Una frase lapidaria, che si pronuncia spesso senza afferrare veramente la sofferenza che sta dietro: depressioni, perdita del lavoro, famiglie sfasciate, nuove povertà. Di rovinati dal gioco ce n’è sempre di più anche in Friuli. Ma il centro Agita di Basaldella, dove sono in terapia oltre un centinaio di ex giocatori, insegna che di azzardo si può anche guarire.
I primi che hanno cominciato a frequentare l’Agita vengono ora dimessi, «dopo aver seguito incontri terapeutici assieme ai familiari per circa quattro anni», precisa il responsabile, lo psicoterapeuta Rolando De Luca. Gran parte di chi scivola nel gioco patologico e chiede aiuto per uscirne si è rovinato al Casinò, frequentando le case da gioco d’Oltreconfine; in misura minore, c’è chi non resiste alle corse dei cavalli, al bingo, al lotto (e l’assalto di queste settimane anche alle ricevitorie di casa nostra per puntare sul numeri in ritardo danno già una misura del fenomeno) e all’enalotto. Senza dimenticare gratta e vinci, slot machine e giochini proposti da Internet.
Molto spesso puntare, rischiare, mettere in gioco fette anche consistenti del proprio patrimonio apre una spirale da cui diventa impossibile sottrarsi. E anche indebitandosi si cerca irragionevolmente il “colpo” capace di riportare a galla. Non se ne esce, anzi, si... esce di testa, fino a distruggere vita di relazione, affetti, lavoro. Da qui la terapia di gruppo come scelta dell’ultima spiaggia: e a tentarla è solo una parte di chi soffre per questa dipendenza; «perchè c’è molto pudore ad ammettere di essere inguaiati per il gioco», precisa De Luca.
Ma qual è l’identikit del giocatore ammalato d’azzardo?
«È maschio – spiega il responsabile di Agita –, visto che le donne non rappresentano più del 15%, di età tra i 40 e i 50 anni, in gran parte diplomato o con licenza media inferiore, ama il rischio e gioca da molto tempo. Frequenta i corsi quasi sempre assieme a un coniuge o a un familiare, ma abbiamo anche casi di familiari di giocatori che frequentano i gruppi senza il congiunto interessato».
I costi per questo tipo di terapia sono tutt’altro che proibilitivi, ma sui risultati cosa si può dire? «Che le percentuali di abbandono, inizialmente superiori al 30%, ora sono pari al 10 – continua il responsabile –; gran parte dei giocatori cambia completamente pagina, mentre altri continuano a tentare la sorte, ma non più in maniera patologica e investendo cifre folli. Stamo comunque registrando con soddisfazione le prime “dimissioni” di giocatori usciti da quel pozzo senza fondo e restituiti alla famiglia e a una vita degna».
Un quarantacinquenne friulano, che ha da poco concluso un periodo di terapia di quattro anni all’Agita per uscire dalla dipendenza del gioco, ha accettato di raccontare, sia pur in forma anonima la sua esperienza. Con grande fatica è riuscito a risollevarsi da un precipizio che lo stava portando alla bancarotta, alla distruzione del proprio matrimonio, all’annullamento della propria autostima.
Signor P., quando e come è cominciata la sua passione per il gioco?
«Sette, otto anni fa. Il lavoro che facevo allora mi permetteva di avere delle ore libere. Ho cominciato a occuparle alle slot machine. Ovviamente all’inizio giocavo cifre “normali”, 20, 50 mila lire. Poi, una vincita consistente, di oltre 20 milioni di lire, mi ha fatto andare fuori di testa».
Cioè?
«Mi ha fatto entrare in un vortice senza fondo. Puntavo, perdevo e più perdevo più volevo giocare. Era una droga. Sono arrivato a indebitarmi fortemente, a chiedere soldi in famiglia. Mio suocero mi ha aiutato moltissimo ed è stata una grande gratificazione, successivamente, comunicargli che ce l’avevo fatta a venirne fuori».
Sua moglie lo sapeva?
«No, finchè, di fronte alle mie ripetute assenze e al mio preoccupante cambiamento, mi ha fatto confessare. Temeva si trattasse di un’altra donna. E che donna! Mi stava portando via soldi, energia, salute, famiglia, voglia di vivere».
Cos’avete deciso di fare?
«Lei ha preso la cosa di petto. Siamo andati a parlare con un religioso nostro amico, che già aveva aiutato altre persone cadute nella stessa trappola. È stato lui, compresa la gravità della situazione, a indicarci il centro Agita di Campoformido. Abbiamo deciso per lo meno di cercare di capire di cosa si trattasse».
Con che spirito e quale frequenza avete affrontato il corso?
«Premetto che è stato tutto meno che facile; i miracoli non esistono e accettare le regole del gruppo richiede grande fatica, tanto è vero che quando noi abbiamo iniziato, le prcentuali di abbandono erano decisamente alte. Nelle sedute, una volta la settimana, la nostra presenza è stata assidua. E avere a finco mia moglie, con la sua caparbietà nel crederci che ce la potevo fare e nel voler condividere il mio percorso, è stata determinante. Quando il dottor De Luca mi avvertì che era tempo di prepararmi alle dimissioni, non ero così convinto. E mi dispiaceva anche lasciare quegli ex giocatori che non erano ancora guariti».
Le parla di guarigione e di dimissioni. Allora si tratta di una vera e propria malattia!
«Peggio. È una cosa che ti prende allo stomaco la mattina appena ti alzi e l’unica cosa a cui pensi è come fare per procurare il denaro per poi andare a giocare. Non ne ho esperienza, ma credo che la dipendenza dall’alcol e dalla droga sia qualcosa di molto simile. Ecco perchè ci vuole tempo, penso addirittura che per eliminare quello stimolo sarebbe necessario un mese di ricovero in una clinica».
Familiari e amici erano al corrente del fatto che lei stava cercando di uscire dalla dipendenza?
«Assolutamente no, neppure nostro figlio sapeva. Lo accompagnavamo dalla nonna dicendo che dovevamo seguire un corso per diventare genitori migliori».
Lei ha lasciato il centro Agita da diversi mesi. Le è mai tornata la tentazione della slot machine?
«Mai, e neppure di altri giochi o scommesse, sia pur di importi minimi».
Com’è cambiata la sua esistenza?
«Ora ho un lavoro di responsabilità nel settore creditizio, do al denaro un valore cui non avevo mai dato prima, quando ero conosciuto come uno dalle mani bucate. Mi guardo indietro e rabbrividisco all’idea che stavo per mandare a catafascio la mia vita, stavo perdendo mia moglie e tutti gli affetti che contano davvero. Spero che la mia testimonianza aiuti qualcuno convincendolo che è il caso di mettersi nelle mani di chi è in grado di aiutarlo. È stata dura, durissima a volte. Ma essermi ripreso la vita, quella vera, mi sta dando una sensazione meravigliosa».