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01 ottobre 2005
Liberarsi per sempre dalle spire del gioco è possibile.
di Irene Giurovichi
Con pazienza, tenacia e il necessario sostegno della cerchia familiare. Come testimoniano le prime trenta famiglie friulane dimesse recentemente dal Centro di Campoformido, dopo aver percorso tutte le tappe di una terapia che va dai tre ai cinque anni. Loro sono riuscite a rompere il laccio della dipendenza. A loro si deve guardare come modello di una guarigione afferrabile. Nessuna ricaduta, almeno per ora, secondo quanto afferma il responsabile della struttura terapeutica, lo psicologo Rolando De Luca, che anche a conclusione dell'iter di cura monitora i casi seguiti e 'archiviati'. A questi trenta nuclei 'salvati' si aggiungeranno entro dicembre altre dieci famiglie in procinto di lasciare il Centro e ricominciare a vivere, dopo la sconfitta della malattia. Se De Luca preferisce ridimensionare, in nome della precauzione medica, la portata delle dimissioni, tuttavia non si può nascondere che si tratta della conferma del successo della strategia intrapresa dalla struttura friulana. Traguardi sudatissimi, certo, cui si affianca l'ultimissimo dato registrato rispetto a cinque anni fa: il crollo degli abbandoni della terapia da parte dei giocatori d'azzardo. Se il trend mostrava, fino a qualche anno fa, il 30 per cento di abbandoni, adesso la quota si è abbattuta di un meno 10, portando così a 20 la percentuale di quanti non proseguono nel cammino. Stessa considerazione vale anche per le donne che, pur rappresentando il 15 per cento dei giocatori in terapia (la restante parte è tutta maschile), dovevano sobbarcarsi il peso di indici di abbandono elevati, anche sull'ordine del 50 per cento. Ma dalle recenti rilevazioni emerge un contenimento al ribasso degli addii alla terapia anche da parte delle giocatrici, che stanno richiedendo l'intervento terapeutico in misura maggiore rispetto a tre anni fa. Tuttavia, le donne friulane cadute nella trappola dell'azzardo si rivolgono tardi agli esperti (l'età media si aggira attorno ai 55-60 anni), in molti casi si presentano al Centro da sole e non sono supportate sempre dalla famiglia: tutti elementi che contribuiscono ad accentuare l'isolamento delle giocatrici friulane. Non sono più soltanto la dipendenza da casinò, le puntate sulle corse ippiche o i videopoker a rappresentare il pericolo del mal d'azzardo. Adesso sono le autostrade sul web, ovvero l'azzardo on-line, a tentare i potenziali ammalati mediante pre-pagati sotto il controllo del monopolio statale. A questo punto, il Centro friulano lancia un grido d'allarme: gli interventi sul fronte della prevenzione sono quasi inesistenti. Prevenire l'azzardo è la prossima sfida friulana.
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