Non occorre guardare i dati diffusi dalle varie società gestrici del gioco d’azzardo legalizzato per capire che la gente gioca, spende. Spesso al di sopra delle proprie possibilità. I segnali sono tanti. Le pubblicità abbondano, i telegiornali nazionali dedicano immancabilmente qualche minuto del loro preziosissimo tempo alla grandi vincite del Super Enalotto, quando non si concentrano su fatti di cronaca nei quali si parla di un intero paese contagiato dalla “mania” per questo o quell’altro tipo di giocata. Quando si tratta di parlare dei disastri provocati da questa corsa all’azzardo, invece, i toni sono più sfumati, i servizi giornalistici scarseggiano, salvo che non si tratti di fattispecie non legalizzate, magari legate alle scommesse clandestine.
I dati servono tutt’al più a capire quali sono le probabilità di vincere. Non spiegano le situazioni familiari disastrate, le condizioni di pesante disagio di chi deve fare i conti prima con la vita e poi con il “vizio” del proprio familiare consumato da una febbre che sale inesorabilmente, giocata dopo giocata.
Di questo abbiamo parlato con Rolando De Luca, psicologo e psicoterapeuta responsabile del Centro di terapia di Campoformido per ex-giocatori d’azzardo e le loro famiglie. De Luca non ama apparire e d’altronde non ne ha bisogno. Di lavoro da fare ne ha molto. Perché le condizioni di disagio sono tantissime e la sua struttura, messa in piedi con la sola buona volontà e tanto impegno nel 1995, è oberata di lavoro. Attualmente, circa un centinaio di famiglie, suddivise in nove gruppi terapeutici, sono assistite dal Centro che, per la qualità del lavoro svolto, ha assunto rilevanza nazionale.
- Può dirci qual è la situazione, nella nostra regione, per quanto concerne il gioco d’azzardo?
“Premetto che nell’affrontare l’argomento non amo esprimere giudizi morali, ma mi limito a parlare in base all’esperienza maturata. Il centro affronta le situazioni di quelli che potremmo definire giocatori patologici. Sono all’incirca il 3 per cento della popolazione adulta e, in tal senso, la situazione della nostra regione non è diversa da quella di altre realtà nazionali”.
- Come si diventa giocatori patologici?
“Molto dipende dalla situazione esistente, dalle occasioni di gioco: di recente ho partecipato a un convegno in Sardegna. In quella regione non esistono situazioni legate ai casinò, per il semplice fatto che non ce ne sono a disposizione, mentre in Friuli Venezia Giulia la situazione è evidentemente influenzata dall’esistenza delle sale da gioco slovene. Anche il numero di coloro che giocano e perdono il loro patrimonio in Borsa è in aumento. Per quanto concerne l’aspetto patologico, volendo semplificare il discorso, si può affermare che ogni occasione diventa buona per giocare, che l’azzardo diventa una forma vera e propria di dipendenza che spinge continuamente a scommettere somme sempre più ingenti, nel disperato tentativo di recuperare. Che si giochi in Borsa o al Casinò, alla fine il risultato è sempre lo stesso: l’annientamento dell’individuo”.
- Come si può intervenire per limitare l’insorgere di questa patologia?
“Se si vuole agire seriamente bisogna prendere atto del fatto che il gioco è favorito dalla disponibilità sempre più ampia d’occasioni e dalla sua massiccia offerta in termini pubblicitari. Più alti sono questi due fattori, maggiore è la propensione al gioco d’azzardo. Ciò che preoccupa maggiormente è che gli effetti di questa situazione sono destinati a protrarsi per molti anni, come insegnano le campagne antifumo. Queste ultime e i divieti di pubblicità sono cominciati parecchi anni addietro, eppure in Italia si continuano a registrare 80-90 mila decessi all’anno tra chi fuma. Se però teniamo conto del fatto che, ogni anno, le giocate ammontano a molti milioni di euro, allora si comprende che gli interessi in gioco sono molto alti. Affrontare preventivamente tale patologia è assai difficile: l’azzardo è una variabile impazzita della propensione al gioco e la sua insorgenza è riscontrabile soltanto a situazione compromessa. Dal punto di vista terapeutico, il centro affronta la patologia coinvolgendo la famiglia attraverso un percorso molto lungo, che dura fino a quattro anni”.
- La vostra attenzione sembra concentrarsi più sulla famiglia che non sul singolo.
“Il giocatore patologico non riconosce la propria condizione e, come tale, tende a non rivolgersi al Centro. A farlo sono le famiglie che affrontano situazioni talmente difficili da risultare insostenibili. Il problema è che spesso proprio la famiglia, nelle prime fasi, sottovaluta il problema partendo dal presupposto che sia il singolo individuo a dover affrontare e vincere la propria condizione di dipendenza. Nei primi anni d’attività del centro non è stato facile trovare giocatori disposti a farsi aiutare. Oggi, invece, giungono richieste di aiuto da tutta Italia. Il centro dimette molte famiglie ‘guarite’ che riescono a recuperare un livello di serenità accettabile, ma bisogna sapere fin dall’inizio che si tratta di un percorso impegnativo e lungo”.