Sullo sfondo delle storie di coloro che restano avvolti nelle spire, a volte fatali, del gioco d’azzardo vi sono I fasti (e I nefasti) socioeconomici di un’Italia in forte crescita, e in particolare di alcune delle regioni più laboriose e attive del Nord-Est passate in breve tempo dalla piaga dell’emigrazione all’impatto con il benessere diffuso, e, adesso, con gli effetti quanto mai imprevedibili della globalizzazione.
Forse anche a causa di questa rapida trasformazione, nel corso degli ultimi anni il gioco d’azzardo è diventato, in Italia, un fenomeno di vaste proporzioni.
Le indagini più recenti rilevano che oltre l’80 per cento degli italiani dedica qualche attenzione al gioco ed evidenziano che la quantità di denaro sperperata in tal modo è in costante aumento; nel 2002 si ipotizza con molte probabilità di non sbagliare che, tra gioco legale e illegale, si spenderanno complessivamente in Italia quasi 60 mila miliardi di lire. I dati disponibili individuano attorno al 3 per cento dei giocatori (occasionali o abitudinari) l’incidenza del gioco d’azzardo patologico.
D’altra parte totocalcio, enalotto, superenalotto, gratta-e-vinci, bingo, superbingo (anche via Internet), videogiochi, slot-machine, poker, casinò, ecc… hanno sostituito giochi d’azzardo antichissimi e ben collaudati, anche se oggi praticamente scomparsi. Oggi l’evolversi dei costumi e il crescente bisogno di trasgressione e di libertà, fanno sì che agli occhi dei comuni mortali il gioco d’azzardo diventi un diversivo molto accattivante e addirittura un bene di consumo promosso e pubblicizzato come occasione di incontro e di scambio, con promesse di vincite facili e sempre più elevate.
Ma non è proprio così. Anzi. Infatti, anche se a una prima lettura il rischio di diventare giocatori patologici appare relativamente basso, facendo un calcolo approssimativo vedremo subito che in Italia le persone giunte a questo grado di assuefazione sono tra le 500 e le 700 mila. Ma dal momento che il problema non può essere ricondotto esclusivamente al singolo giocatore ma va esteso quantomeno al nucleo familiare, dobbiamo tenere in seria considerazione il fatto che questa eventualità determina una forte lievitazione delle persone direttamente o indirettamente coinvolte. Il fenomeno va dunque inteso nella sua interezza e complessità, considerando soprattutto che le varie offerte di gioco diventano sempre più aggressive e istituzionalizzate (non ultima l’apertura di centinaia di case da gioco per il Bingo, su tutto il territorio nazionale) e dato che le persone coinvolte sono in costante aumento.
Diventano urgenti gli interventi in materia di prevenzione (almeno secondaria) per la riduzione dei danni provocati dal gioco d’azzardo. Aspetti preventivi indispensabili, ma che a tutt’oggi sono del tutto inesistenti in Italia, come ridurre l’offerta di gioco, contenerne la pubblicità, informare il pubblico sui pericoli della dipendenza, attivare servizi atti a far smettere di giocare, potrebbero essere alcuni tra I provvedimenti auspicabili, ma ancora nessuno dà l’impressione di volersene occupare seriamente.
Va rivista la cultura della prevenzione e, nel caso specifico, del gioco responsabile che andrebbe affrontato, quanto meno, con un intervento forte, tale da equilibrare le entrate dovute alle tasse sul gioco con le spese dovute al contenimento del danno prodotto.
Nel caso dei fenomeni di dipendenza (dal gioco d’azzardo, in particolare) constatiamo la perdita della libertà interiore della persona rispetto all’oggetto desiderato; il problema quindi non è l’eliminazione del desiderio ma l’impossibilità di resistervi. La nostra esperienza indica che solo un giocatore su venti chiede aiuto in prima persona, e ciò accade di norma soltanto quando si è toccato il fondo. Ma toccare il fondo significa, spesso, avere già progettato il suicidio; o aver pensato di organizzare una rapina a mano armata oppure aver progettato di preparare una fuga all’estero…
Dovrebbero quindi essere I familiari (o le persone “vicine”) a chiedere aiuto nei casi di dipendenza da gioco; tuttavia, come spesso accade, I familiari non sono in grado di “vedere” ciò che sta accadendo sotto I loro occhi, e quindi sono costretti loro stessi a “svegliarsi improvvisamente dal letargo” in cui sono vissuti fino a quel momento.
L’esperienza dimostra che dal tunnel della dipendenza da gioco si può uscire. Risalire alla vita d’ogni giorno, quando tutto appare irrimediabilmente perduto, è un altro grande gioco d’azzardo che nulla ha a che fare, per intensità e spessore, con I giochi precedenti.
Se dunque è vero che il gioco può essere un tunnel senza vie d’uscita, è altrettanto vero che il tunnel può essere attraversato e diventare, anzi, un’occasione unica e irripetibile di cambiamento. Una rinascita che può coinvolgere, oltre alla nostra vita, anche quella degli altri.
Rolando De Luca
Psicologo e psicoterapeuta, responsabile del Centro di terapia per ex giocatori d’azzardo e loro famiglie di Campoformido (Udine)

CAMPOFORMIDO
Come nasce il centro di De Luca

Nel 1995 il dottor Rolando De Luca inizia a Campoformido un lavoro con alcuni giocatori d’azzardo e con le loro famiglie. Il Comune patrocina l’iniziativa mettendo a disposizione una sala per gli incontri dei gruppi terapeutici e un recapito telefonico cui tutti possono rivolgersi se interessati o coinvolti nel problema. Attualmente I gruppi di terapia sono quattro (oltre a una comunità terapeutica) e coinvolgono tra giocatori d’azzardo e familiari un centinaio di persone. Tra I giocatori che frequentano I gruppi il 90% non gioca più d’azzardo mentre il 10%, pur continuando a frequentare, continua a giocare seppure in modo nettamente inferiore rispetto alla data d’inizio della terapia. Il 25 maggio 2000 si è pure costituita legalmente l’Associazione degli ex giocatori d’azzardo (Agita) e delle loro famiglie con sede a Campoformido in largo Municipio 7, della quale è presidente Marco Rizzi.


Lo psicologo Cenedese dell'Ulss 7
Il gioco piu' pericoloso? Sicuramente I video-poker

Un inferno, è un autentico inferno la vita del malato da dipendenza da gioco d’azzardo. Ha bisogno di giocare con quantità crescenti di denaro. È irrequieto e irritabile quando tenta di ridurre il gioco. Dopo aver perso, spesso torna un altro giorno per giocare ancora. Mente ai membri della famiglia e al terapeuta per occultare il grado di coinvolgimento nel gioco. Mette a repentaglio relazioni significative, il lavoro, opportunità scolastiche o di carriera. Insomma non controlla più se stesso. È il gioco a farla da padrone. Per aiutare I “gioco-dipendenti” a riappropriarsi della propria vita si sta organizzando nell’ambito del Servizio tossicodipendenze dell’Ulss 7 (con sede in viale Spellanzon a Conegliano) un apposito modulo terapeutico. Tra gli operatori vi è lo psicologo Carlo Cenedese. «Attualmente – spiega – abbiamo tre casi in cura ma riceviamo continuamente telefonate con richieste di informazioni e di consigli. Di solito sono I familiari del “malato” a farsi vivi, anche perché questa dipendenza ha conseguenze pesanti sulla famiglia». Dottor Cenedese, quando un giocatore è da considerarsi “dipendente”? «Vi sono dei criteri diagnostici universalmente riconosciuti che individuano la persona affetta da Gap (Gioco d’azzardo patologico), malattia che rientra tra I disturbi mentali (vedi tabella). Poi vi sono dei test che ci permettono di capire a che livello è il problema». Chi è il malato tipo? «Non esiste. Si arriva al Gap attraverso strade diverse. C’è chi gioca una prima volta, vince una grossa cifra, poi perde, quindi continua per rifarsi. In altri casi abbiamo una progressione della frequenza del gioco e delle somme scommesse. In genere si tratta di maschi, dai 30 anni in su. Molti giocatori hanno anche problemi con sostanze stupefacenti o disturbi della personalità». Quali cure prestate? «Innanzitutto vi sono colloqui medici e psicologici per cogliere I bisogni espressi dal paziente. La terapia può essere di carattere farmacologico, ad esempio con anti-depressivi, e/o psicologico. Inoltre sono previste misure preventive come il divieto per il paziente di uscire da solo con soldi in tasca oppure l’amministrazione controllata del patrimonio. Possiamo appoggiarci a strutture specializzate, come quella di Campoformido. In futuro contiamo sull’organizzazione di gruppi di auto-aiuto». E se ne esce? «Come per tutte le dipendenze se ne può uscire ma resta una vulnerabilità». Cosa la colpisce di questi malati? «La profonda solitudine e il totale isolamento dal mondo. Sono inebetiti dal gioco». Qual è il gioco più pericoloso tra quelli in circolazione? «Sicuramente I video-poker. È indubbio che la crescita del problema sia legata alla diffusione di queste macchinette. Si trovano ovunque e, per chi è malato, resistervi è difficile. Sotto c’è un grosso business: certi bar ormai fanno più soldi con I video-poker che non con le consumazioni». Federico Citron


Bombardati dalle offerte
Bar, edicola, TV: assediati dal gioco

Supponiamo che non esista il gioco d’azzardo clandestino: così anche la piccola Vittorio appare con una concentrazione impressionante di opportunità, luoghi e forme di gioco. Gioco non per divertimento ma per soldi, gioco solitario e non di gruppo, gioco di adulti e non di bambini, o almeno speriamo. Gioco non nei prati o nei campetti; ma in quattro luoghi altrettanto apparentemente innocui: case, bar, edicole, tabaccherie. Cominciamo da quattro bar scelti a caso, nella zona Meschio-Salsa. Che, come tantissimi altri in città, hanno I loro aggeggi alti e stretti, con schermata accattivante, una fila di pulsantoni, e – fondamentale! – la fessura in cui inserire le monete, e l’altra per le banconote da 5 e 10 euro. Che si spendono assai facilmente. Sullo sgabello davanti al videopoker si passano le ore a giocare, digitando ogni pochi secondi nuove combinazioni; sempre soli. I pensionati di fronte stanno in compagnia e giocano a carte; lui (o lei) guarda lo schermo, spesso in un angolo appartato. Sopra ai videopoker, per legge, dovrebbero essere visibili l’autorizzazione a installarli data al bar, e l’elenco di tutti I giochi proibiti. Eppure questa regola non è rispettata: al massimo è esposto uno solo dei due fogli. Eccoci in una tabaccheria cenedese. Dove un tempo si giocava al totocalcio ora si è moltiplicato l’arsenale dei giochi possibili, dove conta solo la fortuna: totobingol, totosei, totogol, formula 101; e poi totip, totip più, corsa tris, lotto e superenalotto (lavagnetta aggiornata con l’ammontare del jackpot). E chi più ne ha più ne metta: di giochi, ma anche di soldi. Ma per sapere le giocate giuste, vado in edicola: “Il giornale del lotto”, “Superlotto” e “Fantalotto”; in più, in offerta a metà prezzo una serie di libri di consigli su come vincere. E se abbiamo ancora voglia di tentare la fortuna, prendiamoci anche “un gratta”: di gratta e vinci ce n’è sempre uno diverso: dalla caccia al re, al gioco dei mondiali, all’attuale scopa. Ma l’unico che incassa di sicuro in tutta la vicenda è lo Stato. Ancora voglia di giocare? Eccoci a “New Bet” (Bet non è il cognome, ma “scommessa” in inglese): l’unico posto dove si va a giocare, ma I minorenni non possono entrare. Dentro solo uomini: stravaccati seguono in tv gare ippiche (decine al giorno) su cui hanno scommesso; oppure scelgono il calcio, e hanno a disposizione un foglio-papiro di possibilità su cui puntare, incluse partite sconosciute del campionato danese o della b francese. Per provare il brivido vero, poi, a due ore da casa ci sono I casinò sloveni di Nova Gorica e Portorose, con annessa cena di pesce. Torno a casa. Eccomi su Internet, dove ovunque saltano fuori proposte di giochi di carte (di credito, anzitutto); o accendiamo la tv: “Il lotto alle otto”, e nei tg sempre notizie su chi ha vinto il superenalotto. Poi ci sarebbe anche tutto il mondo del gioco d’azzardo clandestino. Ma questo è un altro discorso. Forse.
Tommaso Bisagno


Vite da "giocatori"
L'illusione di riempire il vuoto

Carrellata di storie di vite ordinarie, fin troppo, che cercano lo straordinario nel gioco, ma finiscono perdendo: affetti e ragione ancor più che soldi. Come la vita di Paola, in pensione molto presto, con lunghi giorni vuoti in casa. Tranne quel pomeriggio al casinò di Nova Gorica: alle slot machine, pochi soldi, persi senza fastidio. Con un piacere sottile: il tempo, per una volta, era volato via. E volò per sette anni, ogni giorno al casinò: «Lì ritrovavo me stessa, dimenticavo me stessa»; e mille bugie alla famiglia. La rovina economica. Il marito la scopre, ma non capisce perché; non capisce il vuoto di Paola, senza lavoro a meno di 50 anni. Era meglio se ti trovavi un amante, le diceva. Anche Irene è al casinò per colmare una vita vuota: «Solo lì per me avveniva il miracolo dell’oblio». Mentre Roberto sfugge al senso di fallimento, rispetto ad un padre che da lui voleva troppo. Giovanni inizia vincendo: «Un’euforia assoluta: si potevano raggiungere senza fatica l’estasi e la ricchezza. Ero convinto di essere onnipotente, di avere doti eccezionali e per questo essere premiato». Armando insegue il passato: esce da una grigia vita d’ufficio rubando dalla cassa I soldi per giocare d’azzardo… la gran passione di suo nonno cui tanto era legato. Antonio è imprenditore di successo, ma al tavolo verde è dipendente, sconfitto, umiliato. Lui che in ditta controlla miliardi accetta che sia la moglie a tenere I soldi e a controllarlo. «Ma ho ancora voglia di giocare, e anche durante la terapia ogni tanto ci sono ricaduto. Ero in vacanza: lasciami divertire, almeno una sera; non può farmi male, non si può solo lavorare, nella vita…». (alcune testimonianze sono tratte dal libro “Vite d’azzardo”)


Conegliano
Il 29 un convegno di Dina Orsi

“Il gioco d’azzardo: il piacere, l’imbroglio, la dipendenza e la terapia” è il titolo della conferenza che Rolando De Luca – responsabile del Centro di terapia di Campoformido (Ud) per ex giocatori d’azzardo e le loro famiglie – terrà venerdì 29 novembre, alle 20.30, all’auditorium Dina Orsi di Conegliano. L’invito è rivolto a tutti e in particolare agli adulti che ricoprono ruoli educativi (genitori, insegnanti, educatori, ecc…). L’iniziativa è promossa dal Servizio tossicodipendenze dell’Ulss 7 (nella foto Michela Frezza, responsabile del Servizio).