Giulia, donna vivacissima vicina agli ottant’anni, stupisce tutti per la sua vitalità ai videopoker: una protagonista alla ricerca continua di emozioni forti da contrapporre alla staticità dell’esistenza. Antonio mette paurosamente in forse la sua efficienza imprenditoriale al tavolo verde; eppure riesce a trovare la forza per uscire dal tunnel del gioco, accettando l’idea del controllo economico da parte della moglie (lui che ha sempre controllato tutto e tutti) e ristabilendo equilibri che porteranno la famiglia a rafforzarsi nei rapporti e negli affetti profondi. Paola invece riempie la sua solitudine davanti alle slot machines; lo stordimento è tale da compensare qualsiasi altra emozione. Appena cerca di liberarsene, confessando la propria dipendenza, rimane ancora una volta sola (suo marito, figlio di un giocatore, non può tollerare l’azzardo); tuttavia trova la forza di restare protagonista del suo futuro, senza l’accattivante compagnia delle luci, dei colori, dei tintinnii dei gettoni e dei ritmi del casinò.

Il libro di Silvana Mazzocchi, “Vite d’azzardo. Storie di giocatori estremi” (Ed. Sperling & Kupfer 2002) racconta 20 storie di ex–giocatori, persone per le quali il gioco non rappresentava più un passatempo né tantomeno – come invece condanna la morale comune – un vizio di cui sia facile liberarsi, ma una vera e propria patologia. “Si tratta di una dipendenza da comportamento. – spiega il dottor Rolando De Luca, psicoterapeuta responsabile dell’Agita, l’associazione che riunisce gli ex–giocatori – Legale e senza uso di sostanze, ma pur sempre una dipendenza. E’ un’emozione che, per i giocatori patologici, supera ogni altro piacere o dolore che si possa provare nella vita di tutti i giorni”. L’Agita, nata nel 2000 e con sede a Campoformido (ma presente anche su internet all’indirizzo www.sosazzardo.it), conta oggi 130 membri che sono riusciti, con grande forza di volontà, ad uscire dalla spirale del gioco d’azzardo, sfruttando al meglio le potenzialità terapeutiche dei gruppi di auto aiuto. Fondamentale è il supporto dei famigliari: solo un giocatore su 20, infatti, chiede aiuto in prima persona e il problema dell’azzardo coinvolge emotivamente ed economicamente anche la famiglia. Se, infatti, è difficile prevedere chi, da giocatore saltuario, diverrà dipendente si può certamente riconoscere un denominatore comune: la sofferenza personale che spesso affonda le sue radici in situazioni famigliari difficili cui il soggetto tenta in qualche modo di evadere. Inoltre, per quanto egli riesca a nascondere il problema, la sua scarsa presenza in famiglia porta effettivamente alla perdita del ruolo che è fatto proprio da altri familiari (ad esempio, frequente è il caso di figli adolescenti che interrompono gli studi e iniziano a lavorare, cercando inconsciamente di sostituirsi al genitore giocatore). La psicoterapia di gruppo può rappresentare un valido strumento nell’affrontare le varie forme di patologia sociale. Nel caso del gioco d’azzardo patologico il giocatore scopre, partecipando al gruppo, di non essere il solo ad avere problemi, poiché riconosce le sofferenze e le difficoltà di tutta la sua famiglia e degli altri componenti del gruppo. Inoltre, il confronto con ex-giocatori fa scattare un comportamento imitativo positivo.

“ Il tema del gioco d’azzardo è al centro delle prime sedute; - racconta De Luca - poi, tutto è analizzato e ridefinito fino a portare alla luce ciò che il gioco d’azzardo copriva come fosse una spessa coltre di ghiaccio. Dopo due anni di terapia possiamo considerare superata la fase del “gioco-non gioco”; emergono però ansia, rabbia, angoscia relative ad una vita che comincia ad essere considerata dal giocatore senza rischi, non “al limite”. Inoltre si evidenziano equilibri all’interno della famiglia che vanno ridisegnati: una volta risolto il sintomo (la dipendenza dal gioco), l’obiettivo diviene la ristrutturazione familiare, che non ha più come punto di riferimento il gioco d’azzardo, ma la sofferenza che si celava dietro a questo comportamento, in fondo autodistruttivo. Se è stato svolto un buon lavoro col gruppo, a questo punto l’ormai ex-giocatore non avrà più paura del cambiamento, anzi auspicherà di riappropriarsi definitivamente della propria vita”.

Agita e il dottor De Luca sono in prima fila nella battaglia contro la dipendenza da gioco, ma non sono i soli. Allo scopo di confrontarsi e coordinare le linee d’intervento, proprio a Campoformido si tiene annualmente un Convegno che vede tra i partecipanti tutte le associazioni di giocatori anonimi presenti sul territorio nazionale. Il prossimo appuntamento sarà il 13 dicembre 2003 sul tema “Autoaiuto e terapia”.