Ogni bel gioco dura poco. E sottolineo «bel». Ma quando non ci si riesce più a fermare? Quando si ruzzola giù per la china del fu divertimento e la trottola sballa la sua danza armoniosa nelle estreme convulsioni della follia, di una vera e propria malattia? Altro che Las Vegas. Siamo noi italiani i più accaniti giocatori del globo, sbancando al tavolo delle percentuali in un sondaggio specialistico persino il bengodi delle fiches e delle slot: gli Stati Uniti. E non ci sarebbe nemmeno da recriminare - è lo Stivale oppure no la patria gaudente dei Lucignoli, la terra free tax della fantasia ludica? - se il cosiddetto gioco, qui, non scadesse in pericolosa sindrome. Mezzo milione, forse più, di connazionali sono letteralmente «ammalati di gioco». Malati da curarsi con le pillole o lo psicoanalista, malati da ricoverare in apposite comunità per «drogati d'azzardo» (centri che difatti continuano a nascere dal Friuli alla Sicilia), pena l'impazzire fino alla distruzione di sé e di tutti i propri interessi: la famiglia, il lavoro, gli affari, infine la vita stessa. Quando il game diventa un problema, infatti, è la vita ad andare over: fuori di ogni limite e fuori di testa. Sembra impossibile, certo. Che male vuoi che faccia una puntata al lotto ogni settimana, due volte la settimana? La schedina poi: di tredici non è mai morto nessuno. E il Bingo - quello - è soltanto un'occasione per socializzare e passare un pomeriggio spendendo alla fine pochi euro. A Natale e sotto Sanremo, certo, qualche biglietto della lotteria fa tradizione. E chi non tenterebbe la fortuna al casinò, una volta o l'altra? Poi c'è la partitella a carte con gli amici: se non punti niente, non c'è neanche gusto. Mentre il resto del bar, ogni mattina, si infila senza neanche pensarci nella fessura della macchinetta mangiasoldi: e via di manovella. Intanto la trottola è avviata e noi siamo lì a non capacitarci: non capiamo le storie allucinate di chi nel «giro» ci è finito fino a non sapersi più sganciare; fatichiamo a dare un peso alle cifre - mezzo milione! - delle vittime dell'azzardo; ascoltiamo increduli le denunce dei fondi anti-usura: migliaia di italiani finiscono nelle mani degli strozzini per gioco. Per il gioco. E allora no: «Io non ci gioco più», dicevamo da piccoli quando la sfortuna o l'imperizia ci ponevano in troppo palese condizione d'inferiorità nei confronti del solito vincente. Mentre la vita, ahimé, non sempre consente di tali incapricciamenti per imboccare una scappatoia davanti alla manifesta incapacità di governarne i giochi. Pari o dispari, rosso o nero: l'illusione di «rifarsi» una volta per tutte di solito sospinge l'ultimo chemin de fer verso il binario morto, nel fondo del tunnel da cui non si ha più forza per riemergere. Certo: c'è chi sostiene che è proprio l'ebbrezza di questo rischio assoluto a dar di sale al gioco in denaro. L'emozione forte. Il fascino dell'azzardo. La passione proibita. Vesti intellettuali con cui si ricopre, per nobilitarlo, ciò che invece è e deve restare un eccesso; nel quale un adulto può voler incorrere, secondo le sue possibilità e comunque semel in anno o giù di lì, però avendo la certezza - anche giuridica - che il diversivo non distruggerà la vita a nessuno: neanche consenziente. Uno Stato che non solo lucra tasse su tutte le cosiddette «evasioni» dei cittadini (e col Bingo e con le lotterie e con i vari Toto e...), ma poi non studia per legge il mezzo efficace di prevenire mezzo milione di «malati d'azzardo», non è un buon giocatore: è uno Stato che bara, anzitutto con se stesso.