E l'uomo incontrò il gioco, si potrebbe dire, parafrasando il titolo di un celebre volume di Konrad Lorenz, se consideriamo che ricerche archeologiche ed antropologiche hanno evidenziato la presenza del gioco d'azzardo in ogni epoca, cultura e civiltà della Terra.
Nella nostra società un numero sempre maggiore di gente si dedica in maniera più o meno assidua al gioco d'azzardo. Un problema? Senza dubbio, se non altro sotto il profilo medico, sociale ed economico. Lo testimonia iL numero delle persone che cercano aiuto al "Cenro di terapia per ex giocatori d'azzardo e le loro famiglie", che opera a Campoformido dal 1995, tra I pionieri in Italia, ma anche la pubblicazione delle prime tesi di laurea svolte in varie univerità, che Rolando De Luca, responsabile del centro, definisce "un contributo scientifico a tutta l'attività terapeutica e sociale che cerca di sensibilizzare la pubblica opinione sul problema relativo al gioco d'azzardo".
Finora le tesi sull'argomento sono una quindicina. Sabato 21 settembre, nel corso del secondo convegno "Lauree d'azzardo", organizzato a Campoformido, ne saranno presentate altre quattro.
"La consapevolezza che il gioco d'azzardo patologico sia una vera e propria patologia psichiatrica -spiega Giovanni Austoni, laureato in Medicina a Trieste- da trattare e seguire come ogni altro disturbo mentale, risulta in crescita". Il gioco d'azzardo patologico (Gap) rimane tuttavia un problema di sanità pubblica sottostimato, sia per il mascheramento sociale del giocatore, privo di segnali evidenti di dipendenza, sia per la frequente presenza in lui di altri importanti disturbi che fanno considerare il gioco solo un problema collaterale. "La colpevolizzazione delle persone con problemi di gioco, interessi politico-economici, la scarsa conoscenza in materia da parte della classe medica -dice Austoni- portano a sottovalutare il problema, e lo scopo della mia tesi è quello di riempire questo vuoto, con l'auspicio che I tempi siano ormai maturi per la presa di coscienza del problema a tutti I livelli".
Clara Galetto, laureata a Padova in psicologia, ha redatto un percorso esplorativo nella patologia del gioco sotto il profilo degli aspetti diagnostici, delle esperienze riabilitative, della prevenzione. "Il Gap- spiega Galetto- presenta una linea di continuità tra la dipendenza da sostanze e quella senza droghe. Vi è inoltre spesso comorbità con disturbi ossessivo-compulsivi, con disturbi dell'umore (il 76% dei casi manifesta depressione e il 28% disturbi d'ansia), con il disturbo da deficit dell'attenzione o da iperattività, e un dato drammatico tra I giocatori patologici è che circa il 20% tenta il suicidio in preda alla disperazione".
Sara Biffi, psicologa laureata a Milano, vive a Mapello, in provincia di Bergamo. "Nel mio paese -racconta- sentivo di gente invischiata nel gioco d'azzardo, che puntava grosse quote per il totocalcio e il totogol soprattutto ". Di qui l'interesse per il Gap e lo svolgimento di una tesi di statistica per capire se la depressione, caratteristica dei giocatori, sia un fenomeno di causa o di effetto del gioco stesso. "L'impulsività e una sorta di insoddisfazione e noia -afferma Biffi- sono tratti caratteristici dei giocatori, che giocano per uscirne. La depressione sta a monte o è successiva alle perdite di denaro e ai problemi familiari conseguenti? Il mio lavoro indica la depressione come effetto".
Che il giocatore sia impulsivo e depresso lo dice anche Sofia Perinelli, psicologa laureata a Padova, a causa della scarsa capacità di tollerare lo stress. "I problemi di natura affettiva che I giocatori manifestano -aggiunge Perinelli- potrebbero essere dovuti al fatto che I soggetti provano una certa difficoltà a vedersi in senso positivo e ad instaurare il rapporto con gli altri".