“Ero anch’io un giocatore: lo capii in quel preciso istante. Le gambe e le braccia mi tremavano, sentii come un colpo alla testa” (F. Dostoevskij, “Il giocatore”)
Benché, secondo le più recenti statistiche, solo l’1-3 % della popolazione adulta sia coinvolto direttamente nell’”azzardo patologico”, l’offerta di occasioni e stimoli per iniziare a giocare si fa sempre più ampia, tanto da coinvolgere pressoché tutti gli strati della popolazione. È ormai ben noto a tutti che la “passione” per l’azzardo può sconfinare in una vera e propria dipendenza, in una spinta compulsiva ed irrefrenabile a giocare sempre di più, a rischiare sempre di più, fino ad arrivare, talvolta, in un baratro di disperazione, dal quale però è possibile uscire con l’aiuto di specialisti competenti. Di queste e di altre tematiche abbiamo parlato con il dott. Rolando de Luca, psicologo e psicoterapeuta, autore di numerose pubblicazioni sull’argomento, e responsabile del “centro di terapia per ex giocatori d’azzardo e loro famiglie”, con sede a Campoformido (UD).
Può tracciare brevemente la storia delle vostre attività?< br> Nell’ormai “lontano” 1995 cominciai un lavoro di terapia con alcuni giocatori d’azzardo e con le loro famiglie. Nel 1998, poi, fu decisa la costituzione del primo gruppo terapeutico per giocatori e familiari, secondo l’esperienza già maturata con i metodi durativi destinati agli alcolisti e ad altre categorie di persone in difficoltà. Nel 2000, inoltre, si è costituita a Campoformido l’associazione degli ex giocatori e delle loro famiglie (A.GIT.A), che tra i suoi scopi statutari prevede attività di prevenzione, trattamento e ricerca sul gioco d’azzardo, oltre ad occuparsi del reinserimento degli ex giocatori nella vita lavorativa e sociale. Attualmente, i gruppi di terapia sono nove, per un totale di 150 persone tra ex giocatori e familiari.
Si può parlare di una vera e propria “malattia” da gioco, e se sì, quali sono le sue caratteristiche principali?
Certamente sì, tanto che dal 1980 il gioco d’azzardo patologico è stato incluso ufficialmente tra i disturbi del comportamento (il cosiddetto “manuale DSM”), e oggi disponiamo di precise categorie diagnostiche e di linee guida per l’individuazione del disturbo. In particolare, il giocatore patologico è una persona che tende a ricercare nel gioco esperienze di “rischio” sempre più intense, manifestando avversione per le esperienze ripetitive di qualsiasi tipo, ed illudendosi di poter controllare la fortuna. Egli inoltre perde progressivamente la capacità di controllare i propri impulsi e di valutare le conseguenze economiche e relazionali delle proprie azioni, entrando in un “circolo vizioso” di puntate e perdite sempre più ingenti, sino a sperimentare gli effetti di una vera e propria “sindrome da astinenza” quando gli è impossibile giocare.
Già nel nome e nello statuto della vostra associazione noto una grande attenzione per le famiglie, vogliamo cominciare da qui a descrivere il “percorso”?
Le famiglie rivestono un ruolo cruciale in tutto il percorso terapeutico, dalla prima richiesta di aiuto al reinserimento finale. Infatti, nonostante il giocatore riesca per lungo tempo a nascondere il suo problema ai familiari, questi sono i primi a farne le spese: le continue e sempre più prolungate assenze ed il disinteresse per la vita familiare portano nel tempo ad un inevitabile deterioramento di tutte le relazioni, oltre ovviamente ai tangibili danni economici. Purtroppo, siamo costretti talvolta a fare i conti con un atteggiamento di “cecità familiare”, una sorta di rifiuto della famiglia ad ammettere il problema, anche di fronte a segnali evidenti. Quando però i congiunti del giocatore si rendono veramente conto di ciò che sta succedendo, sono i primi a chiamarci per richiedere il nostro intervento. Spesso la terapia inizia proprio con loro, i familiari, anche in assenza del giocatore: in alcuni casi, questo è l’unico modo per risolvere un problema di relazioni, creando attorno al giocatore un ambiente più sereno e collaborativo.
Cosa accade a questo punto?
Sia che il giocatore si presenti da noi di sua spontanea volontà (e, secondo i nostri dati, solo uno su venti lo fa), sia che la richiesta di aiuto arrivi dalla famiglia, conduciamo una serie di colloqui motivazionali, che mirano a definire la situazione psicologica del giocatore, ma anche a delineare le dinamiche, spesso critiche, che si sono instaurate nel gruppo familiare. A questo punto il giocatore ed i suoi congiunti entrano nei gruppi, ed iniziano un percorso di incontri con cadenza settimanale, della durata di due ore ciascuno, che si estende in media per alcuni anni. Per tutta la durata della terapia, il gruppo deve esser considerato come una struttura “aperta”, in divenire, nella quale ogni membro è tenuto a dare il suo contributo, ma soprattutto il terapeuta deve vigilare sulla situazione, offrendo stimoli e possibilità sempre nuove. Nel condurre l’attività, occorre lavorare costantemente non solo sul “sintomo”, ma anche sui comportamenti e sugli atteggiamenti di tutti i componenti del nucleo familiare, portando alla luce le gli equilibri (o gli squilibri) più profondi e nascosti.
La durata media della terapia, dunque, è piuttosto elevata. Ci può dire quali sono, secondo la sua esperienza, i momenti più critici?
La fase iniziale presenta certamente numerose problematiche: in primo luogo, molti giocatori rifiutano di ammettere il loro problema, oppure si avventurano su un terreno ancora più pericoloso, mostrandosi dapprima disperati di fronte ai familiari, e risoluti nell’affrontare il percorso, salvo poi ritornare sui loro passi, illudendosi di “poter fare tutto da soli”. Il compito del terapeuta, in questo frangente, è di permettere al paziente di sviluppare consapevolezza della propria situazione, per portarlo a fruire dell’aiuto che gli viene offerto.
Altro momento difficile è l’uscita dal gruppo, che per anni era stato visto come un “guscio” rassicurante nel quale potersi rifugiare. Accanto alla cessazione completa del sintomo, dunque, è fondamentale che il paziente ed i suoi familiari riescano ad accettare il rischio e la responsabilità come componenti fondamentali della vita che li aspetta, vincendo una certa “dipendenza” che poteva essersi sviluppata nei confronti del gruppo.
Volendo tracciare un bilancio, quanti dei vostri pazienti ottengono risultati, e quanti invece abbandonano il percorso?
Il bilancio è sicuramente in positivo: è dimostrato che oltre il 90% dei partecipanti alla terapia non gioca più d’azzardo, e per chi termina il percorso nei tempi previsti il cambiamento è radicale e duraturo, in tutti gli aspetti della vita sociale e familiare. Le eventuali ricadute “in itinere”, se isolate, non vanno considerate come un fallimento, ma piuttosto come un’opportunità in più per il giocatore di prendere coscienza dei propri limiti. Per quanto riguarda invece gli abbandoni, la percentuale è piuttosto bassa, ed il fenomeno sembra coinvolgere maggiormente le donne, alle quali più frequentemente manca il supporto della famiglia. Una piccolissima percentuale di partecipanti, infine, si rende protagonista di pericolose “fughe tardive”, che avvengono dopo due o tre anni, e coinvolgono tutta la famiglia. Ciò dimostra ancora una volta quanto sia importante la disponibilità dei familiari a “mettersi in gioco”, analizzando a fondo tutte le dinamiche interne.
Forte delle esperienze maturate in questi anni, mi sento di affermare che la terapia di gruppo per il gioco d’azzardo rappresenta uno degli strumenti più adeguati ad affrontare questo problema, sempre più diffuso nella nostra società.
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| Eta' | |
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| 8% | < 30 anni |
| 12% | 30-40 anni |
| 42% | 40-50 anni |
| 30% | 50-60 anni |
| 8% | >60 anni |
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| Sesso | |
| 84% | maschi |
| 16% | femmine |
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| Stato Civile | |
| 69% | sposati o conviventi |
| 31% | celibe-nubile |
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| Professione | |
| 49% | dipendenti |
| 36% | autonomi |
| 15% | pensionati |
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| Titolo di Studio | |
| 8% | Lic. Elementare |
| 46% | Lic. Media |
| 39% | Dip. Superiore |
| 7% | Laurea |
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| Abitudini di gioco | |
| 55% | Casino' |
| 12% | Corse dei Cavalli |
| 11% | Lotto |
| 18% | Videopoker |
| 2% | Bingo |
| 2% | (Borsa) |