La palma d'oro delle sale bingo del Friuli Venezia Giulia spetta alla Milleuno Bingo, la srl che gestisce da dicembre 2001 Planet Bingo,già Planetarium e Rototom, in via Risiera in Comune di Zoppola e alle porte di Pordenone. Affluenza triplicata rispetto all'apertura,fatturato passato da 40mila euro settimanali agli attuali 120,una capienza massima di 500 persone che si sfiorano a volte nel fine settimana, ma soprattutto un andamento in crescita continua. Tanto che i gestori si considerano ancora ben lontani dalle reali potenzialità del bacino,dal momento che per almeno il 35 per cento della gente questa "tombola familiare" istituzionalizzata,com'è spesso definita dagli addetti ai lavori,resta ancora una sospetta sconosciuta. Pordenone inoltre,nonostante sia una provincia meno popolosa di Udine,realizza ben il 5 per cento in più della clientela rispetto alle sale bingo friulane,attingendo anche dal resto della Regione e dal Veneto.
"Abbiamo superato il periodo di rodaggio - spiega Enrico Polo ,anima della srl e imprenditore devoto alla causa del bingo, considerato che amministra altre sei sale sparse tra Veneto e centro Italia - e da quest'anno si sono visti i primi utili"
In perdita fino al 2003,quando si raggiunse il pareggio,la salita è iniziata di fatto solo l'anno scorso. Per Polo,quindi,Pordenone può considerarsi a pieno titolo tra le scommesse già vinte. "Nel 2001 le aspettative di tutti erano positive - spiega l'imprenditore -, ma l'eccessivo numero di concessioni messe velocemente sul mercato ha finito per creare una concorrenza spietata che non poteva essere assorbita dalla reale capacità del bacino,così che il 50 per cento delle sale è fallito subito,il 25 fallirà a breve, e sopravvivranno solo coloro che nella gestione sapranno essere innovativi".
Che Polo significa garantire al cliente il maggior divertimento al minor costo e con la migliore accoglienza: "La nostra scelta - spiega - è stata quella di rallentare i tempi di gioco, portando l'estrazione dei numeri da uno a 3 secondi; dare maggiore spazio alle cartelle da 1 euro rispetto a quelle da 1,5 e dare più servizi al cliente, come la cena gratis. In questo modo - aggiunge - i nostri clienti riescono a trascorrere da noi in media un'ora e mezza,spendendo circa 10 euro,che è più o meno quanto spenderebbero al cinema".
Ma l'offerta potrebbero essere destinata ad aumentare: "La mia idea di bingo infatti - conclude Polo - è quella di una sorta di multisala del divertimento in cui trovare anche altri giochi,come le slot machine,il lotto o le corse dei cavalli".

Il nome da un fagiolo
Il nome "bingo" ha un'origine curiosa: deriva da un gioco simile alla tombola praticato in Georgia, negli Usa, che veniva chiamato Beano (dall'inglese "bean","fagiolo","chicco") a causa dei fagioli secchi usati per coprire,sulla cartella,i numeri estratti. Colui che per primo copriva con i fagioli secchi tutti i numeri della cartella,esclamava "beano!" per annunciare la vincita della posta. Un fortunato vincitore,invece di "beano",gridò "bingo", forse per l'eccitazione o per l'incerta pronuncia e da allora tale sinonimo è rimasto per indicare questo gioco particolarmente diffuso in Spagna e Inghilterra: Come nella tombola si gioca su 90 numeri e ogni cartella riporta 15 numeri,distribuiti su tre linee orizzontali di 5 numeri ciascuna. Il bingo si svolge in apposite sale,autorizzate dallo Stato e gestite dai privati, e inizia con l'acquisto delle cartelle che vanno da un costo di 1euro a 1,5, a un massimo di 3 euro. L'estrazione di ciascun numero avviere attraverso un sistema automatico visibile al giocatore sui vari monitor distribuiti in sala,che ne garantiscono così la perfetta trasparenza. Esclusi i premi speciali,vengono pagate solo la prima cinquina e il bingo. Le vincite vengono liquidate al termine di ogni partita.
Milena Bidinost

Gian Enrico Boel (Ascob): "Un clamoroso flop diventato un successo"

(mb) - Quattrocentoventi sale in Italia in prima battuta,altre 380 in seconda. Trenta milioni di italiani ritenuti interessati al gioco,830 miliardi del vecchio conio l'incasso atteso dallo Stato,4mila e 200miliardi il giro d'affari stimato per il 2001,50 milioni l'incasso giornaliero previsto per ogni sala, dai 2 ai 4 miliardi di lire il costo per attrezzare una sala da gioco e 1,5 quello per coprire le spese di gestione annuale. Tra i 10 e i 20mila posti di lavoro in più promessi. Bingo, ma a distanza di quattro anni da quelle ottimistiche previsioni lo scenario è ben diverso. Qual è dunque lo stato di salute del gioco del bingo in Italia? E in Friuli Venezia Giulia?. In viaggio nelle sale da gioco della "tobola familiare" assieme a Gian Enrico Boel, amministratore generale del bingo star di viale Palmanova a Udine e vicepresidente dell'Ascob,l'associazione di categoria del bingo che fa parte della Confcommercio.
Vicepresidente, flop o successo?
"Entrambi. Il bingo in Italia è sicuramente un fallimento,ma solamente rispetto alle aspettative originarie.Per chi è riuscito a superare questi primi anni,è un affare che inizia a dare i suoi frutti e che ha raggiunto solo il 5 oer cento del suo potenziale bacino".
In Italia le sale bingo aperte sono solo 320,di cui appena 280 quelle realmente operative. Perché?
"Il progetto concepito dal Ministero dell'Economia nel 2000 partiva da un calcolo sbagliato: troppe le concessioni messe sul mercato. Troppo alta,inoltre,la percentuale che incassa lo Stato. Del fatturato di gioco il 20 per cento va all'Erario,il 3,8 per cento al Monopolio,che ne fa tra l'altro un uso poco chiaro. Tolto un 4 per cento di fondo per i premi speciali e il 54 per cento distribuito tra i clienti vincitori,ai gestori resta solo il 18,2 per cento,che non copre gli enormi costi di struttura e personale".
E in Friuli Venezia Giulia?
"Valgono le stesse considerazioni rilasciate in prima battuta oggi ne sono rimaste attive solamente sei,2 a Trieste,2 a Udine,una a Monfalcone e una a Pordenone,e non tutte producono ancora utili. Tra queste,chi sta meglio sono il Bingo Star a Udine e il Placet Bingo di Pordenone. Dal 2002 a oggi il loro bacino di utenza si è triplicato,grazie a una gestione che ha puntato non solo sul gioco ma anche sulla qualità e sulla diversificazione dei servizi".
Cos'è il bingo e perché piace?
"E' una sorta di tombola di gruppo scandita dall'alternanza di tre minuti di gioco e tre di attesa,il giusto equilibrio tra gioco caldo e freddo,che diventa l'occasione per fare aggregazione,conoscere gente e trascorrere un paio d'ore in una struttura aperta dal primo pomeriggio fino a notte,in orari cioè in cui spesso i bar chiudono. Il tutto spendendo anche poco e nella totale trasparenza dei meccanismi di gioco".
Chi è il giocatore tipo?
"La clientela si diversifica a seconda delle fasce orarie. Andiamo dal pensionato e dalla casalinga che giocano nel pomeriggio alle compagnie di ragazzi dai 18 ai 35 anni che arrivano nel weekend prima o dopo la discoteca,alle famiglie che si concentrano per lo più la sera o la domenica. Il maggior afflusso di gente si concentra da mezza sera in poi,con picchi nel weekend e festivi. Per metà clientela fissa,per l'altra metà occasionale,anche il bacino di utenza è equamente diviso tra provincia e zone limitrofe.
Quale sarà secondo lei,il destino del bingo in Italia?
"Molto dipende dalla abilità dei gestori,ma soprattutto,dal sostegno che arriverà loro dalle istituzioni. Ciò che l'Ascob sta proponendo è in particolare di diminuire la percentuale di guadagno per gestore e Stato,aumentando invece quella destinata alle vincite tale da creare maggiore attrattiva. Serve poi una maggiore elasticità e tempi burocratici più veloci per adeguarci al resto dell'Europa,ad esempio nell'adottare il sistema di collegamento intersala".

MALATI DI GIOCO, L'ALTRA FACCIA DEL DIVERTIMENTO

L'altra faccia del bingo si chiama "patologia del gioco d'azzardo". Né più né meno di quanto accade per altre tipologie di gioco. Colpisce tra l'1 e il 3 per cento dei giocatori (che sono l'80 per cento della popolazione italiana) e ha una grave ricaduta economica e relazionale sulle loro famiglie. Per non parlare del rischio di entrare nella morsa dell'usura.
"Senza voler demonizzare il gioco del bingo - spiega Rolando De Luca,psicologo psicoterapeuta responsabile del Centro di terapia di Campoformido (Udine) per ex giocatori d'azzardo e per le loro famiglie (Agita) - va detto però che i timori espressi quattro anni fa al momento della sua introduzione si stanno ora rivelando fondati". All'Agita stanno infatti arivando,un po' da tutta Italia,le prime richieste di aiuto di famiglie rovinate dal bingo,mentre dal 2000 al 2004 la spesa globale destinata al gioco d'azzardo in genere è aumentata del 50 per cento e sta cambiando soprattutto l'identikit del giocatore medio.
Secondo i dati del quinto convegno nazionale dell'Agita del dicembre scorso,il gioco oggi è interclassista,la spesa media destinata a esso dalla famiglia è di 900 euro in un anno e lo spostamento da consumo di beni e servizi a consumo di azzardo è legittimato dalla speranza di guadagnare vincendo una grossa somma di denaro. Questa riguarda in particolare il 47 per cento delle famiglie con redditi-ricchezza al di sotto della media e il 66 per cento dei disoccupati.
In altre parole,di fronte ad una economia che va male e all'aumento della povertà,aumenta anche l'attrattiva di soluzioni miracolistiche,agevolate dall'aumento di nuovi giochi d'azzardo immessi sul mercato e dai messaggi che li hanno accompagnati. Nel caso del bingo,in particolare,maggiore disponibilità di tempo legata a situazioni di non occupazione a fronte di orari di apertura delle sale praticamente ininterrotti stanno aumentando il numero della clientela giornaliera. "Anche per il gioco del bingo quindi -spiega De Luca - vale la regola secondo cui nessun gioco d'azzardo è fatto per far vincere il giocatore,il quale viene piuttosto esposto al rischio di dipendenza patologica".
All'Agita di Campoformido,costituitasi ufficialmente nel 2000 ma dove di fatto i primi percorsi terapeutici sono partiti nel 1995,sono attualmente attivi nove gruppi di terapia che coinvolgono tra giocatori d'azzardo e familiari oltre cento persone da tutta Italia e che hanno una durata pluriennale. Quest'anno sono state dimesse le prime 40 famiglie che hanno superato lo scoglio del tasso si abbandono della terapia (il 30 per cento) e soprattutto della patologia del gioco d'azzardo.