CAMPOFORMIDO - Il gioco d’azzardo è in continuo aumento, tanto da diventare un fenomeno di grave pericolosità sociale, per cui è sorto un centro per combatterlo. Ne parliamo con Rolando De Luca, psicoterapeuta, fondatore e coordinatore scientifico di questo organismo, primo centro in regione e praticamente unico nel Nord Italia (un altro centro di intervento per le patologie compulsive si trova a Bolzano). Da dove vengono i giocatori che frequentano il vostro Centro? Come si mettono in contatto con voi? «Normalmente la prima telefonata o la prima visita al Centro viene fatta dalla moglie o da un parente del giocatore, mai dal giocatore stesso. Sono i familiari a rendersi conto per primi della gravità della situazione: i giocatori hanno sperperato tutto il patrimonio, spesso hanno ipotecato case e aziende. Di fatto hanno messo la famiglia sul lastrico. Quando un giocatore arriva a perdere 300 milioni in tre giorni (è uno dei nostri casi) non ha molte soluzioni: o decide di ”sparire” o cerca aiuto».

Come procedete nella fase iniziale? «Fin dall’inizio sgombriamo il campo da facili speranze: interventi miracolistici in questo campo non esistono. Il gioco d’azzardo (che sia al casinò o al videopoker) è una patologia compulsiva. È una vera e propria dipendenza. Non di tipo chimico, ma legale. Chiariamo che il trattamento sarà lungo, richiederà costanza nelle presenze agli incontri (una volta alla settimana per due ore) da parte di tutti i familiari e non solo del giocatore. Poi, oltre allo svolgimento di colloqui individualizzati, li sottoponiamo a dei test. In questa prima fase perdiamo circa il 30% dei contatti. Il restante 70% accetta e continua».

Come aiutate queste persone? «Il trattamento è simile a quello per gli alcolisti con cui ho lavorato per vent’anni. In proposito ricordo che è stata creata sempre a Campoformido l’”Agita”, associazione degli ex giocatori d’azzardo e delle loro famiglie. L’associazione lavora in modo autonomo, senza la presenza nel gruppo di alcun terapeuta, che resta solo come punto di riferimento esterno».

Quante sono attualmente le persone che frequentano il vostro Centro? «Circa cinquanta fra giocatori e loro familiari. Il 76% proviene dalla regione. Di essi il 51% giocava al casinò, il 21 ai cavalli, il 15 al lotto e il 13 ai videpoker».

Quali sono i risultati della terapia? «Veramente soddisfacenti. Tutte le persone che frequentano regolarmente gli incontri settimanali hanno smesso di giocare. Ma smettere non basta, bisogna attuare un percorso che faccia considerare validi, positivi, accettabili altri aspetti della vita, anche quelli più semplici. Il giocatore deve accettare la quotidianità con le sue luci e le sue ombre. Perché va detto che la persona dipendente dal gioco d’azzardo considera valida solo quell’esperienza, un’esperienza al limite, come sfida continua e rischio estremo. In questa sfida si sente ”onnipotente” quando vince e comunque sempre capace di fare qualcosa di più e di diverso dalla gente ”normale”. La normalità gli sembra banale».

Quindi il successo della terapia consiste nel portare il giocatore d’azzardo a cambiare atteggiamento nei confronti della vita? «Sì, il problema vero infatti è capire quale sia stato il motivo, la molla profonda che ha fatto scattare e consolidare la dipendenza. È da lì che bisogna partire». La totalità dei giocatori che frequentano il vostro Centro è costituita da maschi. Come spiega questo fatto? «I dati in nostro possesso confermano che ci sono molte giocatrici anche fra le donne e il fenomeno è in continuo aumento. Le donne giocano per lo più al lotto o alle slot machines e lo fanno in genere di nascosto dal partner. Spesso quando una donna ”si butta” nel gioco matura una dipendenza legata a situazioni nevrotiche e traumatiche. Se i mariti le scoprono, la famiglia normalmente si sfascia e loro si ritrovano sole con tutte le difficoltà anche nel chiedere aiuto. Al nostro Centro, come ho detto prima, in prima battuta non si rivolgono i giocatori, ma le mogli dei giocatori che vogliono cercare di salvare quel che resta del rapporto e tenere in piedi la famiglia».

Quando un giocatore può essere considerato un ex giocatore? «Quando non considera più la vita come vita a rischio. E impara a riappropriarsi di sé stesso».