Di gioco d’azzardo ci si può ammalare e si può anche morire. Esattamente come accade con la droga o con l’anoressia. “Viviamo in una società compulsiva - spiega Dario Angelini, psicologo e psicoterapeuta dell’Associazione La chiave di Alteluda (Roma) - che spinge a fare sempre qualcosa di più per riempire il vuoto della propria esistenza. C’è chi soffre di disturbi del comportamento alimentare, dalla bulimia che porta a mangiare sempre di più all’anoressia che porta a negarsi il cibo per dimostrare di essere sempre più forti, chi di shopping ossessivo che spinge ad acquistare smodatamente, chi si ammala di gioco d’azzardo. Sono modi diversi per colmare il medesimo vuoto psicologico”. Un vuoto che può avere origine anche nel passato. “Quando si isola la carica propulsiva – spiega Angelini –, emergono le vere problematiche e diventa ridondante il malessere autentico, la cui origine può celarsi in una depressione di cui soffrivano già i genitori o i nonni. Una volta capito il motivo scatenante, può cominciare l’aiuto”. Ma la terapia non si risolve in una decina d’incontri. “Il percorso è lunghissimo, può durare anche diversi anni, soprattutto se il problema riguarda tre diverse generazioni. D’altra parte, come spiega Rolando De Luca, ormai un punto di riferimento in tutta Italia nel recupero dei giocatori d’azzardo, più si va avanti nella terapia maggiori sono le possibilità di non avere ricadute”. E di non mettere a rischio la propria vita. “Purtroppo, soprattutto chi perde interi patrimoni, riducendo sul lastrico la propria famiglia, sceglie di morire perché crede di non riuscire a superare le difficoltà. Il vuoto diventa talmente grande da non poter più essere colmato. Ma quelli per gioco d’azzardo sono tutti suicidi coperti. Magari proprio dai propri genitori cui il giocatore voleva dimostrare di valere qualcosa”. La situazione è destinata a peggiorare, perché non dovrebbero essere soltanto i familiari, le associazioni o gli psicologi ad aiutare chi soffre di dipendenza dal gioco. “Dovrebbe intervenire lo Stato che, invece, dà soltanto un aiuto di facciata, ma in realtà non fa niente per diminuire il gioco d’azzardo. Perché è inutile nascondersi dietro a un dito: lotto, gratta e vinci, slot machine sono tutti giochi d’azzardo. E questa è soltanto la punta dell’iceberg, dato che aumentano in continuazione i giochi on line o quelli televisivi, senza alcuna regolamentazione”.

Un primo passo potrebbe essere fatto, se venisse accolta la proposta delle associazioni che operano per il recupero dei giocatori. “Vorremmo che sulle macchinette che si trovano ormai ovunque, e non solo nei casinò, fosse applicata una targa, come accade già sui pacchetti di sigarette. Un avvertimento sui rischi che si corrono giocando, ma anche un aiuto. Vorremmo, infatti, che fosse indicato un nostro numero verde. In questo modo, chi sente di essere a rischio, potrebbe immediatamente contattarci. E’ difficile, infatti, che un giocatore si rivolga di sua spontanea volontà a uno psicoterapeuta. Come un tossicodipendente, il giocatore crede di poter smettere quando vuole e difficilmente ammette di avere un problema”. E’, quindi, la famiglia a dover compiere il primo passo. “Di solito - conclude Angelini - , è la moglie o la compagna a contattarci. In alcuni casi possono essere i figli o i genitori. E il primo passo è coinvolgere nella terapia proprio il nucleo familiare, magari inserendolo in un circolo più grande, come fa De Luca a Campoformido. Per questo si parla di psicoterapia relazionale sistemica. E’ fondamentale poter condividere il problema con gli altri. Aiuta a ridimensionare la situazione e fa sentire meno soli”.



Il nuovo identikit
Sul tavolo verde pure la pensione

Sei tu il nostro problema”. Spesso è questa la molla che spinge un giocatore ad ammettere la propria dipendenza e a correre ai ripari. Sentirsi accusare dai propri familiari, entrati per primi e da soli in terapia, fa sì che il giocatore apra finalmente gli occhi. Ma qual è l’identikit del giocatore tipo? “Un tempo - spiega lo psicoterapeuta Dario Angelini - erano soprattutto uomini, con un’età compresa tra i 30 e I 50 anni. Oggi sono in largo aumento gli anziani e i giovani, soprattutto studenti universitari”.

Nel primo caso si tratta soprattutto di professionisti. “Ma il ceto di provenienza non ha importanza.Chi ha molti soldi, li gioca tutti, perdendo fortune. Chi ne ha pochi, può arrivare persino a rubare e i danni sono comunque enormi. Il problema emergente adesso è quello delle persone anziane, dei pensionati”. Anche nel loro caso, il gioco serve a colmare un vuoto. “Gli anziani cominciano a giocare dopo un cambiamento. Può riguardare i figli che, ormai cresciuti, abbandonano la casa paterna, oppure un lutto. Insomma, gli anziani cercano di scappare alla solitudine”.

I giovani, invece, giocano per dimostrare a se stessi o agli altri di essere dei vincenti. “Ho incontrato studenti universitari che si giocavano i soldi delle tasse e dei libri. In molti casi, a cercare un aiuto sono le fidanzate, preoccupate perché il ragazzo non studia più e non frequenta più i corsi. Alcuni abbandonano proprio gli studi per mantenersi al gioco. Ovviamente, il fenomeno è meno diffuso, perché i giovani hanno meno soldi a disposizione”. La soluzione, per tutti, è una sola: rivolgersi a strutture private. “Il pubblico – conclude Angelini – si occupa pochissimo del recupero dei giocatori d’azzardo. I costi sono troppo alti. Quindi, per ricevere aiuto, non resta che rivolgersi a chi opera nel privato, dalle associazioni ai psicoterapeuti. Io dico sempre ai miei pazienti: prima toglievate parte del vostro capitale per buttarlo nel gioco, adesso impiegate i vostri soldi nella terapia”.