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La Vita Cattolica
01 dicembre 1999
Il 2-3% dei giocatori rischia la dipendenza e l'entrata in un tunnel che spesso finisce con il suicidio. Per uscirne occorre volontà, l'aiuto di un gruppo e di un "tutore"
Gioco d'azzardo, malattia sociale.
A Campoformido si progetta di far partire una innovativa esperienza contro la "febbre del gioco"
GUARIRE DALLA "FEBBRE del gioco d'azzardo si può. E' questo il senso di una iniziativa patrocinata dal comune di Campoformido nell'ambito del "Progetto salute", oggetto di un incontro venerdì 17 aprile, presso il Polifunzionale. Anche a Campoformido, infatti potrebbe nascere un gruppo di persone affette da dipendenza da gioco di azzardo, analogamente a quanto avviene già, da 3 anni, a Remanzacco. Nel Friuli-Venezia Giulia migliaia di persone frequentano i casinò sloveni. Per la gran maggioranza tutto si risolve in una serata di divertimento diversa dal solito. Ma una piccola percentuale dì essi (alcuni, studi d'oltreoceano la stimano attorno al 2-3%) diventano giocatori "dipendenti". "Si tratta - afferma il dott. Rolando De Luca, psicologo e psicoterapeuta responsabile del gruppo di Remanzacco - del sintomo di un disagio psicologico più profondo. Comunque è l'inizio di una spirale negativa che conduce a "toccare H fondo": la perdita dei propri risparmi, dei soldi prestati da amici e parenti. E poi, l'isolamento che ne consegue: spesso l'abbandono da parte del coniuge e di tutte le persone che hanno prestato denaro al giocatore. Attorno al 50% dei casi si arriva ad un tentativo di suicidio"
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