CAMPOFORMIDO. La voce, esitante e angosciata, che chiede aiuto dall’altro capo del filo, è quella di Antonio che ha visto il tavolo verde mettere sotto scacco la sua efficienza imprenditoriale, quella di Armando, che per giocare al casinò ha cominciato a sottrarre ingenti somme di denaro all’azienda per cui lavora. E ancora, è la solitudine di Paola a gridare la sua dipendenza, e la voglia di riscattarsi da quella corrente bulimica che la trascina davanti alle slot machine e la stordisce fino ad offuscare ogni altra emozione.

Il coraggio. Non sono in molti a trovare il coraggio di chiedere aiuto in prima persona. Uno su venti lo fa. In genere, dopo aver “toccato il fondo” e ciò accade in genere quando viene raggiunta una condizione di rovina economica dalla quale non ci si sente più in grado di risollevarsi. È a quel punto che diventa fondamentale l’immediata disponibilità dello psicoterapeuta all’aiuto o all’ascolto, prima che il giocatore arrivi a compiere atti estremi verso se stesso o verso altri. Tocca spesso ai familiari o alle presone vicine prendere l’iniziativa nei casi di dipendenza da gioco, nonostante sia una decisione non facile. Chi effettua al prima telefonata a una struttura specializzata come il centro di terapia di Campoformido per gli ex giocatori d’azzardo e le loro famiglie lo fa spesso in preda a uno stato d’animo al limite della disperazione: il dolore sgorga da un racconto anonimo, vibra nella crudezza dei dettagli, e spesso si interrompe con un “click”. Fine della comunicazione per una telefonata che, molte volte, non riesce ad andare al di là dello sfogo.

Il profilo del giocatore. Ma, fortunatamente, c’è chi riesce ad abbattere quel muro di incertezza e a imboccare un percorso per riprendere il controllo della propria esistenza. Quella di Campoformido è una struttura d’intervento terapeutico che supporta un centinaio di famiglie, quasi 200 persone che gravitano intorno a una decina di gruppi. L’86% dei giocatori in terapia è costituito da maschi e il 14% da femmine. Per il 63% sono sposati o convivono; il 37% di loro non vive in coppia. L’8% ha conseguito la licenza elementare; il 36% la licenza media; il 49% possiede un diploma e il 7% una laurea. Il 48% dei giocatori è costituito da lavoratori dipendenti, il 35% da lavoratori autonomi e il 17% da pensionati. Va evidenziato che, all’interno dei gruppi seguiti dal centro friulano, non ci siano disoccupati, né tra i giocatori, né tra i familiari. Provengono per l’82% dal territorio regionale. Il 10% dei giocatori ha meno di 30 anni, il 29% si aggira tra i 30 e i 40, il 26% va dai 40 ai 50 anni e il 27% ha tra 50 e i 60 anni; solo l’8% ha più di 60 anni. Molti giocatori d’azzardo sono forti fumatori (Il 70%) inoltre l’abuso d’alcol (almeno tre volte alla settimana) ricorre nel 15% dei giocatori e di una o più sostanze psicotrope nel 3%.

Il ruolo dei casinò. Il 31% degli ex giocatori che intraprendono un percorso terapico frequentava il casinò; il 19% giocava alle new slots (ex videopoker), il 16% al lotto, il 13% al superenalotto, il 6% puntava alle corse di cavalli, il 6% giocava al Grattaevinci; il 3% giocava al Totocalcio; il 2% investiva in borsa e l’1% giocava al Bingo. Il restante 3% infine si dedicava ad altri giochi (totogol, bische, ecc). Il 49% dei giocatori si dedicava ad un solo tipo di gioco, il 34% praticava da 2 a 3 giochi differenti e il 13% da 4 a 5; solo il 4% ammette di aver giocato a più di cinque tipi di gioco.

In terapia con la famiglia. Dopo la richiesta d’intervento del giocatore o di un suo familiare, la presa in carico fa seguito a un paio di colloqui, tesi ad accertare se il soggetto rientra fra le persone che sono vittima di “gioco d’azzardo patologico”. Quindi viene deciso l’ingresso in un gruppo terapeutico (condotto da uno psicoterapeuta capace di creare un clima psicologico di sicurezza) che si riunisce una volta la settimana alla stessa ora e con la durata di 2 ore per seduta e che ha precise regole, fra le quali la frequenza costante e l’astinenza dal gioco. La durata della terapia è di 3 o 4 anni. Il 89% dei giocatori partecipa ai gruppi di terapia assieme ai familiari (nel dettaglio, il 66% è accompagnato dal coniuge o convivente, il 17% da fratelli o sorelle, il 9% dai genitori, il 5% dai figli e il 3% da amici); l’11% è costituito da giocatori che vengono in terapia da soli; il 33% da familiari che vi partecipano senza il giocatore (precisamente, per il 41% si tratta di mogli o conviventi, per il 27% di genitori, per il 19% di fratelli e sorelle e per il 13% di figli).
Il rischio abbandono. La percentuale di abbandono del percorso terapeutico nel 2006/2007 è scesa al 4%, rischio che risulta interessare maggiormente le donne; ciò è in parte spiegabile considerando il fatto che queste generalmente entrano in terapia più tardi rispetto agli uomini e, in molti casi, non vengono supportate dalla famiglia. D’altro canto, il rischio d’abbandono da parte di giocatori maschi si osserva maggiormente tra i soggetti di età inferiore ai 30 anni. Esiste, però, e va segnalato, anche il rischio di “fughe tardive”, quelle, cioè, che si verificano dopo 2 o 3 anni dall’inizio del percorso terapeutico; si tratta di tentativi d’abbandono che coinvolgono giocatori e familiari. Nonostante riguardino una percentuale minima di partecipanti sono molto insidiosi e dimostrano come le famiglie, una volta liberate dal sintomo dell’azzardo, non intendano analizzare ed elaborare a fondo le dinamiche disfunzionali presenti al loro interno, individuando nel solo sintomo l’origine dei propri problemi. Si tratta, in genere, di scelte “molto sofferte” che si differenziano dal passato, quando i giocatori in terapia “scomparivano” senza lasciare traccia di sé, ora infatti gli abbandoni sono quasi sempre motivati e in alcuni casi quasi “concordati”.

9 su 10 ce la fanno. Il 90% dei giocatori che partecipano alla terapia non gioca più d’azzardo. Il restante 10%, pur continuando a frequentare la terapia, continua a giocare, anche se in misura inferiore. La naturale conclusione della terapia riguarda 64 persone, tra ex giocatori e familiari (rispettivamente, nel numero di 24 e 40). Chi termina la terapia nei tempi prescritti, ad eccezione di una persona, non risulta tornare al sintomo. Si tratta di dati – spiegano dal centro – che non sono definitivi, ma indicano una tendenza, ciò che risulta evidente, però, è che la terapia di gruppo per i giocatori e per le loro famiglie rappresenta uno degli strumenti più adeguati per affrontare la dipendenza da gioco d’azzardo, un problema sempre “emergente” nella società.

Ricominciare. Una volta terminato il percorso terapeutico si apre un’altra sfida: il ritorno alla vita di ogni giorno. Si tratta di ricominciare a vivere senza la protezione del gruppo terapeutico, ed è questa una fase in cui emergono molto spesso sentimenti di rabbia, ansia e angoscia, suscitati dalla prospettiva, agli occhi dell’ex giocatore, di una vita piatta e poco interessante. Anche gli equilibri di coppia rischiano di saltare. Paradossalmente, infatti, nonostante il rancore e la mancanza di fiducia all’interno di queste coppie, il pericolo principale è che esse finiscano per essere tenute unite dal sintomo dell’azzardo e che, una volta superato il problema, non abbiano più senso di esistere.
La ricerca scientifica. Uno studio condotto da Gianni Savron medico e psicoterapeuta, Rolando De Luca, psicologo e psicoterapeuta e da Paolo Pitti, psicologo, pubblicato nel giugno 2007 sulla rivista di psichiatria, ha preso in esame un anno e mezzo di terapia di gruppo con giocatori d’azzardo patologici seguiti dal centro di terapia di Campoformido. Il centro è attivo da oltre un decennio e attualmente segue una decina di gruppi in terapia che coinvolgono complessivamente quasi duecento persone, fra giocatori d’azzardo e familiari. Lo scopo della ricerca era quello di valutare le modificazioni psicopatologiche nel corso del trattamento di gruppi avvenuto nel centro su un campione di giocatori d’azzardo patologici secondo i criteri dal manuale diagnostico dei disturbi mentali. Il campione ha preso in esame 63 soggetti posti a confronto con 53 soggetti non in terapia (gruppo di controllo). La ricerca ha evidenziato notevoli differenze tra i due gruppi. Lo studio ha reso possibile sottolineare le differenze psicopatologiche fra giocatori e soggetti di controllo; identificare le caratteristiche di stato e di tratto dei giocatori che interrompono e che proseguono il trattamento; monitorare le modificazioni psicologiche nel corso della terapia; evidenziare l’efficacia della terapia di gruppo a lungo termine nel trattamento del giocatori d’azzardo patologici. I giocatori in trattamento, pur manifestando delle differenze caratteriali e temperamentali rispetto ai soggetti di controllo, non presentano episodi di gioco d’azzardo. L’elevata ricerca di novità e trascendenza e i bassi indici di autodirettività e cooperatività esprimono le caratteristiche dei giocatori d’azzardo patologici e rappresentano i fattori di rischio per lo sviluppo di un gioco patologico.



CAMPOFORMIDO. “La terapia di gruppo nella dipendenza da gioco d’azzardo, prima, durante e dopo il lungo percorso terapeutico. Valutazioni di psicoterapeuti e riflessioni di ex giocatori d’azzardo e loro familiari”. Va sotto questo titolo il 2º convengo nazionale che si terrà a Campoformido domenica 14 ottobre a partire dalle 9, organizzato da Agita, l’Associazione degli ex giocatori d’azzardo e delle loro famiglie che ha sede a Campoformido, dalle Caritas diocesane della regione e dalla Consulta nazionale antiusura Onlus Bari. Coordinatore del convegno sarà Bernardo Spazzapan, responsabile del dipartimento per le dipendenze Ass2 “Isontina” di Gorizia. Interverranno il sindaco di Campoformido Andrea Zuliani, il direttore della Caritas diocesana don Luigi Gloazzo, Alberto d’Urso, segretario della Consulta nazionale e il presidente di Agita Adriano Valvasori. Seguiranno le relazioni di Rolando De Luca, Dario Angelini, Lucia Gianandrea, Susanna Petri e Maurisio Fiasco. Durante il convegno sarà presentato il libro di Rolando De Luca e Susanna Petri “Sosazzardo-familiari e giocatori chiedono aiuto” edito dalla Caritas di Udine.



CAMPOFORMIDO. «È un po’ come passare in motocicletta, a occhi chiusi, un semaforo rosso e scoprire poi, riaprendoli, di essere ancora vivi», racconta un protagonista di questo tipo di sfide. In molte storie di giocatori d’azzardo emerge questa scommessa: superare la prova significa rimanere vivi, perché è la vita, e non soltanto il denaro, a essere messa in gioco. Non è dunque tanto il gioco, quanto l’azzardo ciò che crea dipendenza. «Si tratta di una realtà drammatica e apparentemente inspiegabile, ma fortemente presente nel nostro Paese — spiega Rolando De Luca responsabile del Centro di terapia per gli ex giocatori d’azzardo e le loro famiglie – dalle recenti indagini condotte sul gioco in Italia, emerge come oltre l’80% della popolazione vi dedichi attenzione e come l’incidenza del gioco d’azzardo patologico interessi circa il 3% della popolazione adulta».

La quantità di denaro investita dagli italiani in questa attività è in costante aumento: un recente studio stima una spesa media annuale superiore a 35 miliardi di euro tra gioco legale e illegale. Cifre impressionanti, che dimostrano come il gioco d’azzardo sia uno dei pochi settori a non risentire dell’attuale crisi economica e anzi, a trarne profitto. Questa pericolosa illusione spesso conduce all’indebitamento, fino alle conseguenze estreme dell’usura: il 10% delle famiglie che si rivolgono alle fondazioni antiusura, con una forte incidenza di nuclei a doppio reddito dichiarano una dipendenza dal gioco. A un calcolo approssimativo emerge come in Italia il numero di “schiavi del gioco” si aggiri tra i 700 mila e gli 800 mila.

«Le offerte si fanno sempre più aggressive e istituzionalizzate — commenta De Luca nell’introduzione al libro “Mi gioco la vita. Mal d’azzardo: storie vere di giocatori estremi” di Silvana Mazzocchi – il gioco non è più legato a un momento della settimana o a un luogo specifico, ma è alla portata di tutti. La politica finanziaria del Paese ha un ruolo determinante, basti pensare al via libera dato dallo Stato alle slot machine, all’aumento del numero di estrazioni del lotto, alle scommesse sportive, alle sale Bingo e ai gratta e vinci».

Il giocatore d’azzardo patologico dedica gran parte del tempo al gioco investendo quantità crescenti di denaro, ed è quindi fortemente indebitato. Spesso perde il lavoro, arriva a compiere frodi e falsificazioni e, nei casi estremi, tenta il suicidio. In famiglia nasconde i problemi connessi al gioco, ma le frequenti “assenze” da casa lo allontanano dalle responsabilità del suo ruolo, che deve essere compensato dai familiari. L’attività produttiva è ridotta o azzerata, la situazione economica è grave, spesso con ricorso all’usura e ai fallimenti finanziari.

«Nonostante la portata dei danni che il problema del gioco d’azzardo comporta, sul versante dell’intervento questo campo è ancora trascurato – rileva De Luca –. Alcuni tra i provvedimenti auspicabili potrebbero riguardare la riduzione dell’offerta di azzardo, l’eliminazione della pubblicità, l’incremento dell’informazione sui pericoli della dipendenza e l’attivazione di servizi dedicati: aspetti di cui nessuno dà l’impressione di volersi occupare. Il gioco d’azzardo patologico non è solo una piaga sociale difficile da risanare, ma anche una malattia. Necessita di assistenza e conoscenze specifiche anche da un punto di vista clinico, oltre che di una strategie d’intervento mirate. Nel 1980, il gioco d’azzardo patologico fu incluso nel Manuale diagnostico dei disturbi mentali». Con la terapia di gruppo si cerca di smascherare agli occhi dei giocatori e delle famiglie ogni tipo di inganni per fornire loro gli strumenti utili per intraprendere un cammino di crescita personale e relazionale. Il gioco è infatti solo la punta di un iceberg, indice di un malessere sociale, familiare e individuale di chi ne è vittima. Il coinvolgimento dei parenti nel gruppo è indispensabile, visto che il giocatore trascina nelle proprie perdite l’intera famiglia. Nelle prime sedute l’attenzione si concentra sulla necessità di risanare le condizioni economiche dei membri del gruppo. Qualunque sia il livello di perdita finanziaria, comunque, non rappresenta mai un punto di non ritorno; raggiunto l’azzeramento dell’azzardo, la situazione economica si stabilizza in un arco di tempo che va da pochi mesi a 3 anni. L’astinenza totale dal gioco e il controllo economico sono decisivi per la riuscita della terapia. È naturale aspettarsi delle ricadute, ma queste vengono ammortizzate senza gravi conseguenze. «Durante la terapia – continua De Luca – un aiuto fornito alle famiglie in cura nei gruppi di Campoformido è costituito dalla disponibilità all’ascolto garantita da ex giocatori (e famiglie) reduci da percorsi terapeutici precedenti. Un fondamentale assunto della pratica terapeutica al Centro è lo stato di “equilibrio aperto”, in continuo divenire, che caratterizza il percorso di ogni gruppo di terapia, così come l’intervento terapeutico stesso. Esso viene continuamente ricalibrato in base alle esperienze e ai vissuti che vengono portati nel gruppo e condivisi».