Il Friuli
05 ottobre 2007
DESTINI IN GIOCO - La Storia di chi ha toccato il fondo, ma ha saputo rialzarsi grazie all'aiuto degli altri
Dalla schedina all'inferno
di Alessandro Di Giusto e Maria Ludovica Schinko
Quando si dice mettere la propria esistenza in gioco. Chi scivola nel baratro del gioco d’azzardo si trova ben presto stritolato da un meccanismo micidiale. A una situazione ogni giorno più difficile si cerca di ovviare con giocate sempre più alte. Col solo risultato che, alla fine, il baratro diventa talmente profondo da cancellare ogni speranza di riuscire a risalire la china. Eppure, la testimonianza che abbiamo raccolto dimostra che anche chi ha butatto via la sua esistenza sul tavolo da gioco, può farcela ad uscirne. “A patto di essere disposti a farsi dare una mano, di smetterla di mentire a se stessi e agli altri e di ammettere che da soli è impossibile lottare contro un nemico tanto invisibile quanto forte- ci dice Leo (il nome è di fantasia) -. Quando accetti di aprirti agli altri scopri che ci sono tante brave persone disposte ad aiutarti e la strada per tornare a una vita normale diventa meno scoscesa”. In Friuli Venezia Giulia di persone consumate dalla febbre del gioco ce ne sono parecchie. E altrettanto numerose sono le famiglie che improvvisamente scoprono di essere ridotte sul lastrico.
Pochi spiccioli“La mia storia di giocatore è iniziata quando avevo appena 15 anni. Allora si trattava di giocare pochi spiccioli sulla schedina del totocalcio, ma era soltanto l’inizio. Con l’arrivo dei primi stipendi ho giocato sempre di più, ovunque, fino al punto da trascorrere ogni momento libero davanti a quelle maledette macchinette”. Alle spalle Leo ha una infanzia tormentata e un rapporto molto difficile col padre alcolizzato. “Mio padre non mi ha mia voluto bene. Mi faceva sentire una nullità. Credo di aver cominciato a sfidare la sorte anche per questo motivo. Giocavo perché volevo mettermi alla prova, dimostrare a me stesso e agli altri che potevo fare qualcosa di importante, ma avevo scelto la via peggiore”. Nel giro di pochi anni la sua situazione diventa insostenibile, fino al punto di appropriarsi di denaro dell’azienda nella quale lavorava. Nel frattempo la sua solitudine era stata amplificata dall’abbandono della compagna. “A un certo punto mi guardai allo specchio. Mi accorsi che attorno a me c’erano soltanto rovine, che avevo perso tutto, denaro, affetti, amicizie. Mi ero addirittura appropriato di somme sul posto di lavoro. Fu in quel preciso momento che pensai di farla finita perché così non aveva senso continuare”.
Di mamma ce n’è una solaE’ stata la madre a prendere su il telefono per contattare il Centro di terapia di Campoformido, dedicato agli ex giocatori d’azzardo e alle loro famiglie. “Lei mi disse che avevo questa possibilità, che dovevo almeno provarci”. Da quel preciso istante Leo interrompe il suo cammino verso l’inferno, aiutato da Rolando de Luca che, dal 1995, porta avanti un’esperienza ritenuta fra le più importanti e positive a livello nazionale. “Frequentare il Centro - conferma Leo - mi ha aiutato a capire che dovevo smetterla di restare prigioniero della mia condizione, che dovevo essere disposto a farmi aiutare. Un bel giorno chiesi di parlare con il titolare della mia azienda e gli raccontai delle somme prelevate illecitamente. Pensavo che mi avrebbe denunciato e licenziato. Ero pronto a subire le conseguenze per ciò che avevo fatto”. Invece di mandarlo in carcere fu proprio quell’imprenditore il primo ad aiutarlo, a credere che meritava una chance per risollevarsi.
L’ultima chanceHo iniziato a restituire i soldi un po’ alla volta e, ancora oggi, a distanza di oltre cinque anni sto pagando I miei debiti, ma sono un uomo che può finalmente andare in giro a testa alta. Lo ripeto continuamente a quanti stanno vivendo le mie stesse vicissitudini: tutte le energie spese inutilmente per tentare di tamponare le falle di un modo di vivere sbagliato possono essere usate invece per rialzarsi. Soprattutto, sono convinto che sia indispensabile essere sinceri, non avere paura di guardarsi dentro e di dire basta. Credi che gli altri non sappiano nulla, ma molto spesso fanno finta semplicemente di non conoscere la tua condizione per non offenderti. Se davvero riesci a toglierti la maledetta maschera che il gioco d’azzardo ti ha incollato sul volo, allora capisci che ce la puoi fare”.