Marco, lo chiameremo così, comincia a parlare a occhi bassi, quasi scusandosi. Poi si scioglie, quando si accorge dell'interesse che suscita in noi la sua storia. "Mi fa bene parlare con qualcuno, mi aiuta a vederci più chiaro". Lo incontriamo in una delle 30 comunità terapeutiche dell'associazione Giovanni XXIII di Rimini, volute da don Oreste Benzi come punto d'appoggio delle sue case famiglia. Marco ha 31 anni, è un giocatore "compulsivo": niente a che fare con chi gioca la schedina una volta alla settimana o fa una briscola con gli amici. Per lui, l'appuntamento col gioco è diventato una malattia, e ha deciso di chiedere aiuto per uscirne.
Siamo alle porte di Forlì, in un centro di prima accoglienza che sarebbe sbagliato definire per tossicodipendenti, anche se questo tipo di utenza è prevalente. "Fin dall'inizio, don Oreste ha voluto che accogliessimo tutti, senza selezioni", spiega Carlo Ghezzi, responsabile del centro, "ultimamente però la nostra utenza è cambiata, abbiamo parecchi "pazienti in doppia diagnosi", che uniscono il problema delle droghe con problemi psichiatrici anche gravi. Credo che la diffusione delle nuove droghe sintetiche tra i giovani abbia contribuito a questo fenomeno. Si incrociano problemi di alcolismo e anche di gioco d'azzardo, mentre l'età delle persone varia dai 14 ai 50 anni. Il mondo delle comunità sta cambiando. Per fortuna abbiamo l'appoggio delle nostre case famiglia, per creare percorsi individualizzati".
Marco è qui da due mesi: è uno "schiavo" del videopoker. "Ho cominciato tre anni fa. Ero uscito dall'eroina, prendevo il metadone. Per passare il tempo stavo al bar: bevevo e, soprattutto giocavo. Perdevo non meno di 200, 250 mila lire al giorno. Ogni giorno. Giocavo diecimila lire alla volta, finchè non avevo più niente in tasca. Poi andavo in giro a chiedere soldi per vedere se riuscivo a "scaricare" la macchina. Mi facevo schifo. Una volta ho vinto mezzo milione: è durato un'ora". "Le mie giornate erano tutte uguali", continua Marco: "Alle sei di mattina ero già al bar, alle dieci, passando da un locale all'altro, avevo finito i soldi. Qualche volta mi veniva una gran rabbia, avrei spaccato tutto, altre volte piangevo, giuravo che non avrei più giocato neanche mille lire. A mezzogiorno andavo a casa, mangiavo, all'una ero a letto. Aspettavo mia madre, che la mattina mi avrebbe portato i soldi: alle sei del giorno dopo ero di nuovo a giocare".
Una volta Marco aveva un lavoro e un diploma professionale: "E' cominciato quando sono partito per il militare. Mi sono ritrovato a Bari, da solo, mi è scoppiato dentro qualcosa, sono andato fuori di testa. Dopo tre mesi mi hanno congedato, ma non sono più tornato quello di prima. Ho perso il lavoro, gli amici. A 26 anni, per uscire dall'esaurimento nervoso, ho provato con l'eroina. Poi, mentre mi disintossicavo, ho cominciato a giocare. Giocavo per i soldi, e perchè mi piace. Giocare mi dà la carica, mi fa uscire dalla depressione. Anche adesso, se avessi soldi in tasca e mi trovassi nel posto giusto, ricomincerei. Ma sono appena arrivato, starò in comunità ancora due, tre anni: penso di farcela. Voglio tornare a essere una persona normale, andare al bar per fare due briscole con gli amici, o anche niente". Nell'ultimo anno, la "Giovanni XXIII" ha accolto una quindicina di persone con problemi analoghi a quelli di Marco. Quarantenni con la passione del tavolo da gioco e giovanissimi malati di videopoker. "Come nel caso delle tossicodipendenze, si tratta di un disturbo della personalità che va ricomposto", spiega don Oreste. "La causa la vedo in un'espansione del vuoto della vita e della mania di possesso. Si vuole una grande quantità di denaro per diventare onnipotenti, per non dovere più arrabattarsi come i comuni mortali. E lo si vuole ottenere nella maniera più facile e insieme più rischiosa. Ma non è una dipendenza come quella della droga, perchè il fisico non è intaccato: basta staccarli dal loro ambiente e far loro ritrovare nuovi valori e rapporti umani autentici. Già in tanti mi hanno chiesto aiuto e io ho risposto: "Non ho nè argento nè oro, ma quello che ho te lo dò".
Ci sono altre comunità, in Emilia Romagna, che si stanno attrezzando per questa nuova emergenza. Per esempio la "Giovanni XXIII" di Reggio Emilia, omonima di quella, più nota, fondata da don Benzi. "Da quattro mesi abbiamo aperto un gruppo di "autoaiuto" per giocatori d'azzardo", spiega Vito Zironi, "una decina di persone sui quarant'anni socialmente arrivate, manager, professionisti. Riceviamo domande da tutte le parti d'Italia e vorremmo aprire un centro residenziale. Abbiamo già individuato il luogo, ma la Regione non ci finanzia il progetto: è una sindrome descritta in tutti i manuali di medicina, ma lo Stato non la riconosce".