era, fino al 1991-92, l'usura: un analogo fenomeno pervasivo. E come ieri un parroco di Napoli, Massimo Rastrelli, ci ha rivelato la sopravvivenza di un arcaico prestito di sussistenza, e di finanziamento in nero alle piccole imprese rifiutate dalle banche, così oggi la Consulta Antiusura squarcia il velo che impedisce alla pubblica opinione di avere cognizione dei guasti dell'azzardo di massa. E invita a contenere l'offerta entro limiti socialmente sopportabili.
Quel che emerge interessa tuttavia anche gli economisti e le istituzioni pubbliche, senza tener conto delle posizioni etiche. Raccolti i dati e le cifre, ne risulta infatti un fenomeno paradossale. L'Italia, uno dei paesi che pur mostra alta propensione dei suoi abitanti a risparmiare sui consumi, è, per contro, il secondo mercato mondiale del gioco d'azzardo legale: 18 miliardi di dollari, pari al 9 per cento del volume totale «contabilizzato» nell'anno 2000 nel pianeta (145 miliardi di dollari). La quinta o sesta potenza industriale, per il coinvolgimento nelle varie scommesse si avvicina stranamente a società del Terzo Mondo, dove lo Stato ricorre a una fiscalità mascherata non disponendo di un'amministrazione finanziaria efficiente.
Si può dunque costatare che le fortune dell'azzardo traggono slancio dai dualismi e a loro volta li cristallizzano. Insomma, il gioco di massa appare socialmente iniquo per un fenomeno circolare: genera dipendenza in una condizione di depressione sociale, schiaccia interi strati di popolazione nella costante autosvalutazione delle opportunità che potrebbero offrirsi nella vita quotidiana. Altro che trionfo dell'ottimismo e della socialità.