Il Piccolo
31 agosto 2002
Giovanni Austoni, giovane psichiatra triestino, è autore della prima tesi in Italia sugli aspetti patologici di questo comportamento
Gioco d’azzardo come droga. E si può morire
Si fa strada l’ipotesi che possano esserci fattori genetici predisponenti aggravati da ambiente e cultura
di g.z.
Il Bingo apre, il Bingo chiude, il Superenalotto esce (non esce...), e quanto al casinò: chissà. Una febbre da gioco che sale, che tocca fasce di popolazione fino a ieri annoiate dalla tombola e distratte sul resto. Ma dietro le quinte questa apparente innocenza nasconde anche storie cupe e tragiche, quelle dei «malati di gioco», che non riescono a staccarsi dalla droga dellazzardo, e che navigano finora molto soli nei cupi fondali di una disperazione che attanaglia anche famiglie finite sul lastrico e spesso si chiude con il picco assoluto del suicidio.
E una sindrome ancora poco studiata, colpisce circa 600 mila persone in Italia (ma per ciascuna altre dieci sono coinvolte), soprattutto nella nostra regione e in Alto Adige, zone di confine, dove si concentrano i casinò. Così non sarà un caso che proprio alla facoltà di Medicina di Trieste sia stata discussa da poco la prima tesi di laurea di ambito medico in Italia: «Gioco dazzardo patologico: psicopatologia e personalità in una prospettiva multidimensionale».
Ne è autore il triestino Giovanni Austoni, che ha sviluppato largomento avendo come relatori il prof. Eugenio Aguglia, direttore della Clinica psichiatrica di Trieste e Bernardo Spazzapan, direttore del Dipartimento per le dipendenze di Gorizia. Il 21 settembre Austoni, assieme ad altri tre neolaureati italiani, parteciperà alla seconda edizione di «Lauree dazzardo» organizzata dallAssociazione degli ex giocatori dazzardo (Agita) di Campoformido, uno dei due soli centri - laltro è in Lazio - che si occupa di «disintossicare» i malati di roulette, sotto la guida dello psicologo Rolando De Luca, acerrimo «nemico» di ogni proliferazione selvaggia di videopoker, sale Bingo, «slot machine» e similia.
La tesi che il giovane psichiatra ha sviluppato, analizzando la letteratura internazionale e facendo unanalisi con questionari su 44 giocatori estremi, 55 alcolisti (provenienti dal centro di alcologia di Trieste e Gorizia) e 60 «sani» di confronto, è che il «gioco dazzardo patologico» è più una malattia che un vizio come finora si tende compassionevolmente a crederlo, o un semplice difetto comportamentale.
In particolare, chi gioca senza freni ha delle caratteristiche «più simili a chi ha dipendenza da eroina e cocaina che allalcolista - spiega Austoni -, e ricade specificamente nella categoria di chi ha disturbi impulsivi». Si fa strada lipotesi che possano esserci fattori genetici predisponenti, aggravati poi da situazioni ambientali e culturali. Ma che cosa cerca chi gioca fino a rovinarsi?
«Chi gioca al casinò o scommette sui cavalli - spiega il neolaureato - cerca sensazioni forti, eccitazione crescente, pari a quella di chi si butta giù dai ponti seppur legato. Sono le prime vincite a dargli forza, si sente potente e padrone di sè, poi nellarco di qualche anno arriva alla fase finale della dipendenza: il gioco diventa per lui la cosa più importante della vita, comincia a dire bugie in famiglia, quando è pieno di debiti associa altri disturbi psichiatrici, finisce in depressione, può diventare violento contro gli altri o se stesso». Oppure soffrire di astinenza. Oppure curarsi.
Ma su questo fronte le possibilità sono poche. Né la legislazione, né la cultura corrente (che anzi considera il gioco come un fenomeno positivo, o abitudine sofisticata, o viceversa un grande affare per il gran giro di soldi e guadagni) e nemmeno la medicina sono coalizzate e preparate per questi casi. Che del resto, per loro stessa natura, tendono a nascondersi. Eppure, oltre che alla genetica, i medici più avvertiti ora guardano anche ad altro: chi gioca da pazzi ha problemi fisici a livello dei neurotrasmettitori. «Purtroppo - nota Austoni - non si possono fare iniezioni di dopamina o serotonina...».
Diverso ma non tanto il discorso che riguarda le «macchinette» da bar. Attirano soprattutto le donne depresse, «hanno un effetto analgesizzante e anestetizzante». Ma il meccanismo veloce (gioco-vincita, gioco-perdita) crea più che sollievo un effetto ipnotico, perché il rapporto con la «slot machine» è troppo esclusivo, e la dinamica della gratificazione troppo veloce. Non resta spazio per altro, si resta intrappolati.
«Questi giochi si diffondono sempre più - aggiunge Austoni - e noi sappiamo che provocheranno disastri. Ma in Italia cè molta miopia su questo pericolo. Le leggi (una recente) nascono già superate, e le lobby premono affinché non siano più severe. Solo di recente, poi, il gioco dazzardo patologico è uscito dalla sfera dei cosiddetti comportamenti deviati, ha interessato anche la medicina oltre che la psicologia». Ma già si è capito che questi prigionieri di un divertimento per loro distruttivo sono vittime di «dipendenza pura», cioé sono dipendenti senza uso di sostanze. E non solo questo li differenzia dagli alcolisti cui sono stati a lungo apparentati (anche perché i due «vizi» sono spesso uniti nella stessa persona, come il fumo), perciò anche la «disintossicazione» deve avvenire per vie diverse.
Ma questa inoculazione di gioco di massa da dove viene? E sempre lAmerica che insegna? No, qui siamo allievi della Spagna. «La Spagna - dice lautore della tesi - ha il più alto tasso di giocatori dazzardo dEuropa, è una tradizione che viene fin dal Medioevo. Invece i paesi più sensibili al pericolo che il gioco si trasformi per qualcuno in un disastro sono quelli nordici». In Olanda i casinò destinano una quota delle tasse al finanziamento delle cure per i «patologici» cui pure vendono le «fiches».