Sono oltre 40 le famiglie che attualmente frequentano a Campoformido i gruppi di terapia organizzati dall'équipe del dott. De Luca. In tutto un centinaio di persone impegnate ad uscire dal tunnel della dipendenza dal gioco d'azzardo. Diversi vengono anche da altre regioni, ma molti, naturalmente, sono friulani.

Come si diventa giocatori "compulsivi"? Come se ne esce?. Lo abbiamo chiesto ad un ex giocatore d'azzardo residente in provincia di Udine, del quale, per ovvi motivi, non riveleremo il nome. Come è nata la sua passione per il gioco? "Sono sempre stato appassionato al gioco della roulette. Fino ad un certo punto è stato solo un normale passatempo. Andavo al casinò anche insieme a mia moglie. Mi portavo solo un paio di milioni e persi quelli mi fermavo. Possono sembrare già molti, ma non lo erano relativamente al guadagno che mi consentiva la mia professione. Poi però, dal '96 al '98, sono diventato un giocatore compulsivo. L'azzardo è diventato una priorità assoluta. Ho cominciato ad utilizzare non solo il mio denaro ma anche quello dei miei familiari e poi quello dei "prestasoldi". Si cade in una spirale: per recuperare le sconfitte giochi più forte".

Quanto giocava in media? "Anche 20-30 milioni a sera. In mano, in fondo, hai solo delle fiches, che sono pezzi di plastica, e non ti rendi nemmeno conto di quello che stai facendo. Per lavoro giravo molto e ho frequentato numerosi casinò; naturalmente, per la vicinanza, soprattutto quelli sloveni. Il tempo, per un giocatore compulsivo, non ha più senso. Stavo al casinò anche dalle 17 fino alle 5 del mattino successivo. Sempre in piedi, senza mangiare, senza bere. Esiste solo il gioco. E, per quello che ho visto, i casinò sono pieni di giocatori compulsivi. E' un fenomeno trasversale: sono professionisti, operai, giovani".

Cos'è che dà piacere nel gioco? Vincere? "In fondo non si vince mai. Al casinò giochi contro a dei professionisti o a delle macchine. Ma è come praticare un sport estremo. Cerchi il tuo limite. Sono le scariche di adrenalina che danno piacere".

E quando finiscono i soldi, che si fà? "Questo non è un problema. Ci sono molti personaggi che vivono all'ombra dei casinò e che "prestano" soldi. All'inizio ti fanno firmare un assegno, poi, quando diventi un cliente abituale, nemmeno quello. Il giorno dopo devi riportarglieli con il 10% di interessi. Con le buone o con le cattive. Movimentano anche 400-500 milioni a sera. E girano con le valigette piene di contanti, come fa chi ricicla denaro sporco. Con loro si instaura un rapporto di odio-amore. Sai che ti stanno derubando, ma hai bisogno del loro denaro. E' una specie di "sindrome di Stoccolma"".

Ad esempio, nel sottobosco dei casinò sloveni, da dove vengono questi personaggi? "Sono tutti italiani. Di Padova, Pordenone e Gorizia, soprattutto. Le autorità sanno tutto. Ma ho l'impressione che manchino gli strumenti legali per colpirli".

Dopo forti perdite è stato mai dissuaso dal personale dei casinò dal continuare a giocare? "Mai. Tutti i casinò fanno invece ponti d'oro a chi gioca forte, offrendo vari benefici: cene, pernottamenti gratis e pacchetti turistici per il giocatore e i familiari. E se perdi tutto ti pagano anche la benzina o il treno per tornare a casa".

Cosa pensa delle slot machines? Le ritiene meno pericolose? "Un giro di slot-machine dura 8-9 secondi e si può puntare anche 10-15 mila lire al colpo. Le trovi aperte 24 ore su 24. Ho visto perdere grosse cifre alle macchinetta. Tra poco apriranno 400-500 sale da Bingo in tutta Italia e c'è chi propone di legalizzare le vincite in denaro ai videopoker o di creare un casinò per regione. S sta sottovalutando il problema. I casinò non producono ricchezza: la tolgono solo alla gente che lavora, alla nostra gente".

Secondo lei i casinò producono criminalità? "Conosco tutti quelli che frequentano l'ambiente del gioco. Posso dire che diversi episodi classificati come microcriminalità sono sicuramente collegabili a questo contesto".

Cosa succede nella famiglia di un giocatore d'azzardo? "Diventi un assente, trascuri i figli, la moglie. Tutto passa in secondo piano".

Quando ha deciso di smettere? "Il 21 ottobre del '98 ho capito di aver toccato il fondo. Sono tornato a casa dal casinò alle 5 del mattino e tra l'altro avevo anche vinto. Ho telefonato al dott. De Luca alle 8 e lui, con grande sensibilità, mi ha introdotto la sera stessa nei gruppi di terapia. E' cambiato il mio atteggiamento verso la vita. Il gioco ti spinge ad essere megalomane, ad avere un senso di onnipotenza, ad essere aggressivo per difenderti. La terapia ti fa ritrovare il quotidiano, gli affetti. E nascono anche tante amicizie importanti. Ho avuto poi la fortuna di avere accanto mia moglie. Ai giocatori capita spesso, e giustamente, di venire abbandonati".

Che consiglio dà alle famiglie dei giocatori d'azzardo? "Non essere tenere e sopratutto non prestare denaro. Lasciate che il giocatore se la cavi da solo. Chi ha figli molto giovani, non sottovaluti i piccoli segnali, come il troppo tempo passato davanti al videopoker".