Dipendenza dall'azzardo: a Balerna un incontro su un problema "rimosso" Giocarsi la vita L'esperienza dello psicoterapeuta Rolando De Luca e dei suoi gruppi di terapia di sostegno attivi nel Friuli dal 1998 Di Maria Pirisi La pratica del gioco d'azzardo sta assumendo negli ultimi decenni una dimensione preoccupante. Una percentuale, seppur ridotta nel numero, di giocatori incalliti ha ipotecato la propria vita a causa dell'azzardo. Sono persone che pur scorgendo l'orlo del baratro si spingono fino alle estreme conseguenze. Su questo tema, nel mese di maggio, l'Associazione cultura popolare di Balerna e il nostro settimanale area hanno promosso tre incontri dal titolo A che gioco giochiamo?

L'ultimo appuntamento, previsto per venerdì 26 maggio (ore 20.30, sala Acp del ristorante "La Meridiana"), a Balerna ospiterà lo psicologo e psicoterapeuta Rolando De Luca. Da cinque anni nel comune italiano di Campoformido (Friuli Venezia Giulia) il dr. Rolando De Luca sta portando avanti un lavoro di sostegno ad alcune famiglie di giocatori d'azzardo. E dal 1998 si è costituito un gruppo per soli giocatori d'azzardo e le loro famiglie. Al momento esistono tre gruppi di terapia che coinvolgono circa settanta persone.

Dottor De Luca si può paragonare la dipendenza da gioco d'azzardo ad altre dipendenze, come quella dell'alcol, del fumo o da altre droghe? "E' una dipendenza di tipo legale come l'alcol o il fumo, ma non di tipo chimico ed esclusivamente comportamentale e psicologica. Pur lavorando inizialmente sul problema del gioco d'azzardo, sappiamo in realtà che questa è una vernice che copre un malessere molto più profondo, una sofferenza che viene a galla solo in un secondo momento".

Ci sono delle persone più a rischio di altre, facili prede della dipendenza da gioco? "Non esiste un identikit del giocatore. Anche la mia esperienza di vent'anni di lavoro con gli alcolisti mi porta a dire che questo tipo di classificazioni lasciano il tempo che trovano. Sarebbe un po' come fare l'identikit di coloro che hanno degli incidenti stradali. In generale (non parliamo di casi particolari) questi ultimi, si sa, dipendono dall'aumento o dalla diminuzione del traffico. Così nel gioco d'azzardo, l'80 per cento delle persone (in Italia, e non solo) giocano senza rischiare niente, mentre il due per cento hanno un rapporto con gioco, col rischio, patologico, compulsivo. Questi sono coloro che - per stare nella metafora - hanno l'incidente". Si parla di dipendenza legale ma si tratta anche di una dipendenza indotta, vista la diffusione dei casinò, del lotto e di altre forme di gioco d'azzardo… "In tutto il mondo occidentale, la domanda del gioco dipende da questa enorme offerta che si esplica in forme sempre più diversificate. Solo in Italia avremo a breve, oltre a tutti i giochi di Stato. Circa trecento sale di Bingo, altri Casinò e lotterie. Sappiamo che in una società dei consumi, tanto più un prodotto viene reclamizzato, tanto più viene venduto.

Ma lei che posizione ha rispetto al gioco d'azzardo, crede che bisognerebbe limitarlo? "Non sono dalla parte dei proibizionisti, né da quella degli antiproibizionisti, perché credo che siano i politici a dover fare delle scelte in questo senso. Se lo Stato decide di farsi gestore di centri di gioco, come i casinò, dovrebbe comunque mettere dei paletti, stabilire delle regole, perché ci sono delle persone che ci rimettono la vita con l'azzardo o che volatilizzano intere fortune. Il gioco non crea ricchezza, è solo un passaggio di danaro e poi nessun giocatore vince".

Non crede però che quello Stato che in qualche modo è - anche se indirettamente - causa della rovina di una persona, dovrebbe comunque assumersene poi la responsabilità? "No, non credo che lo Stato possa intervenire su tutto ciò. Quando un giro d'affari è troppo ampio, il discorso della prevenzione non regge. Iniziative come la nostra salvano solo una percentuale minima di persone ma on modificano il quadro generale; anche moltiplicandosi - come sarebbe auspicabile - inciderebbero sull'un ver cento del problema. Per me è assolutamente impensabile che si possa fare prevenzione in questo senso. Sarebbe come aprire una diga e pensare di salvare tremila persone con venti scialuppe. Il quadro diventa più chiaro se lo riferiamo al problema dell'alcol, ma soprattutto del fumo: coloro che lavorano per la prevenzione mandano continuamente delle "scialuppe" non ottenendo alcun risultato concreto, nel senso che ogni anno in Italia continuano a morire per il fumo quarantamila persone".

Chi arrivano per primi da voi, i giocatori o i familiari? "I familiari perché sono i primi a rendersi conto della gravità del problema. Solo in seconda battuta arrivano i giocatori quando hanno sperperato, ad esempio, tutti i loro averi ipotecando spesso anche le loro ditte o aziende. Come il caso di un uomo che in tre giorni ha perso trecento milioni di lire. Quando arriva a questi livelli, il giocatore dipendente tocca il fondo e due sono le prospettive: o si suicida o si rivolge a gruppi come il nostro per chiedere aiuto. Altrimenti sono i familiari che arrivano e si lavora con loro". Come arrivano a voi? "In questi anni abbiamo creato una fitta rete di rapporti e negli ultimi mesi i mezzi di informazione ci hanno dato molto spazio. Siamo molto conosciuti anche perché il gioco d'azzardo è un problema che fa cassetta".

E come li aiutate? "E' un lavoro molto lungo, che richiede minimo tre anni, perché si toccano sfere come la relazione, il senso di vergogna, il senso di colpa, la sofferenza e la frustrazione. Di recente abbiamo creato l'Associazione degli ex giocatori d'azzardo e delle loro famiglie che lavora in modo autonomo, senza la presenza di alcun professionista all'interno. Lo psicoterapeuta c'è ma come punto di riferimento esterno".

Ma chi smette di giocare, riesce poi ad avere una vita normale? "Smettere di giocare non basta. E' importante che l'ex giocatore abbia fatto un percorso tale che lo porti a non considerare l'esistenza valida solo se votata al rischio estremo. Deve imparare ad accettare la vita per quello che è nella sua quotidianità, con gioie e dolori. Il successo di una terapia non consiste nel far smettere di giocare d'azzardo ma nel portare un giocatore a cambiare atteggiamento nei confronti della vita. Il problema è capire qual è il motivo che hafatto scattare la dipendenza ed è da li che bisogna partire".

La totalità delle persone che si rivolgono a voi sono uomini: questo significa che fra le donne non ci sono giocatrici incallite o, piuttosto, come nel caso delle alcoliste, sono un fenomeno sommerso? "Le donne giocano in modo diverso, si buttano più sul lotto e sulle slot-machines. Al momento siamo in fase esplorativa sul perché le donne non ci chiamano. Sappiamo però che se le donne giocano lo fanno di nascosto dai propri partners e, di solito, se i mariti vengono a scoprirlo le famiglie si sfasciano e loro si ritrovano da sole con tutti i problemi che ne conseguono. E rimanendo solo, isolata, una donna ha più difficoltà a chiedere aiuto. Spesso quando una donna si butta nel gioco matura una dipendenza legata a situazioni nevrotiche, traumatiche".

Ma quando un giocatore può considerarsi guarito? "Quando non considera più la vita come una vita a rischio. Vi sono imprenditori che appena smettono di giocare vorrebbero andare all'estero, aprire magari una fabbrica di conserva in Africa. Questo è un altro modo di giocare d'azzardo. Bisogna uscire dal circolo vizioso e riappropriarsi di se stessi".