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Avvenire
28 febbraio 2003
Un precipizio che chi è sano stenta a credere
L' adrenalina gli va alle stelle, sta perdendo forti somme ma questo lo eccita. E punta più soldi. Gli sembra di poter smettere quando vorrà, sta bruciando le fortune di tutta la famiglia ma la cosa non gli appare grave. Perché? Perché nel suo cervello si è guastato un meccanismo: quello della sazietà, l'ordine che dà lo stop". Lo stesso che si guasta in chi beve, si droga o fuma. Michele Sforza, psichiatra specializzato nella cura del gioco d'azzardo patologico alla clinica Le Betulle di Appiano Gentile e direttore del Centro studio e terapia delle psicopatologie , ne ha visti tanti di cervelli "bruciati" dal gioco: "Facciamo un esempio: l'alcol entra nel cervello dove stimola la secrezione di dopamina, che crea un senso di gratificazione". Nei sani la sensazione di piacere fa dire "ancora!" finché non subentra la sazietà. Nei soggetti dipendenti, invece, il meccanismo di controllo è saltato e lo stop non arriva mai. "Bene, la dopamina è stimolata così anche dal gioco, e la persona resta totalmente priva di volontà. Il che non la giustifica in eterno: se sei malato hai il dovere di curarti". L'ebbrezza non è vincere, il denaro è solo un mezzo, non il fine, così i debiti si accumulano, la famiglia e il lavoro vanno a rotoli, ma niente ferma quello che fino a ieri erano un padre o una madre perfetti. Un precipizio che chi è sano stenta a credere: "Ma non se ne poteva accorgere prima?", ci si interroga di fronte a chi si è rovinato. E se lo domanda anche la famiglia, che è la prima a chiedere aiuto quando si scopre sul lastrico. "Secondo la nostra esperienza - dice Rolando De Luca, psicoterapeuta, fondatore del primo Centro di terapia per giocatori d'azzardo, in Friuli (www.sosazzardo.it) - solo un giocatore patologico su 20 chiede aiuto e ciò accade quando ha già toccato il fondo, perché è una persona che ha perso il suo libero arbitrio. Ma spesso a quel punto ha già progettato il suicidio". De Luca sta seguendo 80 famiglie: "Per la terapia la famiglia è assolutamente indispensabile: l'obiettivo non è solo rimuovere nel giocatore il comportamento-gioco, ma soprattutto cambiare nel nucleo le condizioni che hanno scatenato la patologia". È impossibile sapere chi diventerà col tempo patologico, "dunque l'unica soluzione è che lo Stato riduca l'offerta del gioco, perché in Italia siamo all'emergenza. Ma come è avvenuto per il fumo, nessuno se ne occupa: tra qualche anno scoppierà il bubbone, e un colpo di spugna non basterà a ridurre danni inimmaginabili per l'intera società".
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