Non si può tenere rinchiuso in carcere un uomo se ha il vizio radicato del gioco d’azzardo. Non lo si può tenere in carcere nemmeno se ha «prelevato» indebitamente per soddisfare la sua passione per il gioco 400 mila euro dai conti correnti della Cassa edile di cui era il direttore generale.
Luciano Grimalda, 53 anni, da tempo «pendolare» tra la Slovenia e Trieste, ha il diritto di restare in libertà per potersi curare dalla sindrome che lo ha distrutto professionalmente e lo ha fatto finire sotto inchiesta per peculato.
Lo hanno detto ieri i giudici della Suprema Corte di Cassazione che hanno accolto il ricorso degli avvocati Maria Genovese e Alberto Kostoris contro l’ordinanza del Tribunale del riesame di Trieste che nell’aprile del 2004 aveva deciso che l’ex direttore fosse assegnato agli arresti domiciliari. In attesa della discussione di questo ricorso, Luciano Grimalda era rimasto in libertà e continuerà a rimanervi fino al passaggio in giudicato della sentenza che ne sancirà la colpevolezza o l’innocenza. Il tentativo del pm Raffaele Tito di rinchiuderlo in casa dopo averlo già fatto finire al Coroneo, è dunque fallito.
La Cassazione ieri ha accolto le tesi dei difensori che tra i vari argomenti avevano privilegiato la perizia del dottor Aldo Becce. Lo psicologo ha spiegato che il gioco d’azzardo ha rappresentato per Luciano Grimalda una «valvola di sfogo» in relazione alla sua vita matrimoniale, incrinata da tempo.
«Si sentiva intrappolato da forti sensi di colpa» ha scritto il consulente della difesa. Oggi la convivenza con la moglie si è interrotta definitivamente, tanto che sono iniziate le procedure di separazione. In pratica ora sono venuti a mancare i motivi che per anni hanno indotto il dirigente della Cassa Edile a sperperare grosse somme al tavolo verde. La roulette e il poker hanno rappresentato una sorta di compensazione, una «valvola di sfogo», come ha spiegato lo psicologo.
Il vizio dell’azzardo non può comunque scemare in modo rapido - spiega ancora la Cassazione - perché un certo tempo è necessario per riprendere il pieno controllo dei propri impulsi. Ma il crollo del proprio ruolo sociale, la perdita del posto di lavoro, l’entrata per qualche tempo in carcere al Coroneo, hanno costituito una terapia d’urto. Violenta ed efficace. Oggi Luciano Grimalda non si avvicina più ai tavoli dei casinò. Prova disgusto per le carte e per le fiches. Sembra guarito dal vizio che lo ha distrutto.
Ma non basta. L’ex direttore della Cassa edile ha anche collaborato con gli inquirenti. Le indagini iniziate a fine del febbraio 2004 avevano accertato un ammanco di 99 mila euro. Nulla di più. Quando Luciano Grimalda nel marzo dello scorso anno si è presentato spontaneamente al pm Raffaele Tito ha ammesso un prelievo ben più consistente: 400 mila euro e ne ha fornito anche le prove contabili. Inoltre ha messo a disposizione della legge tutta la liquidazione accumulata in trent’anni di lavoro come dirigente della stessa Cassa edile. Dei due appartamenti di sua proprietà, uno è andato alla moglie: l’altro sarà venduto e il ricavato servirà a ripianare l’ammanco. Su questo punto sono in corso trattative tra i suoi difensori e l’avvocato Franco Ferletic che rappresenta nell’inchiesta ancora aperta la stessa Cassa edile.
Tra i difensori e la Procura è in atto anche un braccio di ferro sulla qualificazione del reato. Per i primi si tratta di appropriazione indebita. Per il pm Tito è invece il più grave peculato, proprio perché nella Cassa edile confluiscono obbligatoriamente i contributi delle 350 imprese di costruzioni che operano in provincia di Trieste. I soldi versati e prelevati in parte da Grimalda servivano per pagare le tredicesime, le gratifiche natalizie e i trattamenti pensionistici integrati a 2000 operai edili che operano in quest’area nostra area.