Parole di Franco Bruni, antipsichiatra di nuova generazione, che da qualche tempo indaga il fenomeno del gioco d’azzardo. A questo vizio estremo è ora dedicato, in forma narrativa, il libro della giornalista Silvana Mazzocchi, Mi gioco la vita (Baldini Castoldi Dalai, pagg. 264, euro 14,60). In forma narrativa perché vi sono raccontate quattordici storie vere di giocatori estremi, ad esempio quella di Armando, che per giocare al casinò sottrae ingenti somme all’istituto in cui lavora, o quella di Paola che colma il vuoto esistenziale con lo stordimento delle slot machine, oppure quella surreale di Giulia, un’ottantenne che sembra fronteggiare la morte incombente con l’emozione del videopoker.
Ed è proprio in questo dualismo gioco-morte che affonda la radice psichica del mal d’azzardo. Come scrive lo psicoterapeuta Rolando De Luca, nella sua preziosa introduzione al libro, «la vera sfida, quella che inconsciamente tutti i giocatori tentano, non è quella che si affronta dentro alle sale da gioco, bensì piuttosto il confronto estremo con la morte, che ovviamente può assumere connotazioni variamente simboliche». In molte storie di giocatori d’azzardo emerge infatti questa scommessa suprema: superare la prova significa rimanere vivi, perché è la vita, e non soltanto il denaro, a essere messa in gioco.
Su questa pulsione mortifera al gioco che trascina nel dramma intere famiglie, prospera però un’economia sempre più prospera che ci riporta alle parole di Franco Bruni. Innanzitutto i dati: l’ottanta per cento della popolazione italiana dedica una qualche attenzione al gioco, mentre i giocatori d’azzardo patologici sono all’incirca il tre per cento. Il giro d’affari, tra gioco legale e illegale, è stimato intorno ai trenta miliardi di euro, è in costante crescita e sembra avvantaggiarsi dei periodi di crisi economica.
Quegli 800mila italiani che sono schiavi del gioco sono naturalmente la punta di un iceberg che risponde, come rimarca De Luca, a una precisa politica finanziaria dello Stato, le cui offerte di gioco sono sempre più aggressive: basti pensare al via libera dato alle slot machine, alle sale Bingo o all’aumento del numero di estrazioni del lotto. In sostanza, «a una domanda decrescente di beni/consumi lo Stato avrebbe risposto con un incremento di offerta di azzardo, provocando un dirottamento della domanda di beni verso la dissipazione di capitali». La psicoterapia parla non a caso di una tossicomania legalizzata con, da una parte, persone vulnerabili e coatte e, dall’altra, l'industria privata (con un fatturato di 23mila miliardi di euro), e uno Stato che, incrementando l'offerta ludica (per dirla con un eufemismo) e facendo leva sul sogno di una ricchezza immediata, porge il destro al volto più bieco dell'antistato, quello dell'usura a cui ricorrono, come è noto, i giocatori più indebitati