Avvenire
14 dicembre 2003
Il vizio di mettersi in gioco
Povertà, depressione, divorzi e suicidi: l'azzardo e le sue conseguenze sono ormai una piaga sociale
di F.D.M
Nuove povertà si annidano tra i giocatori d'azzardo: a parte le perdite economiche, saltano le famiglie. Il tasso di separazioni è del 26%, quello dei divorzi addirittura del 30. La disoccupazione interviene nel 36% dei casi, la depressione nel 76%, con una crescente frequenza di tentati suicidi (18%). È un panorama drammatico quello uscito dall'indagine su ex giocatori e loro familiari presentata al quarto convegno nazionale su "Autoaiuto e terapia per i giocatori d'azzardo e le loro famiglie", svoltosi ieri a Campoformido (Udine), su iniziativa dell'associazione "Agita", delle Caritas diocesane del Friuli-Venezia Giulia e della Consulta nazionale antiusura.
«Dobbiamo trovare il coraggio di fermarci - ha detto monsignor Alberto D'Urso, segretario della Consulta nazionale -. Dopo il fallimento delle sale Bingo, non possiamo accettare i parchi urbani del divertimento, come da proposta di legge. Non è accettabile neppure ciò che consente la nuova Finanziaria ai locali pubblici per aumentare i videogiochi e i videopoker». Secondo D'Urso, «lo Stato si troverà ben presto a spendere per i servizi terapeutici di recupero più di quanto incassa col gioco». A sentire i rappresentanti delle Caritas del Friuli-Venezia Giulia, da monsignor Gigi Gloazzo a Paolo Zenarolla, la dipendenza dall'azzardo e conseguentemente dall'usura «è la forma di povertà oggi emergente in aree di benessere come il Nordest». «Non solo, anche in Puglia», conferma monsignor D'Urso. «A Bari, infatti, stiamo aprendo, in collaborazione con l'università, un Centro terapeutico per l'aiuto alle famiglie e quindi ai giocatori, come quello di Campoformido».
Un'esperienza, quella friulana, che continua dal 1995 per l'intraprendenza di Rolando De Luca e che registra anche un'associazione degli ex giocatori d'azzardo e delle loro famiglie. È la famiglia, infatti, l'approccio terapeutico vincente, perché il giocatore patologico trascina nel baratro anche chi gli sta vicino. «Se il giocatore patologico soffre di ansia, depressione, impulsività, abuso di sostanze stupefacenti, disturbi di personalità, la moglie - puntualizza De Luca - accusa problemi di insonnia, cefalea, disturbi intestinali, asma, ansia, depressione e si espone a un numero di tentati suicidi tre volte superiore a quello della popolazione generale. La famiglia risulta meno coesa, con minore capacità di comunicazione, di assunzione di ruoli genitoriali e di coinvolgimento affettivo».
Misure indispensabili, «ma oggi insufficienti in Italia», quali il ridurre drasticamente l'offerta di azzardo, eliminarne la pubblicità, informare il pubblico sui pericoli della dipendenza, e attivare servizi che aiutino a smettere di giocare, potrebbero essere alcuni tra i provvedimenti maggiormente auspicabili. Ma - sottolinea De Luca - «come è accaduto per il fumo, così anche per il gioco d'azzardo probabilmente solo tra qualche anno si comincerà a parlare di prevenzione e di rischi; e dato l'enorme ritardo con cui sarà affrontato il problema, non si potrà più prescindere dai danni ormai prodotti».
da Campoformido (Udine)
Sei su 10 sono sposati, uno su due ha la licenza media, il 51% gioca al casinò, il 21% alle corse ai cavalli, il 15% al lotto, il 13% al videopoker. Uno su due ha sui 50 anni, il 7% meno di 30. Le donne sono 15 su 100. Il 73% è un lavoratore autonomo, quasi tutti fumano, ma solo il 15% ricorre all'alcol e meno del 3% all'uso di sostanze stupefacenti.
Questo l'identikit del giocatore d'azzardo patologico, secondo i riscontri (anche statistici) di cui dispone "Agita", l'associazione degli ex giocatori e delle loro famiglie di Campoformido. A livello individuale, chi gioca punta quantità crescenti di denaro ed è quindi fortemente indebitato; spesso perde il lavoro, arriva a compiere frodi e falsificazioni e, frequentemente, tenta il suicidio. A livello familiare, il giocatore riesce a nascondere per lungo tempo i suoi problemi, tuttavia le sempre più frequenti "assenze" da casa lo allontanano dalle responsabilità del suo ruolo, che vengono compensate dagli altri familiari. Se il padre, ad esempio, perde il suo ruolo, la madre si accolla anche la funzione paterna; o il figlio, alle volte ancora adolescente, gli si sostituisce. E la disastrosa situazione finanziaria porta al crollo della qualità della vita dell'intero nucleo familiare. A livello sociale, si azzera l'attività produttiva, con danni a terzi a causa di indebitamenti (anche con strozzini) e fallimenti finanziari.
La persona che ha un grave problema con il gioco d'azzardo è l'ultima ad ammettere la propria patologia, perciò difficilmente ricorrerà per prima a un'adeguata terapia o chiederà aiuto, perseverando nell'ostinata convinzione di riuscire a tenere ancora sotto controllo la situazione.
Uno su tre abbandona la terapia già alla prima o seconda seduta, per riprendere a giocare. Gli altri resistono. Partecipando al gruppo terapeutico scoprono, infatti, di non essere i soli ad avere problemi. «All'interno del gruppo - spiegano i terapeuti di Campoformido - la sofferenza del giocatore si ridimensiona divenendo sofferenza condivisa da tutti e quindi è vissuta dal giocatore con minori sensi di colpa. Inoltre il confronto con altri fa scattare nell'individuo un comportamento "imitativo": gli ex-giocatori d'azzardo, quelli che hanno smesso, possono generare altri non giocatori d'azzardo».