A Campoformido è attivo da anni, gestito da Rolando de Luca, un centro di assistenza e 'disintossicazione' delle persone possedute dal demone del gioco d'azzardo. Una struttura che dà risultati e alla quale si rivolgono, sempre più numerosi, i 'pazienti'. Tra questi c'è il protagonista di una storia che sembra inventata e, invece, è drammaticamente vera.
E' la storia di un pordenonese, un uomo brillante e agiato, già funzionario di rango di un importante gruppo editoriale e poi pensionato di alto livello. Una pensione, la sua, che gli permetteva di vivere bene e anche di 'investire' un po' di soldi nel gioco. Un investimento, questo, che lo ha, però, condotto alla rovina e, alla fine, gli ha fatto prendere la giusta decisione: rivolgersi al centro di Rolando de Luca.
L'ultimo atto della rovinosa passione per il gioco risale a quattro mesi fa, quando il nostro protagonista, Roberto, 50 anni, salì sul treno diretto a Nova Gorica con in tasca la pensione appena riscossa. Sceso dal treno, percorse a piedi i 6 chilometri fino al casinò, per non sciupare neanche un centesimo e restare col malloppo intero da puntare alle slot machine. E una volta arrivato, alé, in poche ore riuscì a perdere tutto, come era già accaduto tante altre volte.
Tutto ciò accadde quando Roberto era già in terapia da alcune settimane: il demone del gioco era tornato, potente, ad impadronirsi della sua volontà. Ma la speranza di farcela non era morta: una telefonata al figlio per informarlo dell'accaduto, la risposta desolata del ragazzo e, anche grazie a questo, il rinnovato proposito di farcela a smettere, come chi deve rinunciare all'alcol o alla droga.
Insomma, non è detto che entrare in terapia dia subito miracolosi risultati, ma è certo che, da soli, è ben difficile riuscire a liberarsi dal miraggio delle macchinette tintinnanti o dal tavolo verde della roulette. Lo sa bene chi si è rovinato (sono tantissime queste persone, anche in Italia) inseguendo la chimera della vincita definitiva, o anche solo perché schiavo del piacere autodistruttivo di puntare fino all'ultimo centesimo. Del resto, per molti - lo ha ammesso anche Roberto - l'importante è giocare, non vincere; e nelle serate in cui si è in attivo, è impossibile fermarsi: bisogna giocare e giocare, ben sapendo che, alla fine, si resterà con un pugno di mosche.
Tornando alla cura, il nostro Roberto, in ottobre, decide di rivolgersi allo staff di De Luca, ma non aveva più nemmeno i soldi per pagare il biglietto ferroviario. Così, da Pordenone a Campoformido, viaggiò da clandestino (lui, pensionato di lusso invidiato da tanti conoscenti). Alla fine del viaggio, però, trovò chi era pronto ad ascoltarlo, a curarlo. Poi, come abbiamo detto, è ricaduto, ma il suo percorso, ormai, lo ha intrapreso e, col sostegno degli altri, dovrà riuscire a compierlo con successo. Glielo auguriamo.