Gli incassi del gioco d’azzardo legale crescono ma le entrate per l’erario calano. Alla crescita rapidissima dei giochi d’alea gestiti dallo Stato – lotto, superenalotto, gratta & vicni… - non corrisponde un aumento degli incassi per le casse statali. Anzi, succeed esattamente il contrario. Cade cosi’ anche la giustificazione di chi invita a chiudere un occhio sulle strategie espansionistiche dello “Stato biscazziere”, in nome di un presunto aumento degli introit. A far cadere la foglia di fico dei benefici erariali e’, dati alla mano, il sociologo Maurizio Fiasco, all’Assemblea annual della Cunsulta nazionale antiusura. Che spiega anche come I 35 miliardi di euro bruciati in un anno nelle ricevitorie e nei punti scommesse siano sottratti all’economia e al lavoro. E il gioco, avverte la Consulta, “e’ una delle cause ricorrenti dell’indebitamento”. “Quando l’azzardo fiorisce, le entrate tributarie deperiscono”, dice il sociologo. “Gli incassi dello Stato nel 2006 – afferma – sono stati inferiori in cifre assolute, e straordinariamente inferiori in termini percentuali”. Gli italiani in giochi di alea nel 2004 hanno speso infatti 24,8 miliardi di euro, cifra che nel 2006 e’ salita a 35,4 miliardi. Ma mentre nel 2004 l’erario incasava 7,3 miliardi, l’anno scorso gli introiti per lo Stato sono scesi a 6,7. Il rapport tra entrate e spese, che nel 2004 era del 29%, e’ crollato nel 2006 al 19,6%. Come e’ possible? “La causa sta nella riorganizzazione gestionale che ha trasformato la vecchia amministrazione dei monopoli in amministrazione autonoma – speiga il professor Fiasco – assegnandogli una nuova mission: da quella originaria, che era incrementare le entrate fiscali, si e’ passati ad una politica aziendale. Ai monopoli manca oggi una dimensione di economia pubblica, sulla collocazione dell’economia dei giochi nella politica economica dello Stato”. Da gesture statale centralizzatore a timoniere: nel logo dell’Aams, l’azienda autonoma monopoli di Stato, campeggia infatti la ruota del timone. “la gestione dei giochi e’ stata data in outsourcing, affidandola ad aziende esterne. Ma per attrarre I capitali necessary ad allestire la rete telematica, gli 8 mila punti-scommesse, le sale bingo, va garantita un’alta profittabilita’. E questo e’ un vincolo incompatibile – afferma il sociologo – con la mission di sviluppare una fiscalita’ sui giochi”. Maurizio Fiasco segnala poi un altro element di preoccupazione: “Il gioco d’azzardo legale sottrae risorse alla domanda di altri bene, mentre I soldi spesi nel settore produttivo la moltiplicano”. Il sociologo fa un parallelo tra il settore automobilistico e quello di giochi e scommesse. In un anno gli italiani hanno speso in automobile 38 miliardi di euro, creando un indotto da 200 miliardi. Chi ha la macchina ha bisogno di meccanici, benzinai, carrozzieri, gommisti, autolavaggi, garage, autostrade. Alimentando cosi, afferma lo studioso, un settore da un milione e 200 mila posti di lavoro. La spesa per scommesse ippiche, totocalcio, totogol e via di questo passo e’ stata di 35 miliardi. “Tutti I soldi sottratti dal volume di reddito a disposizione delle famiglie per servizi produttivi”. E tutto il business del gioco legale da lavoro a non piu di 75 mila operatori: “Se la famiglia media ha un budget spendibile di 28 mila euro l’anno, il gioco ne taglia il 10%”.