Messaggero Veneto
11 settembre 2002
Il provvedimento della giunta allora guidata da Antonione ripropone il contenzioso Stato-Regione
Il governo boccia la legge sui casino'
Asquini (Fi): colpa del finto federalismo dell’Ulivo. Ritossa (An): deciderà la Consulta
TRIESTE Il "governo amico" affossa la legge sui casinò, già vessillo, nel nome dell'economia e soprattutto dell'autonomia regionale, dellallora presidente della giunta regionale Roberto Antonione. Alle affermazioni indignate contro una bocciatura considerata tutta politica perché presa dal governo dell'Ulivo, erano seguite le promesse: quando a Palazzo Chigi ci sarà Berlusconi, con il suo liberalismo e il suo federalismo, niente più problemi. Invece, dopo la nuova approvazione del testo, riproposto da Mario Puiatti, dei Verdi, è ancora impugnazione davanti alla Consulta (prassi che ha sostituito il rinvio, dopo le modifiche costituzionali) e per argomentazioni già sentite: invasione della materia penale e dell'ordine pubblico, travalicamento dei poteri dello Statuto speciale.
Ma, secondo il forzista Roberto Asquini, la colpa rimane del centrosinistra: "Il finto federalismo dell'Ulivo, contro il quale ho votato al referendum, è drammaticamente insufficiente. Quello vero lo faremo noi. E la riscrittura dello Statuto che il presidente Tondo sta per avviare va proprio nella direzione di un rinforzo dell'autonomia", dice. "Comunque abbiamo posto un problema importante, dando uno stimolo a legiferare. Poi se la soluzione verrà dalla Regione, dalla Corte costituzionale, dal Governo, è secondario. La cosa più limpida sarebbe una norma nazionale, così si taglierebbe la testa al toro".
Anche il compagno di schieramento Isidoro Gottardo, che non aveva votato al momento dell'approvazione, è tutt'altro che indignato. "Il governo ha fatto bene a garantire le coerenza dello Stato rispetto a una posizione non determinata da ragioni di ordine politico, ma da un ordinamento preciso. Non tutti, all'epoca, dissero che la bocciatura dipendeva dal diverso colore tra il governo nazionale e quello regionale. Anzi tutte le persone di buon senso sapevano benissimo che la politica non entrava affatto, nella vicenda", riflette. "Io, per convinzione personale, sono contro ogni forma di gioco d'azzardo, perché non aiuta la società a crescere. Ma capisco il problema posto sul piano economico, quello della fuga di capitali".
Adriano Ritossa, capogruppo di An, ricorda che lo spoil system è ancora di là da venire: "Chiaro che la burocrazia, che è sempre quella, non poteva smentirsi. Ma sono contento che finalmente tocchi a un organismo terzo, la Consulta, di pronunciarsi nella querelle tra Stato e Regione", osserva. Poi lancia una proposta provocatoria: "Occorre trovare lo strumento, magari il cavillo, per arrivare comunque a una soluzione. Per esempio, Grado, sotto l'Austria, aveva una casa da gioco. Non vedo perché, in forza del trattato di San Germano o di altre norme, questo diritto non possa esserle riconosciuto anche oggi".
"Lo sapevo che la legge a Roma sarebbe stata fermata. C'è il problema degli altri casinò, istituiti con norma nazionale", commenta invece il segretario leghista Beppino Zoppolato. "Ma la battaglia era da fare, la partita da aprire. La materia penale non mi convince, credo si possa trovare una via per evitare l'inghippo: che rilevanza penale può avere l'apertura di una casa da gioco? Mi pare piuttosto che in merito dovrebbe esserci competenza primaria delle Regioni".