Il grande buco dell'azzardo di stato. Cento miliardi di euro: sono i soldi che potrebbero essere richiesti ai gestori delle slot. Per le multe mai contestate Il Governo Prodi potrebbe incassare cento miliardi di euro grazie ai videopoker che hanno invaso l'Italia. Questa valanga di banconote che fa impallidire il famoso 'tesoretto' di 8 miliardi vantato dal ministro dell'Economia Padoa-Schioppa per ora esiste solo nelle carte della Guardia di Finanza. La somma enorme sarebbe dovuta all'erario dai concessionari delle slot machines per i loro inadempimenti negli ultimi due anni. Se le contestazioni fossero confermate in giudizio saremmo di fronte alla' multa più grande della storia italiana, una cifra difficile da immaginare e impossibile da incassare.
Dal luglio del 2005 a oggi le regole sono state violate ripetutamente e I controllori non hanno mai chiesto le penalità previste dalla legge. L'allegro andazzo è finito nel mirino del colonnello Umberto Rapetto nel giugno scorso. Il comandante del Gruppo Anticrimine Tecnologico della Guardia di Finanza, soprannominato anche 'lo sceriffo del Web', sta preparando un bel pesce di aprile alle grandi società che dominano il mercato del gioco in Italia. Rapetto è stato incaricato dal procuratore della Corte dei Conti del Lazio, Marco Smiroldo, di verificare il danno erariale prodotto dalle violazioni continue delle regole in questo settore.
I suoi uomini hanno lavorato duramente per penetrare un mondo chiuso, poco conosciuto e spesso sottovalutato. A breve l'indagine sarà chiusa e arriveranno le prime contestazioni. Per capire come si configuri una penalità di queste dimensioni bisogna partire dal 2004, quando il governo Berlusconi si lancia nella difficile sfida di bonificare il settore dei videopoker, tradizionalmente controllato dalla criminalità organizzata. Da sempre le macchinette sparse nei bar sono la prima causa di ricorso all'usura e rappresentano una fonte di dipendenza psicologica per i deboli. Secondo una corrente di pensiero molto diffusa lo Stato dovrebbe combatterle, invece il governo Berlusconi sceglie di regolamentarle, per tenere lontana la malavita e incassare miliardi con poca fatica. I fautori della legalizzazione dei videopoker in versione soft (che comunque continuano a rovinare centinaia di famiglie) avanzavano un doppio alibi: il controllo ferreo avrebbe strappato il mercato alla criminalità e avrebbe garantito entrate certe.
Affermazioni che si basavano su un presupposto tecnologico: tutte le macchinette esistenti sul territorio nazionale, da Trento a Cefalù, dovevano essere collegate con il cervellone della Sogei. In pratica, un filo diretto con l'agenzia delle entrate. L'opera titanica doveva essere assolta dai 'concessionari di rete', dieci società selezionate attraverso un bando pubblico che, nel disegno riginario, avrebbero dovuto garantire il collegamento telematico 24 ore su 24 e il prelievo delle imposte. Nel mondo ideale disegnato dal legislatore, in qualsiasi momento la Sogei avrebbe potuto, con un semplice clic, chiedere i dati sull'andamento del gioco alla slot sperduta in un bar lontano. La realtà è ben diversa. L'inchiesta del Gat della Guardia di Finanza dimostra che le dieci società concessionarie sono sostanzialmente inadempienti. La maggioranza delle 200 mila slot machines esistenti non sono collegate. E così i gestori continuano a pagare una quota forfettaria di imposte senza alcuna verifica sulle giocate reali.
La legge assegna allo Stato il 13,5 per cento del giro di affari. L'imposta si chiama Preu (Prelievo Erariale Unico) e dovrebbe essere commisurata alle monete infilate nella slot. Solo nel caso in cui sia impossibile il collegamento la legge prevede l'eccezione del pagamento a forfait, commisurato alle giocate medie dell'intera rete (circa 210 euro per ogni macchina al giorno). L'eccezione in Italia è diventata la regola con evidente vantaggio dei privati che gestiscono il gioco: una macchina che incassa 5 mila euro al giorno dovrebbe versare una cifra tripla rispetto a quella forfettaria. Per questa ragione il gestore ha tutto l'interesse a scollegare la macchina. Proprio per evitare questi trucchi la legge prevede sanzioni durissime: 50 euro per ogni ora di mancata connessione (esclusi i primi 30 minuti). A partire dal luglio 2005, quando il sistema doveva entrare a regime, i Monopoli avrebbero dovuto incassare le penalità per il mancato rispetto dei cosiddetti 'livelli di servizio'. Le cose però sono andate diversamente: un po' perché i concessionari opponevano insormontabili difficoltà tecniche a effettuare il collegamento; un po' perché i Monopoli non volevano applicare la sanzione massima della revoca per non uccidere la gallina dalle uova d'oro che fruttava incassi crescenti all'erario.
La Procura della Corte dei Conti ha intuito che qualcosa non andava grazie al solito Henry John Woodcock. Il pm di Potenza nel giugno scorso ha arrestato Vittorio Emanuele e i suoi sodali per le presunte mazzette pagate ai dirigenti dell'Azienda Autonoma dei Monopoli Di Stato, l'Aams, in cambio del via libera alle macchinette di un imprenditore messinese. Nelle intercettazioni emergeva uno spaccato desolante dell'ente che dovrebbe vigilare sul gioco: il direttore dell'Aams Giorgio Tino, nominato dal centrosinistra nel 2000, era a caccia di una conferma allo scadere del Governo Berlusconi. Da un lato minacciava la revoca della concessione a una multinazionale ritenuta vicina ad Alleanza nazionale e dall'altro lato cercava raccomandazioni in quel partito per la riconferma. Per questi e altri comportamenti opachi Woodcock ha chiesto l'interdizione per Tino.
L'indagine però è passata per competenza alla Procura di Roma prima che il giudice di Potenza potesse pronunciarsi. Ora se ne sta occupando il Gico della Finanza di Roma che non ha ancora concluso la sua indagine. Al cambio di governo molti si attendevano la sostituzione di Tino e invece il viceministro delle Finanze Vincenzo Visco lo ha confermato. Una scelta temperata solo dalla creazione di una commissione di indagine amministrativa sulla materia: sembrava una foglia di fico sullo scandalo ma alla sua guida è stato nominato un personaggio di spicco come il sottosegretario Alfiero Grandi. Tra i suoi componenti si segnalano esperti come il generale Castore Palmerini (ex Commissario per i beni confiscati alla mafia) e il solito colonnello Rapetto. Il quadro complessivo delle due indagini è davvero preoccupante: sostanzialmente la situazione delle slot machines è fuori controllo.
Il Gat della Finanza ha accertato che gran parte delle macchinette sono scollegate da mesi. Eppure nessuno ha contestato e riscosso le penalità previste. Gli uomini del colonnello Rapetto si sono armati allora di calendario e calcolatrice e hanno moltiplicato per 50 euro (la multa oraria) tutte le ore trascorse dalla mancata risposta ai terminali Sogei. Il risultato è che dal luglio 2005 al 12 gennaio 2007 si sarebbero dovute richiedere sanzioni per 83 miliardi di euro. Sommando questa cifra alle penalità del periodo che va dalla metà di gennaio alla fine di marzo, si arriva al totale mostruoso di cento miliardi di euro. Probabilmente nessuno li chiederà mai. Tutto si chiuderà con un condono o un lodo arbitrale ma si pone un problema sul comportamento dei Monopoli in questi anni. Anche perché stiamo parlando di un ente che gestisce una torta da 40 miliardi e non ha più a che fare con organizzazioni pubbliche come Coni e l'Unire ma con operatori privati scaltri e preparati.
La commissione ministeriale ha accertato altri buchi preoccupanti nella rete delle slot. Su 19 milioni di tentativi di collegamento verso le macchinette, effettuati a campione da Sogei, solo poco più di tre milioni di apparecchi hanno risposto. E anche qui i conti non tornano. Le giocate registrate sul terminale della Sogei sono superiori, e di molto, alle tasse pagate dai concessionari: c'è una differenza di ben 379 milioni di euro. Come se non bastasse, la commissione ha accertato anche che l'Aams in passato ha dato il nulla osta per alcune schede di gioco simili al poker, che poi sono state sequestrate. Infine, il Gat della Finanza segnala un altro fenomeno inquietante: quello dei magazzini virtuali. Locali pubblici dove, stando ai dati ufficiali, dovrebbero essere stipate migliaia di macchine spente. Per esempio, in un locale di Riposto in provincia di Catania, risultavano presenti più di 20 mila macchinette. Non sarebbe bastato uno stadio a contenerle ma i finanzieri hanno accertato che questa Las Vegas siciliana aveva come sede un bar di cinquanta metri quadrati, che ora ha cambiato gestione e non ospita neanche un flipper.
La relazione della commissione ministeriale è stata appena depositata sul tavolo di Visco. E rimette all'ordine del giorno la valutazione sulla gestione dell'Aams da parte di Giorgio Tino. Dopo le ipotesi di reato della procura di Potenza, ora arrivano i rilievi della Corte dei conti e le critiche degli esperti del dicastero. Il sottosegretario Grandi propenderebbe per la linea dura ma il viceministro esita. Probabilmente Visco, più che alle stime di una multa potenziale da 100 miliardi è interessato a un'altra cifra, più piccola ma certa: i 15,5 miliardi raccolti dalle slot nel 2006.
All'ultima convention sui giochi Tino citava i dati trionfali del gettito (circa due miliardi) come se fossero il suo elisir di lunga vita e potessero far dimenticare gli scandali. Anche i concessionari confidano in quest'arma di pressione: "Se mi applicate la revoca farete saltare il mercato", diceva uno di loro al dirigente che lo minacciava di sospendere la licenza. Era il 2005: altro governo, altra maggioranza. Da allora nessun provvedimento è stato preso.