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Il Piccolo
28 agosto 2005
I gestori dei bar truccavano il software per permettere maxiscommesse e ridurre al minimo le vincite dei clienti
Videogiochi trasformati in slot-machine
Cinquantaquattro denunciati dalla Finanza e cento "macchinette" sequestrate
di Corrado Barbacini
Videogiochi taroccati,trasformati in slot machine,per fregare i clienti. Li hanno scoperti i finanzieri che hanno denunciato 54 persone, in buona parte gestori di bar e locali di Trieste ma anche alcuni clienti sorpresi e i fornitori delle famigerate macchinette titolari di due ditte che hanno sede a Bergamo e Brescia. In breve tempo le indagini coordinate dal pm Pietro Montone si sono estese a tutto il Nord Italia. Sequestri sono stati messi a segno a Udine e Monfalcone ma anche Carole e Brescia. E poi da Cortina a Salò. In tutto un centinaio di videogiochi. Il giro d'affari stimato dagli investigatori della Guardia di Finanza ammonta a oltre 3 milioni di euro. Denaro spillato dalle tasche dei giocatori illusi di vincere,ma anche esentasse,insomma in nero. Ogni macchinetta videopoker produceva circa 35 mila euro al mese. E in buona parte questo denaro è finito nelle tasche dei titolari dei bar. "Mi servivano per pagare l'affitto del locale. In questo periodo di crisi se non ci fossero state le macchinette avrei chiuso", ha dichiarato con una certa ingenuità la titolare di un bar agli investigatori. Il trucco escogitato dai gestori è stato quello di modificare il software delle apparecchiature che appartengono al tipo "Puzzle bubble" utilizzabile teoricamente anche dai minorenni. Un "cartoncino" zeppo di contatti che trasforma il videopoker in una vera e propria macchinetta mangiasoldi dove si possono fare maxiscommesse . La norma prevede che la puntata massima non possa superare il valore di un euro e la vincita non sia superiore a 10 euro.Somma questa che dovrebbe essere corrisposta in buoni per consumazioni beni e non in denaro. E invece la realtà accertata era ben diversa. Un gioco da ragazzi per il quale a fronte dei punteggi ottenuti il gestore del bar che ospitava il videogioco riconosceva una vincita in denaro al cliente: un euro ogni venti punti. Insomma alla fine anche centinaia di euro. Un vero e proprio sistema di gioco d'azzardo che ha funzionato per mesi in città. Gli accertamenti sono stati effettuati direttamente all'interno degli esercizi commerciali,in cui gli agenti hanno filmato il funzionamento degli apparecchi con minuscole videocamere nascoste all'interno di valigette. Tramite la banca dati sui "congegni da intrattenimento e divertimento" della Guardia di finanza,è stato possibile rilevare che il numero degli apparecchi forniti dalle due ditte era addirittura il triplo di quelli dichiarati ai Monopoli, e i documenti di accompagnamento erano semplici duplicati di quelli originali,con conseguente evasione dell'imposta sugli intrattenimenti. I finanzieri hanno contemporaneamente avviato altri provvedimenti a carico dei baristi che ospitavano le macchinette fuorilegge verificando l'esistenza delle autorizzazioni necessarie per l'installazione dei videopoker. Qualcuno di questi esercenti sta rischiando addirittura la licenza e potrebbe essere costretto alla chiusura. Nel novembre dello scorso anno gli investigatori della Finanza di Trieste su ordine della procura di Brescia avevano sequestrato altri venti videopoker fuorilegge. Tre erano state le ditte di noleggio dei videopoker perquisiti dagli investigatori triestini. La prima ha sede a Opicina in via dei Papaveri e il titolare si chiama Marco Bonanno, la seconda di proprietà di Giulio Mendola ha sede a Santa Croce 351. La terza che compare nella lista delle società coinvolte è la "Igi" di Paola Maccari. I titolari erano stati denunciati per esercizio abusivo del gioco d'azzardo oltre che per violazioni amministrative. In quell'occasione in tutta Italia erano state perquisite oltre duecento società e denunciati i titolari. Erano state sequestrate in totale 1441 macchinette fuorilegge. Si tratta delle "Luky West due". Questo videopoker consentiva di vincere solo in rarissimi casi e praticamente quasi solo quando a deciderlo era il gestore del locale a cui era stato affittato.
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