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01 gennaio 2003
Vizio eticamente ed economicamente dannoso
La ratio delle attuali norme (art.718 e segg. c.p.), che reprimono il gioco d'azzardo, risiede nell'interesse statale ad impedire l'esercizio di una attività che costituisce un vizio eticamente ed economicamente dannoso per chi lo pratica, per la sua famiglia e per la società in genere, oltre che frequente causa di disordini e anche di delitti. Si ha gioco d'azzardo in presenza di due elementi essenziali: - aleatorietà: sull'esito del gioco incide soltanto la sorte o la fortuna è elemento preponderante sull'esperienza e l'abilità del giocatore; - fine di lucro: conseguire vantaggi economicamente valutabili in denaro o altre utilità, senza che rilevi l'effettivo conseguimento dell'arricchimento. La Costituzione italiana riconosce la dignità dell'uomo, il lavoro, la famiglia, la promozione dello sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica, la solidarietà e non contempla il gioco d'azzardo, che annulla e svilisce tutto ciò che la Costituzione tutela. Giustificare l'istituzione delle case da gioco con esigenze turistiche ed economiche locali, significa sottovalutare le potenzialità di una Nazione che ha cultura, arte e storia, oltre a bellezze naturali, settori nei quali dovrebbero impegnarsi gli imprenditori. Relegare i divieti penali nel semplice perseguimento dell'ordine pubblico, significa sottovalutare le molteplici conseguenze del gioco d'azzardo. Ove anche fosse che la Polizia del casinò riuscisse a evitare disordini (ma chi gioca in una città, non è detto che delinqua in quella città), certo nulla può sulla psiche del giocatore, sulla sua famiglia, sui guasti del tessuto sociale. E poi, un casinò gestito da privati, consente a questi ultimi di introitare i guadagni (solo in piccola percentuale destinati a Stato, Regioni e Comuni), previa costituzione, a loro esclusivo vantaggio,di una zona "franca", dove ciò che è vietato a tutti gli altri cittadini, a loro è consentito grazie ad una deroga.
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