«Avevo 45 anni. In quel periodo c'erano molti problemi in famiglia. Mio marito era rimasto invalido in un incidente. Mia figlia a 20 anni ha avuto un improvviso distacco della retina e ha perso un occhio. Mia mamma si è ammalata di Alzheimer. Io tenevo le redini di tutto....Ogni tanto uscivo per svagarmi, e andavo dritta al casinò.
Giocare era il mio momento di evasione. Lo facevo per non pensare. Poi è diventato più forte di me, un gesto meccanico. Non riuscivo più a divertirmi in nessun altro modo», racconta ad Anna Antonella, 58 anni, di Venezia.
«Giocavo alle slot machine puntando all'inizio piccole cifre: 20mila, 40mila lire... Quando andava bene tornavo a casa con 100mila. Capivo che il mio accanimento non era normale ma facevo finta di niente. Finché non sono iniziati i guai economici».
Antonella è riuscita a smettere in un modo insolito: dipingendo. «Riempivo il tempo così per non cedere alla tentazione di uscire a giocare di nuovo. Lo consiglierei a tutti. A vincere la dipendenza aiuta immergersi in qualche altra attività che piaccia molto, e che distolga da quel pensiero ossessivo. Prima, avevo solo voglia di giocare». Per fronteggiare i debiti Antonella si era rivolta alle banche. Adesso da un anno è in terapia. Se pensa di ricaderci? «Spero di no. Ma tutto dipende dalla situazione familiare. Se uno si sente circondato dall'affetto dei suoi amici e familiari, difficilmente si lascia andare. Prima, forse, mi sentivo sola. Sola, di fronte a una montagna di impegni da affrontare con le mie poche forze...».


Settecentomila in Italia
Il problema di Antonella è comune in Italia ad almeno 700mila persone - una su tre è una donna. Tra i medici più qualificati che assistono i giocatori d'azzardo pentiti c'è il professore Rolando De Luca, che ha il suo studio nella provincia di Udine. Per molti anni si è occupato di altre dipendenze: alcolismo e tabagismo. Oggi lavora con nove gruppi di ex giocatori in terapia: in tutto segue un centinaio di persone. La diffusione di questa "malattia" è enorme: anche oggi in tempi di crisi. Anzi, forse proprio per questo.
« È dimostrato che più un'economia è in crisi, più si gioca d'azzardo», spiega ad Anna il professore De Luca. «Proprio quando c'è instabilità, si confida nella fortuna. L'insicurezza sociale stimola i giocatori a inseguire il "colpo grosso". Con il risultato che molti perdono così anche quel poco che restava loro in tasca. Il gioco d'azzardo non crea ricchezza: la sposta soltanto. Prenda a esempio tutti i pensionati che giocano al lotto: i soldi che dovrebbero servire per i beni di prima necessità vanno a finire ai gestori delle varie lotterie. Molte famiglie di giocatori, prima o poi, sono costrette a rivolgersi agli usurai».
Tre a uno: per ogni tre maschi c'è una giocatrice. Tuttavia questa percentuale sta crescendo, spiega Rolando De Luca: «Perché la donna, insieme ai vantaggi della parità, ha subito pesantemente anche gli svantaggi: le giocatrici finiscono nei guai esattamente come gli uomini».
«Le donne sono anche più restie a chiedere aiuto», spiega ancora De Luca. «Nei nostri gruppi le donne sono solo il 15 per cento. È molto difficile che una giocatrice d'azzardo chieda aiuto, e altrettanto difficile è convincerla a non abbandonare la terapia prima del tempo. Purtroppo ci sono molti abbandoni. L'80 per cento delle pazienti prima o poi se ne va. Questo succede perché la donna arriva sola in terapia, senza un supporto. L'uomo, invece, è sempre accompagnato dalla famiglia. La donna no: le giocatrici incallite vengono spesso abbandonate a se stesse».
Gli uomini sono, in un certo senso, più sorvegliati dalle mogli. Proprio come è successo a Francesco, 30 anni, di Verona. Colto sul fatto dalla sua fidanzata, Sara, 27 anni e oggi da poco madre di un bambino. Ora sono felici. Ma fino a quattro anni fa, la loro coppia era un inferno.
«Avevamo appena cominciato a convivere», racconta Sara. «Abbiamo acceso un mutuo e unito i nostri conti correnti. Ed è proprio così che mi sono accorta dei buchi neri nei quali sparivano i nostri risparmi. Francesco giocava sempre più spesso al videopoker in un bar vicino casa. Un giorno gli ho fatto una specie di interrogatorio: "Che cos'hai? Forse ti droghi?" . E lui ha confessato tutto. Aveva sempre mentito: mi diceva che aveva un secondo lavoro, ma del secondo stipendio, nessuna traccia. E nelle sue lunghe assenze lui era lì, nel bar, incollato a quella macchina mangiasoldi. Le poche volte che l'avevo visto giocare, mi ero arrabbiata: vedevo che continuava a infilare come un automa i biglietti da 50mila nella fessura della macchinetta, e gli dicevo: "Quanto sei stupido: non vedi che non vinci mai? "
Era un ossesso. Mi toccava andare ogni sera a riprendermelo al bar. Adesso grazie alla terapia sembra guarito. La nascita di nostro figlio lo ha aiutato a ripensare il suo presente e il suo futuro. Che rabbia adesso, pensare a tutto quello che è successo. Pensare che lui il suo tesoro ce l'aveva già: tutti quei soldi bruciati... Quanti sarebbero adesso, se invece che al bar li avesse messi in banca?


Di chi è la colpa se quasi un milione di italiani sperperano i risparmi di una vita in questo modo? Difficle stabilirlo. Tutti gli ex giocatori, presa coscienza, puntano il dito contro l'offerta di Stato. Quel carosello abbagliante di occasioni sul mercato, nuovi giochi e nuove lotterie, sempre più pubblicizzate, un'offerta enorme, che produce nuovi bisogni e dunque spinge le persone a giocare di più.
« Lotto; superenalotto; totocalcio; totip e casinò.... altro che giochi. Questo è azzardo puro», concorda il professore Rolando De Luca. «Perché sono tutte situazioni in cui il caso è dominante. In un gioco conta l'abilità umana: vinca il migliore. Al casinò, invece, sono tutti alla pari: sia un bambino che un Premio Nobel hanno la stessa possibilità di trionfare. Queste attività dunque, per quanto legali, sono ugualmente d'azzardo. E chi fallisce legalmente non è certo più fortunato!
«Lo Stato», continua De Luca, «ha tutto l'interesse che "il baraccone" vada avanti. Perché i soldi non ci sono. Come per il monopolio delle sigarette, anzi meglio: è una cosa più pulita perché le "malattie" e le dipendenze dal gioco sono meno evidenti dei tumori al polmone. Smettere sarebbe impossibile. Grazie alle entrate del Lotto paghiamo tutti meno tasse, e abbiamo più servizi....».


L'offerta è invadente sì, ma il fattore umano? Perché qualcuno si ammala e qualcun altro no? «Anche se non si può banalizzare», spiega Rolando De Luca, un motivo in effetti c'è. Chi gioca d'azzardo ha sicuramente qualche problema. Una debolezza che lo rende vulnerabile a quei richiami. Un dolore dentro. Un lutto, per esempio. Le donne che perdono il marito, per esempio, cadono più spesso nelle tentazioni dell'alcol o dell'azzardo. Così come esistono passaggi critici: eventi nella vita dei giocatori "moderati" che possono spingerli a giocare più "forte". Per esempio: il figlio ormai cresciuto lascia la casa dei genitori; una separazione. Il problema è molto complesso: perché nessuno reagisce mai allo stesso modo.... ».
L'associazione del professore Rolando De Luca si chiama Agita (Associazione degli ex giocatori d'azzardo e delle loro famiglie) e ha sede a Campoformido, in provincia di Udine. Esiste da dieci anni e offre assistenza a chi ne ha bisogno (compresi i familiari dei giocatori). C'è anche un sito internet per chi volesse saperne di più: www.sosazzardo.it.