La vera scommessa e' tornare a vivere
Il 92% dei giocatori in cura perde il vizio.
Non è vero che il bicchiere è sempre mezzo vuoto. Se l’80 % della popolazione italiana dedica una qualche attenzione al gioco d’azzardo; se quasi la metà delle famiglie con redditi al di sotto della media e più della metà dei disoccupati coltiva la speranza di arricchirsi col gioco; se l’incidenza dell’azzardo patologico interessa circa il 3% degli adulti, è anche vero – ecco l’altra metà del bicchiere – che il 92% dei giocatori che partecipano alla terapia con la famiglia se ne stanno lontani da questa pratica. E il restante 8% pur frequentando la terapia,continua a giocare,ma in misura assolutamente inferiore. Lo dimostrano gli 11 anni di esperienza del Centro di terapia istituito a Campoformido a cui fa riferimento l’Agita,l’associazione degli ex giocatori d’azzardo, e la collaborazione confermata dalle Caritas diocesane del Friuli Venezia Giulia e del Veneto, nonché dalla Consulta nazionale anti-usura di Bari. Il gioco d’azzardo non è più circoscritto ai casinò e alle sale specializzate,ma si appresta a entrare attraverso internet nelle case di tutti gli italiani e sempre più numerose famiglie (soprattutto appartenenti al ceto medio-basso) che si trovano alle prese con casi di indebitamento e che si spingono fino agli estremi dell’usura. “Attualmente il 10% delle famiglie che si rivolgono ai centri anti-usura,si trova coinvolto in problemi di gioco” rileva Rolando De Luca,psicoterapeuta,fondatore dell’esperienza di Campoformido. Il 70% dei giocatori partecipa ai gruppi di terapia assieme ai familiari, l’8% da soli; il 22% da familiari senza giocatore “Questo significa che le famiglie sentono ugualmente la necessità di partecipare ai gruppi,in qualche modo anticipando il lavoro sulle relazioni all’interno del contesto familiare” La percentuale d’abbandono dopo i primi 5 anni di attività terapeutica,è scesa al 5%. Le più pericolose sono le fughe tardive,dopo due o tre anni. “Si tratta di abbandoni che coinvolgono giocatori e familiari e sono molto pericolosi,nonostante riguardino una percentuale minima di partecipanti – sottolinea De Luca – Dimostrano infatti come le famiglie, una volta liberate dal sintomo dell’azzardo, non intendano analizzare ed elaborare a fondo le dinamiche disfunzionali presenti al loro interno,individuando nel solo sintomo l’origine dei propri problemi”. La prassi prevede,immediatamente dopo la richiesta d’intervento del giocatore o di un suo familiare,un paio di colloqui con il giocatore e,appunto,i familiari. La scelta di entrare in un gruppo terapeutico pone il giocatore d’azzardo e la sua famiglia di fronte all’accettazione di un lavoro teso a conseguire cambiamenti profondi nello stile di vita. “Il coinvolgimento nella terapia di gruppo dei familiari – spiega De Luca – parte dalla constatazione che il giocatore coinvolga nelle proprie perdite l’intera famiglia (con conseguenti problematiche economiche,sociali e relazionali). L’analisi e l’obiettivo del cambiamento non sono rivolti solo al portatore del sintomo ma a tutto il nucleo familiare. Gradatamente con l’analisi delle relazioni,la famiglia consegue dei cambiamenti permettendo al giocatore di entrare nel gruppo,se ancora non è presente. I risultati ottenuti con alcolisti e tabagisti in questi venti anni hanno fatto sì che il lavoro terapeutico potesse essere esteso all’area dell’azzardo. I gruppi nascono in quest’ambito,ma col tempo maturano nuove emozioni,ricordi,immagini. Cambia,pertanto,lo scenario,che non è più quello delle prime sedute. In particolare,dopo due anni di terapia,viene superata la fase del “gioco-non gioco” e si passa a situazioni più complesse. Emergono,di solito,ansia,rabbia,angoscia relative ad una vita che comincia ad essere considerata dal giocatore “senza particolari rischi,non condotta al limite”. Il compito dello psicoterapeuta – spiega ancora De Luca – sarà di elaborare tutto questo materiale “individuando tempi e modi di conclusione della terapia riconsegnando le famiglie alla vita d’ogni giorno; una vita da vivere senza il gruppo di terapia,senza quell’involucro che garantiva comunque una protezione”.
”La mia vera vita era il casino’””
“Comincio io,cominci tu? Devo rompere il ghiaccio io,come sempre. Ci presentiamo:siamo una coppia che viene a Campoformido ormai da circa 4 anni,ovviamente per problemi legati al gioco d’azzardo che riguardavano me”. A parlare è Diego,il marito. “Inizialmente c’era molto scetticismo da parte mia nell’affrontare la terapia perché,come accade di solito,nessuno ammette di essere malato o comunque di avere un problema di dipendenza visto che passa inosservata perché non produce manifesti effetti fisici. Dopo una serie di promesse non mantenute ho accettato di entrare in terapia per salvare la famiglia,il nostro rapporto,la mia vita”. “Più che altro sei stato costretto” ribatte Maria,la moglie. “Per noi – continua – è stata una doppia terapia perché facendo il tragitto siamo stati in qualche modo costretti a recuperare un rapporto che era perso,un’unità,una confidenza”. “Certo – interloquisce Diego – la terapia non è miracolosa”. La moglie: “Non è un toccasana,la terapia serve a prendere coscienza dello stato delle cose,di se stessi,della coppia”. “Oggi penso a come tu abbia vissuto quei periodi terribili in cui la sera tornavo – ricorda il marito – mangiavo,mi sedevo sul divano,pensavo al nulla. Anche la domenica ero sempre apatico,me ne stavo sul letto a dormire oppure sul divano a guardare la tv. E’ stato un periodo molto duro e molto buio. Si perde la misura della vita,si crede di essere sempre dentro a un casinò dove tutto è ovattato,il mondo esterno non esiste ci sei solo tu con la tua possibilità di vincere,di perdere. E’ una sottospecie di vita,e lo si capisce solo venendo qui,mettendosi in gioco in prima persona”.