Fino a che punto si può arrivare, per gioco? Si può perdere lavoro e famiglia, rovinarsi economicamente, mettersi nelle mani degli usurai. Senza riuscire a fermarsi, perché il gioco d’azzardo può diventare una droga, che agisce sul nostro cervello come l’alcool o l’eroina, creando dipendenza e crisi di astinenza, “Il termine “gioco” ci rimanda un’immagine di tranquillità, che non corrisponde certo alla situazione reale: oggi sappiamo che il gioco d’azzardo può trasformarsi in una vera e propria malattia”, avverte lo psicoterapeuta Rolando De Luca, responsabile del centro di terapia di Campoformido, dove oggi sono in cura un centinaio di giocatori insieme alle loro famiglie. “Ed è un fenomeno in crescita, come racconta un libro scritto due anni fa da Silvana Mazzocchi prendendo spunto dalle storie dei nostri pazienti”.

Proprio le famiglie infatti sono le prime vittime di una patologia che colpisce non solo l’equilibrio psichico di chi ne soffre, ma anche la sua stabilità economica e sociale. Come racconta Anke Tillmann, l’autrice di “Una felicità persa al gioco”, il drammatico diario (in uscita nelle librerie italiane il 23 settembre, edito da Tea) della moglie di un giocatore compulsivo. E non si tratta di un caso isolato: è di poche settimane fa la notizia dell’arresto di quella che è stata subito ribattezzata “Lady sonnifero”, una signora ottantenne che narcotizzava e rapinava vecchiette per giocare poi al casinò i proventi dei suoi furti.

Come si spiegano casi estremi come questi? “Il gioco d'azzardo patologico è una malattia mentale che è stata classificata dall'Associazione Psichiatrica Americana tra i "disturbi del controllo degli impulsi", che sono da mettere in relazione con i comportamenti d'abuso e le dipendenze”, spiega lo psicologo Cesare Guerreschi, che ha creato in Italia la Società Italiana di Intervento sulle patologie Compulsive, SIIPaC, sul modello di quanto avviene negli Stati Uniti dove da oltre vent’anni si curano i “giocodipendenti” con psicoterapia, gruppi di autoaiuto e persino programmi di simulazione su computer per testare il comportamento dei giocatori.

Secondo gli studi più recenti, anzi, la dipendenza dal gioco potrebbe avere basi genetiche.Una metanalisi appena pubblicata dall’Istituto della ricerca per le dipendenze dell’Università di Amsterdam, raccogliendogli studi più recenti in materia, mostra che nei giocatori patologici si riscontrano anomalie nel funzionamento cerebrale, soprattutto per quanto riguarda il cosiddetto “meccanismo della ricompensa”, un meccanismo biologico fondamentale che ci spinge anche a mangiare e a riprodurci. “Nel 70% di quanti hanno una codipendenza dal gioco e da alcool c’è un’alterazione del cromosoma 11, quello che va a codificare i recettori per la dopamina”, precisa Michele Sforza, psichiatra e psicoanalista, direttore del Centro per lo studio e la terapia delle Psicopatologie. Il gioco come droga, dunque: non è un caso che spesso, come mostra uno studio appena pubblicato dall’Università di Tel Aviv, i giocatori incalliti siano anche fumatori e alcolisti, oppure soffrano di disturbi dell’umore.

“Lo storico Huizinga parlava di “homo ludens” proprio per ricordare come il gioco sia un’attività umana fondamentale, che esiste da sempre, ed ha un suo ruolo evolutivo, perché ci serve a sperimentare situazioni nuove e ad allenarci ai conflitti”, spiega Sforza. Per questo quando giochiamo il nostro cervello produce sensazioni piacevoli. “Il problema nasce quando questo meccanismo si altera, e chi gioca continua a farlo in modo compulsivo. Anzi, a giocare sempre di più, dato che anche il gioco dà assuefazione, per garantirsi le stesse emozioni”. E oggi si pensa che ad essere a rischio siano soprattutto gli individui definiti “sensation seekers”, ossia che vanno a caccia di sensazioni forti, e sembrano avere una predisposizione metabolica ai comportamenti rischiosi.

Ma cosa vuol dire giocare d’azzardo? “Tecnicamente si definisce tale un gioco il cui risultato è influenzato unicamente dalla fortuna”, spiega De Luca. Ma accanto all’immagine classica del casinò, delle file di slot machines che scintillano promettendo guadagni o delle bische fumose c’è quella più casalinga, ma non meno pericolosa, di giochi come lotto, totocalcio o “gratta e vinci”.

A correre rischi non è, ovviamente, chi gioca la schedina ogni tanto, o compra occasionalmente un biglietto della lotteria. E forse neanche i cosiddetti “giocatori sociali forti” - il 10 % circa del totale - per cui il gioco è un evento importante che scandisce la vita. Ma è tra loro che si annidano i giocodipendenti - 7/800mila persone in Italia - che non possono fare a meno di giocare, “e per cui il tentativo di smettere provoca disturbi simili a quelli di una crisi di astinenza da sostanze: ansia, cefalee, tremori”, sottolinea Sforza. “Una sofferenza che ha relativamente poco a che vedere con il denaro vinto o perduto: a creare dipendenza non è la vincita, ma il fatto stesso di giocare”.

Forse si spiega così perché molti dei giocatori patologici, in maggioranza uomini, abbiano un reddito modesto: “Sono persone che spesso per giocare rinunciano a spese indispensabili per la famiglia, o cadono in mano agli usurai”, spiega Maurizio Fiasco, sociologo e consulente della Consulta Nazionale delle Fondazioni Antiusura.

Se alla base della gioco dipendenza potrebbe esserci un meccanismo biologico, infatti, su questo si

innescano altri meccanismi, “come la gratificazione legata al concorrere per una posta particolarmente elevata, che ha un effetto quasi magico, al di là delle effettive possibilità di vittoria, e un impatto particolarmente forte sulle persone con bassa autostima”, spiega Fiasco. “Ma anche la distorsione cognitiva che dà a chi gioca la sensazione di poter controllare la realtà, prevedendo il numero ritardatario o il risultato della partita.”.

Come combattere il gioco patologico? “Ci vorrebbe meno offerta di gioco d’azzardo, e meno pubblicità”, osserva De Luca “Mentre lo stato oggi fa esattamente il contrario”. A preoccupare gli operatori è ora l’imminente distribuzione di 28mila macchinette simili ai videogiochi, che però offrono ai vincitori un premio in denaro: “Teoricamente sarebbero riservate ai maggiorenni, ma chi farà i necessari controlli?”, conclude Fiasco. “Oggi gli introiti del gioco legale sono un’imposta regressiva sul reddito: una tassa sulla povertà”.

Dati

80 % della popolazione italiana gioca

giocatori patologici 7/800 mila italiani

spesa annua pro capite per il gioco in Italia: 197 euro all’anno nel 2000, 320 nel 2004

spesa complessiva per il gioco in Italia 1994:7 miliardi di euro, 2004 20 miliardi

L’Italia è il primo paese al mondo per spesa pro capite nel gioco (al secondo posto nel mondo, gli Usa, in Europa, la Spagna

I pazienti del Centro di Terapia di Campoformido (Udine)

85 % uomini

65% sposati

45 % diploma scuola media superiore

51% gioca al casinò, 21% corse cavalli, 15 % lotto, 13 % videopoker

51 % tra i 40 e i 50 anni, 22% tra i 50 e i 60, 14 % tra i 30 e i 40

Box le terapie

Se è una malattia, si può curare. E anche in Italia oggi ci sono istituzioni cui rivolgersi per uscire dalla giocodipendenza. Seguendo un percorso complesso, basato su una psicoterapia, individuale ma più spesso familiare e di gruppo. “Si punta soprattutto a scardinare i meccanismi della dipendenza, cercando di prevenire le ricadute”, spiega Sforza. E particolarmente importante per questo è la partecipazione della famiglia, vittima ma a volte anche complice involontario del giocatore. Per questo la SIIPaC organizza anche seminari di tre giorni a tempo pieno coinvolgendo in una prima fase di terapia pazienti, familiari e amici.

E se la psicoterapia resta la base di un percorso impegnativo, a questa si affiancano spesso terapie farmacologiche, a base di farmaci serotoninergici come gli SSRI, utili per vincere il “craving”, l’ansia dolorosa di giocare che provoca ricadute, ma anche per combattere la depressione che spesso si accompagna al gioco compulsivo.

Anche in Italia oggi ci sono strutture che si occupano di questi problemi, come l’AGITA di Campoformido ( www.sosazzardo.it, tel 0432 728639), oppure il numero verde istituito dalla SIIPaC ( 800 368 300) o i centri “Infoazzardo” creati in collaborazione con la SIIPaC in diverse città (per informazioni www.Sipac.it). Cui si affiancano alcuni Sert che cominciano ad attrezzarsi per combattere anche questa nuova forma di dipendenza e, sul fronte privato, il Cestep (www.cestep.it) che in caso di necessità offre anche la possibilità di ricovero.