Sheldon Adelson - che per Forbes è l'undicesimo uomo più ricco d'America, con un patrimonio personale di oltre 10 miliardi di dollari - ha a Las Vegas il cuore del suo impero e ora sta costruendo a Macao la "Las Vegas cinese".- Eppure, nonostante i suoi successi, a 72 anni il miliardario americano, figlio di un tassista immigrato Lituania e di un'operaia tessile ucraina, soffre ancora di una sorta di "complesso di Calimero": per tutta la vita si è sentito un "outsider" sbeffeggiato dai suoi avversari (che poi però finivano per seguirne le orme). "Ogni volta che sono entrato in un nuovo settore, sono stato ridicolizzato, è stato così per tutta la mia vita ha raccontato lui stesso a "Forbes". Un complesso che affonda le sue radici nell'infanzia difficile a Dorchester, in Massachusetts, dove "tutti i ragazzi irlandesi di South Boston erano abituati i picchiare tutti noi ragazzi ebrei".


Memoria e determinazione

Adelson ha saputo trasformare le ombre della sua memoria in uno straordinario serbatoio di determinazione, in una voglia inesauribile di riscatto. Il "developer" è un Calimero che ringhia e morde. E da anni i polpacci che vengono azzannati più spesso sono quelli di Steve Wynn, l'altro "re di Las Vegas". Wynn è molto meno ricco di Adelson (circa due miliardi di dollari di patrimonio personale), ma i suoi alberghi-casinò - il "Mirage", poi venduto alla Mgm, il "Treasure Island" e il "Bellagio" - hanno fatto la storia della capitale del gioco d'azzardo. Oggi è però il "Venetian" di Adelson l'impresa di maggior successo della città (98,3 per cento di occupazione media delle sue quattromila stanze). Nonostante ciò è Wynn a godere sempre della migliore stampa. Probabilmente perché è alto, fotogenico e ha molto più "charme" del suo avversario. Adelson sospetta addirittura di essere discriminato perché non ha una laurea, a differenza di Wynn, che ha frequentato la University of Pennsylvania.
Le occasioni di scontro si sono moltiplicate, anno dopo anno: molto tempo fa Adelson trascinò Wynn in tribunale sostenendo che le eruzioni del finto vulcano costruito di fronte al "Mirage" erano troppo rumorose e disturbavano i clienti del "Sands", l'albergo che il "developer" aveva costruito poco più in là. Altre dispute hanno riguardato le dimensioni dei parcheggi e perfino l'altezza delle torri costruite sopra i casinò. Adelson ha definito Wynn "un bugiardo e un maniaco egocentrico, un bullo abituato a intimidire tutti quelli che ha intorno".
Nonostante tutta questa ostilità, anni fa Adelson propose a Wynn di andare insieme alla conquista della Cina. La risposta, racconta, fu:"Questa è l'idea più stupida che abbia mai sentito". Wynn nega che le cose siano andate in questo modo e afferma che Adelson non riesce ad essere sereno perché ha sofferto per tutta la sua vita di complessi d'inferiorità.
Nessuno, comunque, nega che Adelson sia un uomo coraggioso e di grandi intuizioni. Miliardario già agli inizi degli anni '80, moltiplicò le sue fortune capendo per primo che Las Vegas, piena di giocatori d'azzardo nei weekend, poteva diventare nei giorni infrasettimanali la sede di fiere e "convention" di ogni tipo: lui stesso ne fondò ben 16, compresa la Comdex, celebre expo del'elettreonica di consumo, che ha poi venduto a metà degli anni '90 ad altri investitori per 862 milioni di dollari. Con quei soldi ha costruito il mastodontico "Venetian", un albergo concepito su misura per i viaggiatori d'affari. Tutti lo presero per matto: per le dimensioni spropositate della struttura ("quattromila stanze non le riempirà mai") e per la scelta temeraria di sbarrare la porta ai sindacati nella città più sindacalizzata d'America ("sei un ebreo morto" trovò scritto sullo specchio della sua camera d'albergo il giorno in cui annunciò la sua decisione).
Ma l'avventura che ha ringiovanito Adelson, a dispetto di una grave infiammazione dei nervi che lo costringe da quasi quattro anni a girare con le stampelle o su una sedia a rotelle, è la "conquista della Cina". Quando nel 1999, i portoghesi lasciarono Macao, il governo di Pechino decise di non chiudere i casinò ma di rompere il monopolio vecchio di 42 anni del superboss Stanley Ho e di ripulire la città dalla criminalità mafiosa.
Incarcerati i boss più pericolosi, compreso il capo dei capi Ju "Dente rotto", nel 2002 il governo ha deciso di porre fine al monopolio dell'ultraottantenne Stanley Ho e della sua Sociedade do Jogos de Macau. Ho - che, secondo alcuni, sarebbe il vero capo della triade - controlla i 14 vecchi casinò che sono rimasti nelle sue mani e molte altre attività economiche della città. Ma, intanto, altri gruppi stranieri sono sbarcati a Macao, conquistando concessioni per l'apertura di nuovi casinò.


Audace

Il più rapido e audace è stato, ancora una volta, Adelson che ha costruito a tempo di record nella vecchia Macao un "Sands"simile a quello col quale aveva iniziato la sua avventura a Las Vegas. Anche Wynn ha vinto una licenza, ma ha atteso molto prima di sfruttarla temendo che l'investimento non fosse redditizio. Quando però ha visto che, grazie all'enorme passione dei cinesi per il gioco, Adelson ha recuperato per intero il suo investimento (265 milioni di dollari) in un solo anno, Wynn ha rotto gli indugi: ma il suo albergo aprirà solo a fine 2006, mentre il "Sands" opera dal maggio 2004.
E intanto Adelson ha già lanciato un'altra sfida ancor più temeraria: riempire con terra di riporto il braccio di mare che separa due isolotti di fronte alla vecchia Macao e costruirci sopra un nuovo, modernissimo quartiere del gioco attorno ad un viale che sarà la replica dello Strip di Las Vegas. L'idea è semplice: i cinesi sono "scommettitori nati" al punto che, nonostante i loro redditi siano molto più bassi di quelli degli americani, l'anno scorso Macao ha raggiunto e superato Las Vegas in termini di incassi da gioco d'azzardo (5,4 miliardi di dollari contro 5,3).
Ma a Las Vegas, dove i turisti si trattengono mediamente 4,5 giorni, il gioco rappresenta meno di un terzo degli incassi totali. Il resto se ne va in alberghi, ristoranti di grido, spettacoli,eventi sportivi, parchi di divertimento. Settori inesistenti a Macao dove l'offerta alberghiera è molto limitata, col risultato che i giocatori, provenienti da Hong Kong o dal Guangdong (provincia industriale con 100 milioni di abitanti, a nord dell'ex colonia portoghese), in genere vanno e vengono in giornata. L'obiettivo ora è quello di esportare in Cina il modello Las Vegas, compresi parchi in stile Disneyland con ricostruzioni del Colosseo e della Città Proibita e qualche partita di basket dei professionisti dell'Nba.
Il mastodontico progetto di Adelson - 18 miliardi di dollari di investimenti - è già nella fase operativa e stavolta il devoleper è in buona compagnia: oltre ad un altro "Venetian", nel nuovo Strip, chiamato Cotai sorgeranno alberghi delle più grandi catene americane: Intecontinental,Sheraton, Four Season, Marriott,Hilton: La costruzione dell'isola artificiale va avanti a tappe forzate.
Adelson continua a fare la spola tra le due sponde del Pacifico sul suo Boeing 767 e non si cura delle critiche: è sicuro di aver fatto un grande affare (anche perché le catene alberghiere coinvolte faranno gestire a lui i loro nuovi casinò) e si sente ringiovanito proprio perché ha affrontato, quando è ormai in età avanzata, la sfida più grossa e affascinante della sua vita. Non una favola ma un altro capitolo (stavolta strambo) della globalizzazione: un regime comunista che porta la logica del mercato in una ex colonia europea dominata dai monopoli, sgomina le bande mafiose e autorizza un ebreo russo-americano a costruire una "Sin City" in territorio cinese. Salvo che in quella terra giocare non è considerato un peccato, ma una sfida al proprio destino.