L'Espresso
03 aprile 2003
Dottori per gioco
Rolando De Luca e il suo staff curano alle porte di Udine i malati di casinò. Cercando di sconfiggere la dipendenza con gli affetti
di Giancarlo Dotto
Il demone del gioco ha smesso di abitarlo, ma lui non si fida. L'ultima volta che credeva di avercela fatta, quattro mesi fa, si è ritrovato sul treno per Nova Gorica con il malloppo della pensione appena intascato e un'idea piantata in testa come un chiodo. Sei chilometri a piedi per non sottrarre un solo centesimo al gioco, dalla stazione al casinò Perla, dove ha buttato più di 3 milioni di euro in sette ore di slot machine, tutto quello che aveva. Era già in terapia da un mese. Sul treno di ritorno ha telefonato al figlio per sentirsi dire quello che lo avrebbe disintegrato ma forse salvato, <<Papà, mi hai deluso>>.
Roberto, 50 anni e la fatica di esistere, dentro quel suo completo blu di una taglia più grande, gli occhiali scuri che lo aiutano a nascondere uno sguardo ferito a morte, una storia di esemplare autodistruzione. La certezza di aver toccato il fondo l'ha avuta lo scorso ottobre, il giorno in cui ha trovato il numero e la forza per telefonare a Rolando De Luca, il responsabile del centro di terapia per giocatori patologici di azzardo.
Il frigo vuoto da giorni e nemmeno i quattro euro per pagarsi il treno da Pordenone a Campoformido. Mezz'ora da clandestino a bordo, il tempo di vuotare il sacco a se stesso prima che allo psicologo.
Nel 1999 era ancora un facoltoso, giovane pensionato che girava con la sua Mercedes 3000 di ex brillante funzionario di un importante gruppo editoriale milanese, la villa in campagna, una moglie, un figlio e un'amante con cui condivideva le prime gite oltre confine nelle bische slovene. Tre anni dopo aveva perso tutto, moglie, figlio, villa, Mercedes e amante. Sfrattato per morosità, si è ritrovato a vivere all'ostello di Udine, dopo essere stato ospite della Caritas insieme a profughi marocchini, albanesi e kosovari.
Una rovina puntigliosa, ben coltivata, che Roberto racconta ancora con sospetta voluttà. <<Era la notte il mio punto critico. Ritrovarmi solo in quel letto, oltre la soglia della sofferenza. Mi alzavo e andavo a giocare, a oltranza. Sessioni infinite. Anche 36 ore consecutive, appeso come un automa alla maniglia delle slot machine. Non mangiavo nemmeno più per giocare. Anche vincere non mi dava più piacere, sapevo che non sarei uscito dal casinò fino a che non avessi lasciato l'ultimo gettone>>. Roberto ha perso circa un miliardo di vecchie lire al gioco, ora partecipa alla terapia di gruppo insieme al figlio Alessandro e altre 15 persone che condividono il suo sintomo.
Il gioco d'azzardo è in forte aumento in Italia dalla seconda metà degli anni Novanta quando il fenomeno esce dai suoi recinti tradizionali, le bische pubbliche e private. Aumenta l'offerta e si moltiplicano le patologie da dipendenza, soprattutto in quella nuova frontiera del facile accesso, le sale da scommessa, i videopoker nei bar sotto casa e quel vero e proprio Far West dell'azzardo che è il gioco telematico, la borsa o i casinò online.
Scorciatoie per l'abisso, un affare di migliaia di miliardi da spartire tra gli operatori del settore, intermediari e i sempre più numerosi centri privati che programmano la disintossicazione. Quando presentò il suo progetto di recupero dei giocatori cronici, Rolando De Luca dovette incassare il sarcasmo di chi lo accusava di aver scambiato il Friuli per Las Vegas. Oggi il suo centro di terapia per giocatori d'azzardo è uno dei più attivi in Italia con otto gruppi di lavoro e 80 famiglie coinvolte. I suoi pazienti pagano, quando possono, 14 euro a seduta, il Comune gli dà un telefono e la sede a Campoformido, nella periferia di Udine.
De Luca ha lavorato con gli alcolisti, oggi si occupa di giocatori compulsivi, ma il tema è sempre lo stesso, la disgregazione dei rapporti familiari. <<È illusorio pensare d'intervenire sulla dipendenza. Magari smettono di giocare alla roulette e poi vanno a schiantarsi a 200 l'ora contro un muro. Il mio impegno è ricostituire il tessuto delle relazioni franato attorno al problema del gioco. Io accetto in terapia solo giocatori accompagnati da un parente stretto>>.
Le regole sono rigide. Prima cosa studiare un piano di rientro per sanare i debiti, seconda cosa nominare un tutore all'interno della famiglia che sorvegli le tasche e le cattive tentazioni del parente deviato. Non più di cinque euro al giorno e astinenza assoluta dal gioco. Vietata anche la schedina e la lotteria al bar per l'uovo di Pasqua. <<Ma le ricadute ci possono anche stare, servono anzi a misurare il livello di nausea accumulato nei confronti del gioco>>, dice De Luca.
<<La prima volta che sono tornato dopo anni in un casinò mi sono sentito male a vedere quelle facce deformate dal vizio, quei disperati che s'interrogavano su come raggranellare i soldi per tornare a casa>>, racconta Adriano Valvassori, 53 anni, artigiano del marmo di Codroipo, trent'anni di casinò, 700 milioni di debiti con le banche, oggi presidente dell'A.GIT.A., l'associazione degli ex giocatori d'azzardo. L'unica in Italia.