Nel 1994 gli italiani spendevano nel gioco legale
6,5 miliardi di euro, nel 2004 si è arrivati a 24 miliardi, con un montante
quadruplicato. Come il cane che si morde la coda, le famiglie che non arrivano
più a fine mese si affidano alla dea bendata o alla più casereccia "smorfia".
A tal punto che con 271 euro pro capite gli italiani sono in testa nella
classifica mondiale dei giochi pubblici.
C'è poco da rallegrarsi. Perché
a confidare ossessivamente nella buona sorte finisce che il gioco diventa
una droga. Si calcola che nella Penisola ci sia mezzo milione di giocatori
patologici. Ovvero mezzo milione di famiglie ingoiate nel buio fitto dei
debiti e della frustrazione. Una malattia sociale quella che Rolando De
Luca, psicoterapeuta esperto nel recupero dei "malati di scommesse", cerca
di guarire da anni. De Luca risponde al telefono di Sos Azzardo (0432.72.86.39)
istituito dall'Agita (Associazione degli ex giocatori d'azzardo e delle
loro famiglie - www.sosazzardo.it), che dal 1995 a Campoformido (Udine)
«promuove il cambiamento dello stile di vita delle persone dipendenti dal
gioco d'azzardo e delle loro famiglie».
Gente sull'orlo del suicidio,
talvolta in preda a raptus furiosi. Casalinghe irreprensibili che hanno
bruciato i risparmi di una vita per i numeri ritardatari del lotto, professionisti
rimasti senza parcelle per sfidare a colpi di "1 x 2" la malasorte. E le
occasioni di gioco si sono moltiplicate: ogni settimana vi sono 14 tra
estrazioni del lotto, superenalotto, risultati di schedine e concorsi.
Chi vuole "disintossicarsi" deve partecipare ad una terapia di gruppo da
seguire insieme alle proprie famiglie. Anni di sperimentazione provano
come questo sia uno degli strumenti più adeguati per superare la dipendenza
da gioco d'azzardo. E sono centinaia le persone
curate a Campoformido, tant'è che l'Agita collabora con le Asl per promuovere
la qualificazione di personale specializzato presso i Sert, i Servizi per
le tossicodipendenze.
«Inizialmente la cosa non fu un danno perché i soldi
che perdevo erano miei, ma quando cominciai ad impegnare i miei assegni
arrivarono i problemi: difficilmente li potevo coprire». Sono due anni
che Salvatore prova a liberarsi dal gioco compulsivo grazie all'Associazione
dei giocatori anonimi (www.giocatorianonimi.org). Come lui molti altri.
Antonio, 47 anni, ha dilapidato tutto, anche gli affetti, in 25 anni di
azzardo. «Mia figlia è nata ma io non l'ho mai conosciuta davvero, perché
pensavo ai cavalli, alle accoppiate e ai multipli». Anche l'alcool ha fatto
la sua parte, «perché mi aiutava a disinibirmi, ad essere meno razionale
e più impulsivo». Tre anni fa ha abbandonato la famiglia, sommersa da una
montagna di debiti. La moglie però non si è data a perdere. E ha trovato
un gruppo di auto-aiuto. Non importa se ci sono ancora soldi da pagare,
«ho ritrovato i miei cari e non chiedo di meglio».
Visto che il settore
tira, in Parlamento c'è chi ha fiutato l'affare e propone l'apertura di
numerosi Casinò sotto le mentite spoglie di "parchi urbani del divertimento".
La proposta di legge va avanti a singhiozzo. Ma rischia ormai di arrivare
in porto. Se con il Lotto si contribuisce anche al restauro di chiese,
monumenti o strutture sportive, i profitti di questi presunti "parchi"
saranno ripartiti tra le società di gestione (50%), Comuni (20%), dello
Stato (10%) e delle regioni coinvolte (10%). Nel 2004, secondo i dati dell'Anit,
l'Associazione dei comuni che premono sul Parlamento per ottenere l'istituzione
di nuove case da gioco e far riaprire quelle chiuse d'autorità, sono stati
incassati dai Casinò di Campione, Sanremo, Venezia e Saint Vincent 557,3
milioni di euro, lasciati sui tavoli dalle 2 milioni e 200 mila presenze
registrate agli ingressi.
Il fenomeno negativo del gioco d'azzardo è preoccupante
tanto più, come sostiene il sociologo Maurizio Fiasco, che negli ultimi
dieci anni l'offerta e il consumo di giochi pubblici si è moltiplicata
incidendo sui consumi delle famiglie. Un fiume di euro che viene dissipato
in passatempi che non agiscono positivamente sull'economia del Paese.