CAMPOFORMIDO (s.mz.) - C'è lo studente che con il taglierino ha sottratto dalle biblioteche del Veneto preziose illustrazioni per un bottino da quattrocento milioni da "bruciare" ai videopoker. E c'è l'imprenditore che in poche settimane ha dovuto chiudere l'azienda per aver perso mezzo miliardo al tavolo verde. Sono i malati da gioco, quelli che rischiano tutto, spinti dall'irresistibile bisogno di emozioni estreme. Restano incollati per ore e ore alle slot machine, alla roulette, scommettono al lotto somme da capogiro. Raramente vincono, quasi sempre perdono. E allora giocano per rifarsi, per riguadagnare ciò che è andato in fumo. In un giro vorticoso che non finisce mai.

Sono sette-novecentomila i giocatori compulsivi in Italia e qualche milione i familiari coinvolti. Il gioco è per loro una forma di dipendenza, come fosse alcol, come fosse droga. Una dipendenza non chimica, ma fortissima. Senza gioco, cadono in crisi d'astinenza e per la loro dose sono disposti a tutto: a mentire ai familiari e agli amici, a raggirare soci e datori di lavoro. Fino a ridursi sul lastrico, fino alla truffa e a volte anche alla rapina o al tentativo di suicidio. "Noi ci occupavamo di alcolisti, ma da qualche anno abbiamo reso operativi tre gruppi per il recupero dei giocatori d' azzardo", racconta Rolando De Luca, psicologo e psicoterapeuta, responsabile del centro contro l'alcolismo di Campoformido in Friuli Venezia Giulia, una struttura privata per il recupero dei giocatori compulsivi patrocinata dal Comune. Insieme con alcuni colleghi, De Luca segue una trentina di ex giocatori e i loro familiari, un centinaio di persone in tutto. Spiega: "In Italia gioca l'80% delle persone e, se un terzo di loro scommette abitualmente, soltanto l'1,2% diventa dipendente. E quando questo avviene il percorso per uscirne è lungo e difficile, ma non impossibile". "Sono necessari almeno tre anni perché il giocatore possa considerarsi fuori dal rischio di una ricaduta e una vita normale, non più consumata al limite", azzarda De Luca. "Una persona abituata ad una vita ostaggio dell'azzardo non riesce ad accettare la quotidianità e sente la mancanza delle emozioni estreme. Per questo quasi sempre sono i familiari a ricorrere a noi. Il giocatore, se viene, lo fa solo qualche tempo dopo. Quando è disperato, quando ha rischiato e perso tutto, i soldi ma anche gli affetti. Alcuni arrivano perfino a tentare il suicidio e qualcuno purtroppo ci riesce".