Il confine tra gioco e dipendenza dall'azzardo è sottile. Quasi invisibile". E chi, meglio di Antonio (il nome, per ovvi motivi è di fantasia) potrebbe raccontarlo? Ha superato da poco i 40 anni. Sposato, con due figli, è uno dei primi ad essere arrivato, nei gruppi del Centro di terapia di Campoformido, dopo 4 anni alla soglia della guarigione dalla "dipendenza da gioco".
Frequentava i casinò?
"Quello di Venezia. Ero arrivato al punto di alzarmi al mattino e non pensare ad altro che a come procurarmi il denaro per vedere di vincere qualcosa per pagare i debiti. Andare 3-4 volte al mese al casinò è già indice di patologia. È un circolo vizioso. Ben presto si arriva a rubare in casa, a sottrare denaro dalla cassa dell'azienda e così via. Un conto è andare una volta all'anno al casinò per fare una "ragazzata" con gli amici. Ma il "giocodipendente" è una persona sola, triste, che brucia il tempo passando dal fumo a buttare fiches sul tavolo verde o in una macchinetta. Tra le categorie a rischio ce ne sono molte insospettabili, come i calciatori: molti campioni di serie A sono frequentatori molto assidui dei tavoli verdi".
Come si è reso conto di essere diventato dipendente da azzardo?
"Grazie al colloquio con un sacerdote. Mi ha fatto capire che ero fuori strada. Avevo promesso a mia moglie di smettere e l'ho fatto davvero per circa 4 mesi. Poi ho avuto delle disponibilità economiche e ho dilapidato immediatamente un altro bel gruzzoletto. A quel punto mia moglie mi ha messo con le spalle al muro. Ho avuto la fortuna di averla sempre vicina. E poi è stato fondamentale avere la frequentazione settimanale di un gruppo di terapia".
Ci sono dei segnali che indicano il pericolo di una dipendenza da azzardo?
"L'accanimento anche nei giochi più scemi, le scariche di adrenalina eccessive - racconta Antonio -. Ma di solito te ne accorgi solo quando ne sei dentro fino al collo. Si inizia forse per compensare qualcosa: magari la delusione per il lavoro che non va, la perdita di una persona cara, che viene sopita dall'emozione di giocare con una macchinetta, oppure di passare ore davanti al computer per giocare in borsa o andando al supermercato per comprare un litro di latte e uscendone con ogni ben di Dio. Anche lo scarso senso del valore del denaro, indotto dal consumismo, porta fuori strada le persone. Quando vinci 15-20 mila euro ti sembra una bazzeccola. Quando perdi è lo stesso, solo che le perdite bisogna pagarle".
Come se ne esce?
"È importante avere l'appoggio della famiglia e la volontà di cambiare".
Come funziona concretamente la terapia?
"Il terapeuta crea dei gruppi dopo un primo colloquio la coppia. A Campoformido ci sono ormai 8 gruppi. All'inizio si cura il sintomo del gioco, che di solito dopo un anno scompare. Assume sempre maggiore importanza la dimensione familiare: si va a riscoprire alcuni eventi della vita, ognuno racconta il proprio percorso, anche con grandi momenti di sofferenza. Parlare degli altri è facile, raccontare se stessi davanti a 20 persone è molto doloroso, a volte. Emergono delle cose che neanche i tuoi familiari conoscono. Scoppiano delle crisi importanti nelle coppie. La terapia non è fatta per far divorziare, ma per far "risposare" i coniugi. Difatti dopo un certo tipo di percorso si riscopre il rapporto di coppia".
Quanto dura questo percorso?
"All'inizio non c'è un metro di misura. Mano a mano il terapeuta valuta i progressi. Per alcuni bastano 3 anni, per altri il percorso è più lungo. Però alla fine la terapia coglie il segno ad ampio raggio: in molti si smette anche di fumare, come è successo a me. Si capisce in generale che è importante non farsi del male".
Come ex malato d'azzardo cosa chiedi alle istituzioni?
"La Chiesa cattolica è l'unica che fa qualcosa e combatte questi fenomeni. Credo che possa fare ancora di più per sensibilizzare i giovani, anche al catechismo. Per il resto la destra e la sinistra sono uguali: poiché ci sono entrate di svariati milioni di euro prevale sempre lo Stato "biscazziere"".
Come si può evitare questo rischio di dipendenza?
"Non possiamo proibire a tutti di accedere al gioco. Ma bisogna aiutare le persone a capire che ci sono altri valori rispetto a quello di arricchire con l'azzardo. L'esistenza deve avere un significato, e la felicità non si raggiunge azzeccando un numero ma riscoprendo il senso della vita, gioendo per le piccole cose e per i rapporti con gli altri. Sembrano cose banali. Ma parlando con la gente intorno a me direi che non lo sono".