UDINE - "Che vuole che le dica? Io sono uno psicoterapeuta ma non faccio parte di alcuna categoria. Lo Stato, invece, fa parte della categoria di chi vende azzardo. Tutto qui". Rolando De Luca , psicologo e psicoterapeuta, responsabile di A.GIT.A. (Associazione degli ex giocatori d'azzardo e delle loro famiglie), con sede a Campoformido (Ud), guarda con gli occhi disincantati del terapeuta le oltre 16mila nuove agenzie e 'corner' per i giochi che i Monopoli di Stato stanno assegnando proprio in questi giorni.
De Luca, da sempre impegnato sul fronte delle conseguenze del gioco, conduce nove gruppi di psicoterapia alla settimana: persone che, assieme alle famiglie, sono rimaste coinvolte nel giro dell'azzardo e che tentano di uscirne.
L'altra faccia della medaglia, insomma: l'esperienza di chi il gioco lo vede attraverso terribili derive.


"Quello Occidentale, Italia compresa, è un sistema che si basa sull'azzardo - afferma De Luca -. In questo senso io rispetto la legge ma poi non ci si venga a dire che siamo tutti sullo stesso piano. E' come se duemila e cinquecento panzer si scagliassero contro un uomo armato di coltello. Per giunta di legno. Oppure se gli stessi panzer si accanissero contro una casa, salvo poi dire: 'cerchiamo di dargli un'aggiustata'. Ma cosa si pretende, l'eroismo?".
"Pensare di risolvere il problema del gioco attraverso operazioni di tipo terapeutico è limitativo. La situazione è invece decisamente complessa. Io prendo atto di una realtà: continuano a nascere sempre punti e luoghi dove è possibile giocare d'azzardo. E lo dico chiaramente: non è solo gioco, è tutto azzardo, perché legato alla sorte. Non è una posizione 'morale', dico solo le cose come stanno. Secondo punto: continua la pubblicità. Una pubblicità invasiva, presente in ogni dove. Ed allora, in questo contesto, cosa si pretende? Se io produco lavatrici e faccio spot dappertutto cosa può succedere? Pensa forse che le lavatrici restino invendute? Ormai è così: a fronte di tutta questa pubblciità, a fronte di 50miliardi di euro di introiti, a fronte del gioco on line che entra ormai in tutte le famiglie… Ripeto, il confronto si fa improponibile".

E allora, come ricolvere il problema? "L'ho detto, il fenomeno è complesso. Finché lo Stato decide di fare pubblicità e di immettere nuove possibilità di gioco non possiamo aspettarci alcun cambiamento. E' come per il fumo. Le campagne non servivano a nulla. Finché un giorno si è deciso che in Italia nei locali pubblici non si poteva più fumare. Risultato: si parla di una netta diminuzione di persone che fumano. Per il gioco siamo nella stessa prospettiva. E forse tra venti anni capiremo che si dovrà usare la stessa tecnica anche per l'azzardo".

Ma qual è la realtà sociale e 'clinica' su cui le novità di questo periodo potrebbero andare ad incidere? Nell'introduzione al libro "Mi gioco la vita. Mal d'azzardo: storie vere di giocatori estremi", scritto da Silvana Mazzocchi (Saggi-Baldini Castaldi Dalai editore-Milano 2005), lo stesso De Luca afferma: "Una prima fondamentale illusione sociale riguarda i dati sull'apparentemente bassa percentuale di giocatori patologici in Italia (circa il 3% della popolazione adulta): ciò porterebbe a credere che sia molto improbabile diventare giocatori d'azzardo patologici, ma basta effettuare un'indagine mirata all'interno delle singole sale da gioco per notare che i giocatori abituali (quando non già conclamatamente patologici) superano di molto il 50%, raggiungendo spesso punte dell'80%. Dunque, se è vero che solo il 3% della popolazione diventa giocatore patologico, oltre il 50% dei frequentanti le sale gioco segue questa sorte e il rischio allora risulta altissimo, a dispetto delle prime impressioni".
"Passiamo poi a considerare l'illusione del giocatore - continua -, che è convinto di poter controllare l'azzardo anche in situazioni di chiara emergenza economica e psicologica (e nonostante tutto continua a giocare) senza realizzare di esserne invece completamente e irrimediabilmente succube. Gli atteggiamenti prevalenti in questo caso possono essere di due tipi: la negazione della dipendenza da parte del giocatore (chi si trovi a frequentare una sala corse o un casinò non troverà certamente nessuno disposto a confessare di avere un problema connesso al gioco); una forte dipendenza psicologica dall'azzardo, pur avendo smesso di giocare (persiste la paura del gioco, considerato come qualcosa che per tutta la vita sarà superiore alla propria capacità di controllo); in questo caso viene a mancare una corretta elaborazione della sofferenza che soggiace al sintomo, collegata in realtà con dinamiche famigliari disfunzionali profonde e mai affrontate. A ciò si aggiunge l'illusione della famiglia che, convinta di poter controllare il giocatore, rimanda sempre la richiesta d'aiuto. Si parla in questo caso di 'cecità famigliare', tale per cui i congiunti del giocatore, che in genere sono tenuti comunque all'oscuro del problema, anche di fronte a segnali evidenti fingono inconsciamente di non vederlo o non riescono ad ammetterlo; è questo un modo per evitare di mettere in discussione gli schemi relazionali distorti che regolano i rapporti all'interno del nucleo famigliare e che hanno determinato l'insorgenza del sintomo stesso".
"Infine - evidenzia -, non meno decisiva è l'illusione dell'Istituzione Stato che, ritenendosi in grado di controllare i danni prodotti dal gioco, incrementa sempre più l'immissione sul mercato del gioco d'azzardo, lo pubblicizza e poi esercita una blanda e insufficiente prevenzione nel tentativo di porre rimedio ai danni più ingenti".