La Vita Cattolica
01 ottobre 2005
Testimonianze di giocatori d'azzardo in un libro
Paolo e Clara: "Cosi' siamo usciti dal tunnel"
di Stefano Damiani
Uscire dalla spirale del gioco d’azzardo? È possibile.
È questo il messaggio di speranza che emerge da «Mi gioco la vita: storie vere di giocatori estremi».
Il volume – edito da Baldini Castoldi Dalai –, scritto e curato dalla giornalista Silvana Mazzocchi (inviato speciale di Repubblica), raccoglie una serie di toccanti testimonianze di giocatori seguiti dal Centro di recupero per giocatori d’azzardo di Campoformido, diretto dallo psicoterapeuta Rolando De Luca.
Il lavoro sarà presentato lunedì 3 ottobre 2005, alle ore 18, in Sala Ajace a Udine. Sarà lo stesso De Luca a intervenire all’incontro che vede la collaborazione del comune di Campoformido e dell’Associazione industriali di Udine.
Un libro importante che offre al lettore delle istantanee di vita vissuta e di sofferenza, facendo capire come si precipita nel baratro dell’azzardo, ma anche come se ne può uscire tramite la terapia di gruppo praticata nel centro di Campoformido dal dottor De Luca.
Nel centro, attualmente, sono attivi nove gruppi di terapia che coinvolgono, tra giocatori e famigliari, oltre centocinquanta persone. E si cominciano a vedere i risultati. Dopo tre quattro anni di terapia, alcune famiglie hanno cominciato ad essere dimesse.
Qui di seguito riportiamo una parte della testimonianza di Paolo e Clara, così come riportata nel libro.
Paolo: «Ce l’ho fatta, ce l’abbiamo fatta. Siamo stati dimessi dalla terapia nel 2004, dopo quasi quattro anni di sedute, e mi sento un uomo nuovo. Lo ammetto, è stato complicato. all’inizio è difficile perfino accettare che il gioco possa essere una malattia, figuriamoci l’idea di mettersi a nudo in pubblico, nel gruppo, davanti a persone sconosciute. Ma, soprattutto, è davvero arduo compiere il primo passo verso la terapia. Per farlo si deve avere la consapevolezza di essere malati».
Clara: «Oggi ho un altro marito. Eppure, quando abbiamo deciso di iniziare le sedute, ero convinta che tra noi fosse tutto finito. Non era per il denaro perso, ma per la stima e la fiducia che pensavo di non avere più nei suoi confronti. Avevo accettato di rimanere accanto a Paolo solo per aiutarlo ad affrontare la terapia. E non me l’ero sentita di garantirgli nulla».
Paolo: «La mancanza del gioco. All’inizio ti pesa, è un macigno, una vera astinenza. Si sta male. Quando vedi per strada la pubblicità di un casinò. Allora ti mancano le emozioni forti, l’adrenalina che il gioco ti scarica addosso, non certo la speranza di vincere».
Clara: C’è sempre il pericolo di una ricaduta. A Paolo all’inizio è successo. Infine, quando sembrava ce l’avesse fatta, un pomeriggio, in un bar proprio di fronte alla scuola di nostro figlio, è tornato a giocare».
Paolo: «È stata una cosa di lieve entità, avrò giocato sì e no l’equivalente di mezzo euro».
Clara: Lieve? Direi piuttosto una batosta. Non importa quanto si gioca. Quel giorno, lo ricordo bene, mi sentivo inquieta, avvertivo come un presentimento. La sera avremmo dovuto partecipare alla terapia e percorrere i cento e passa chilometri che ci separano da Campoformido. Arrivo a casa pensando di avviarci insieme, ma non lo trovo. Intuisco il peggio. Lo sorprendo che gioca a una slot machine. Mi sono sentita morire. In macchina siamo rimasti in silenzio. Parlare tra noi sarebbe stato solo uno sfogo».
Paolo: «In terapia è diverso. Quella volta abbiamo affrontato l’argomento e tutti sono stati d’accordo: assolutamente non bisognava mollare sulla vigilanza».
Clara: «Una cosa è certa: l’aiuto collettivo e reciproco è indispensabile per farcela».
Paolo: «Anch’io come tutti, ho creduto di poter smettere da solo, esclusivamente con la forza della mia volontà. Ma questo non è vero per nessuno. Si dice anche che, per uscirne, bisogna toccare il fondo. Non credo. Tocchi il fondo quando ammetti di essere malato. Durante la terapia puoi riscoprire te stesso. Io sono tornato a impegnarmi nel lavoro, ho cambiato attività e ho fatto anche molti passi avanti nella carriera».
Clara: «Il vero cambiamento di Paolo è stato nei rapporti umani. Oggi dà un nuovo valore ai legami affettivi ed è diverso, con me, con gli amici, ma soprattutto nei confronti di nostro figlio Mattia. Adesso è veramente un padre».
Paolo: «La terapia è finita e per me è stato un sollievo. Il gioco non mi interessa più. So che potrei entrare di nuovo in un casinò senza danni. Ma non ne sono attratto. Mi sento bene, non ho neanche sentito la mancanza delle sedute».
Clara: Per me è stato diverso. All’inizio, in assenza di quell’appuntamento settimanale, mi sono sentita persa. Sarei dovuta andare avanti senza protezione e ho avuto paura. In seguito, però, mi sono abituata e adesso sono tranquilla....A distanza di un anno dalla fine della terapia so che è davvero finita. E io e Paolo ci siamo ritrovati. Ci siamo rifidanzati e risposati».