C'è "Mario", dipendente pubblico che ha perso al casinò in pochi anni 350 milioni e, oggi, pure il posto di lavoro; c'è "Alberto", ventitreenne, che s'è mangiato, a diecimila lire al colpo, 40 milioni in due anni giocando al videopoker sotto casa; e c'è "Andrea", piccolo imprenditore che aveva accumulato 700 milioni di debiti tra i tavoli versi di mezza Europa, e che tra il 1998 e il '99 vantava 450 presenze solo nei casinò sloveni di Portorose e Nova Gorica. Tre storie di ordinaria dipendenza da gioco d'azzardo, tre giocatori "incalliti", che hanno toccato il fondo e tentano di ridare un senso alla loro esistenza assieme a chi, come loro, è stato risucchiato dalla spirale "gioco-perdita".

Si sono incontrati in uno dei "gruppi di giocatori in trattamento e loro familiari" sorti a Campoformido (Udine) per iniziativa del dottor Rolando De Luca, psicologo e psicoterapeuta friulano, alle spalle quasi vent'anni di esperienza con i gruppi di alcolisti e tabagisti. Sono ormai più di una trentina i pazienti che, assieme alle loro famiglie, una volta alla settimana s'incontrano in un locale messo a disposizione dal Comune, presso la frazione di Basaldella. E i successi terapeutici non mancano. "Mi sono imbattuto nei primi giocatori sei anni fa. Allora nessuno ancora parlava di gioco d'azzardo patologico, anche se il letteratura si conosceva la malattia da tempo. Lo stesso Freud l'aveva ben descritta", racconta De Luca.

"Nel 1998 ho deciso di fondare il primo gruppo di giocatori d'azzardo in trattamento. Era composto da otto pazienti e rispettive famiglie, che oggi hanno recuperato tutte una stbilità sociale: i pazienti non giocano più, hanno recuperato il lavoro e stanno ultimando i pagamenti dei debiti". Adesso i gruppi sono diventati tre e a seguirli, con De Luca, ci sono la sociologa Marilena Zoccolan e Tiziana Collevati, un'altra psicologa. Tre quarti dei pazienti provengono dal Friuli Venezia Giulia, i restanti da fuori regione. La percentuale d'abbandono della terapia è del 30 per cento. La nostra ipotesi di fondo è che bisogna trovareuna formula che consenta al giocatore d'azzardo di ragguingere e mentenere l'astinenza dal gioco. E la presenza nel gruppo dei familiari parte dal presupposto che il giocatore coinvolga nelle proprie perdite, economiche e affettive, l'intera famiglia", precisa De Luca. "Riteniamo opportuno, perciò, che la proposta di cambiamento non sia rivolta al solo portatore del sintomo, ma a tutto il nucleo familiare. In un certo senso, un giocatore compulsivo è un divorziato di fatto, perchè il coniuge non conta più nulla. Smettere di giocare significa un po' risposarsi".

Rispetto alla tipologia di gioco d'azzardo, metà dei pazienti in terapia a Campoformido giocava al casinò. Ma è in grande crescita il numero di videopokeristi. "Abbiamo già cinque casi in trattamento. Di solito vengono prima i genitori disperati dei ragazzi, denunciano ammanchi di soldi in casa", spiega De Luca. "Non andavo più nemmeno a dormire", ammette Alberto, uno dei giocatori in terapia. "Pensavo solo a quella maledetta macchinetta. Appena preso lo stipendio correvo al bar. Un milione me lo giocavo in quattro ore. Non si vince mai, perchè le macchinette sono truccate e i gestori invece dei buono consumazione ti cambiano subito in denaro per poter giocare ancora".

"Il gruppo mi ha dato la forza di risollevarmi. Non mi sono più sentito solo e sono riuscito a dire tutto", ammette Mario, uno dei giocatori in terapia. "Mi sentivo bene solo quando varcavo la porta di un casinò. Ora ho ritrovato l'amore di mia moglie e l'affetto della famiglia".

Da una settimana si è costituita nel paesino friulano l'Agita, la prima associazione in Italia degli ex giocatori d'azzardo e delle loro famiglie. Tredici soci, tutti in terapia, che si occuperanno di prevenzione del gioco d'azzardo, di terapia e di tutela dei diritti dei giocatori.