Vade retro, Bingo! L'anatema risuona sempre più spesso in ogni parte d'Italia: dai pulpiti delle chiese fino alle tribune dei convegni dove si discute di gioco d'azzardo e usura, dalle sale comunali a quelle dei consigli di quartiere, dalle sedi della cattolica Caritas a quelle dell'Arci, associazione storica della sinistra, da Roma a Napoli, da Milano a Genova. Nella notte del 23 aprile a Roma, quartiere San Lorenzo, hanno addirittura dato fuoco al cantiere per una nuova sede. E una settimana prima, sempre nella capitale, gli anti Bingo sono scesi in piazza contro la più grande sala italiana, BingoRe, 1.500 posti; è stata la prima manifestazione contro la supertombola di Stato, molti prevedono che non resterà isolata. Perché, proprio mentre il nuovo gioco sta cercando di mettere radici, nasce un combattivo movimento trasversale di protesta, il partito NoBingo. Una formazione appena nata ma che ha raccolto un bel po' di risultati.

A Roma, per esempio, subito dopo la manifestazione antitombola, il comune ha cercato di correre ai ripari con una lettera al ministro dell'Economia Giulio Tremonti, che ha la responsabilità dei giochi di Stato, per rivendicare «il coinvolgimento delle amministrazioni locali nella pianificazione territoriale delle sale». Come dire: lo Stato non può autorizzare Bingo a tutto spiano pensando agli aggi sulle giocate e scaricando sui comuni e sui cittadini gli effetti non sempre benefici di quelle aperture. A Modena, il comune ha negato a tutti l'autorizzazione per trasformare i cinema in Bingo sostenendo che i cittadini non li vogliono e il piano regolatore non li prevede.
Due mesi fa a Genova è stata aperta una sala in via Donghi, ma è stata chiusa a furor di popolo dopo appena un paio di settimane. Dei sette Bingo genovesi autorizzati dai Monopoli di Stato ne funziona solo uno, il Miramare, nell'ex splendido hotel stile liberty sulle alture di Principe. E anche quello genera mugugni tra i cittadini perché non c'è ancora un parcheggio e per raggiungere l'ex albergo c'è solo un servizio di bus navetta.

A Napoli, per il 15 dicembre 2001, era prevista l'apertura di 22 sale, ma siamo a maggio e in una sola si gioca davvero e per di più in provincia, nel comune di Mugnano. Le altre sono bloccate dalle proteste, dai ricorsi delle società escluse dalla graduatoria e dalle cause pendenti nei tribunali di mezza Italia. Un paio di Bingo sono stati aperti a Salerno, ma subito anche qui è partito un cannoneggiamento ad alzo zero diretto soprattutto da un gesuita combattivo e deciso, padre Massimo Rastrelli, che si è portato dietro sindacalisti Cgil, un assessore provinciale e perfino il presidente dell'Associazione cittadina dei commercianti che, a logica, dovrebbe invece stare dall'altra parte. Da una televisione molto seguita da quelle parti, Tele Lira, padre Rastrelli ha tuonato contro «la nuova schiavitù del Bingo» e il gestore della sala salernitana di via Sichelmanno, Pino Rizzo, risentito, lo ha chiamato Torquemada. Ma parlando con Panorama padre Rastrelli rinvia al mittente l'offesa: «Siete voi che con il Bingo come Torquemada mettete in galera i cittadini, soprattutto la povera gente, io invece voglio tirare fuori dal carcere i prigionieri del vostro gioco».

In Abruzzo, a L'Aquila, un'infinità di ricorsi e controricorsi e un provvedimento di sospensione adottato dalla giunta di centrodestra bloccano la sala che doveva essere aperta a metà marzo in via XX Settembre. La società concessionaria, la Playservice della spagnola Cirsa e della Lottomatica, frigge nell'attesa, ma la faccenda va per le lunghe. La sala aperta nel centro di Lametia Terme, provincia di Catanzaro, con annessi paninoteca e bar, è stata chiusa, invece, dopo appena una settimana direttamente dalla polizia per una serie di fatti delittuosi e inquietanti: all'inizio di marzo è stato assassinato un avvocato noto in quella zona, Torquato Ciriaco, un professionista che oltre a detenere una quota nella società di gestione del Bingo era anche l'avvocato del titolare. Di fronte a queste circostanze il questore di Catanzaro, Biagio Giliberti, ha ritenuto opportuno far tirar giù la saracinesca.
Contro il Bingo si è mossa per prima la Chiesa. La condanna più autorevole è stata quella del cardinale Dionigi Tettamanzi, indicato come uno dei possibili successori di Papa Giovanni Paolo II. La Cei, Conferenza episcopale italiana, ha versato 3 miliardi delle vecchie lire per sostenere la battaglia della Consulta antiusura di Alberto D'Urso, un monsignore che, se potesse, chiuderebbe tutte le 185 sale Bingo d'Italia. Mentre il quotidiano cattolico Avvenire ha espresso le sue riserve sul nuovo gioco con uno scritto del direttore, Dino Boffo, e Famiglia Cristiana ha dedicato una lunga inchiesta alla faccenda con un titolo forte: «Azzardo di Stato».

Se per la propaganda il Bingo è un'occasione di socializzazione, per molti sacerdoti e cattolici militanti, invece, il nuovo gioco è un meccanismo perverso che con i suoi tempi (meno di 3 minuti a partita) non lascia spazio a niente che non sia azzardo, spenna la gente, soprattutto quella più povera, crea nuove pericolose dipendenze, esalta valori negativi come ricchezza e successo a tutti i costi e tira la volata all'usura. E mentre il cardinale Tettamanzi lancia a Genova la sua scomunica, a Roma il vescovo ausiliare Rino Fisichella, da Telespazio appare più morbido: «Se il Bingo è un'occasione per stare insieme, ben venga... se diventa un'ossessione allora ne va della dignità della persona». E molte sale Bingo sono state inaugurate con la benedizione dei vescovi «agli ambienti e a chi li frequenterà».
Contro il Bingo sono anche molti sociologi, da Maurizio Fiasco, studioso della criminalità organizzata che già un anno fa avanzò molti dubbi sul nuovo gioco, a Francesco Alberoni di Ageing society, onlus che si occupa di invecchiamento e ha individuato nel supertombolone «una grave minaccia per gli anziani». Per non parlare di alcuni psichiatri e psicologi, con in testa lo psicoterapeuta Rolando De Luca, animatore dell'Agita, associazione di ex giocatori e dei loro familiari. E poi il professor Cesare Guerreschi, responsabile del Siipac, associazione antiazzardo, e il dottor Mauro Croce, che opera a Verbania. Sulla base dell'esperienza spagnola e inglese, va prendendo corpo l'idea che il Bingo crei dipendenza, al pari di quelle dall'alcol o dalla droga, tanto che per indicare le nuove vittime è stato coniato un neologismo non proprio bellissimo: ludopati.
A contrastare il Bingo, però, c'è soprattutto la gente comune, in prevalenza in quelle città dove le sale sono state dislocate a casaccio o tenendo conto solo del futuro profitto dei gestori e dello Stato. Come a Roma, dove in un paio di chilometri quadrati intorno all'Appia ci sono la bellezza di sei Bingo. In quasi tutt'Italia i comuni, del resto, non vedono di buon occhio il nuovo gioco, per un motivo preciso: i soldi. Se lo Stato e i gestori, infatti, su ogni giocata incassano il 42 per cento (23,8 lo Stato, 18,2 i gestori), i municipi non vedono una lira. In più gli amministratori locali, per legge, non hanno alcun titolo per dire mezza parola sulla collocazione delle sale, e alla fine della fiera che cosa si ritrovano? Traffico, cittadini esasperati, proteste: non proprio un bell'affare.
(hanno collaborato Paolo Chiariello e Giampiero Timossi)


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